Oltre i Verdena. Il manifesto noise dei Sì! Boom! Voilà!, il nuovo supergruppo con Roberta Sammarelli
Dopo l'addio alla band bergamasca, la bassista riparte dalle radici del rock. Con lei Giulio Ragno Favero (Il Teatro degli Orrori), Davide Lasala (Edac Studio), Giulia Formica (Baustelle) e N.A.I.P. “Critichiamo le strategie delle major: non si può pensare solo ai palazzetti. Ora ci riappropriamo dei club”
“Era nell'aria già durante l'ultimo tour, quello di Volevo Magia. È stato difficile ammettere che quell'emotività e quell'amore provati per quasi trent'anni stavano venendo a mancare dentro di me. Come in un matrimonio: quando capisci che l'amore non c'è più, per rispetto, è meglio farsi da parte”. Roberta Sammarelli spiega così al Foglio la fine del lungo sodalizio con i Verdena. Una scelta di libertà che l'ha portata a rimettersi in gioco come esordiente a 46 anni, cercando un suono che fosse, prima di tutto, una necessità umana.
Il risultato sono i Sì! Boom! Voilà!, un collettivo che debutta con un album omonimo lontano dalle logiche dei supergruppi nati a tavolino. Attorno a Sammarelli al basso si è riunito un nucleo trasversale della scena indipendente: Giulio Ragno Favero (Il Teatro degli Orrori, One Dimensional Man) e Davide Lasala (Edac Studio) alle chitarre, Giulia Formica (Baustelle, chiello) alla batteria e, infine, l'elemento perturbante, N.A.I.P. (Michelangelo Mercuri). È lui, già capace di scardinare i codici della performance e dei loop durante la quattordicesima edizione di X-Factor, a dare voce a un progetto noise che rifiuta la metrica degli ascolti digitali e la levigatezza delle produzioni pop. Un ritorno all'essenziale che si traduce anche in una precisa scelta di campo: mentre il mercato insegue i sold out forzati nei palazzetti, la band sceglie di ripartire dai club, dove il volume conta ancora più dell'algoritmo. Il tour toccherà, tra gennaio e febbraio, le città di Livorno, Bergamo, Pordenone, Torino, Nonantola, Milano, Roma, Perugia e Ravenna. “Siamo cinque personalità molto diverse – racconta Roberta Sammarelli – ma sul palco ogni differenza si azzera e ci incastriamo alla perfezione”.
La scintilla di questo nuovo percorso è nata da un brano, “Da zero”, in cui lei, per la prima volta, si misura con il ruolo di cantante solista.
Quella canzone era nel cassetto da tempo. Mi vergogno tantissimo a cantare ma gli altri mi hanno convinto dicendo che la mia voce era particolare. Un conto è fare i cori, un altro è fare la voce solista. Non ho intenzione di fare la cantante nella vita, è stata una cosa temporanea, ma quel pezzo lo sentivo mio e toccava a me.
La ricerca di una voce definitiva per il gruppo, però, non è stata facile.
È durata un anno e mezzo. Abbiamo provato con tantissimi cantanti, ma non si incastrava mai nulla. O non andavano bene i testi, o le melodie, o risultava tutto troppo banale. Noi cercavamo qualcosa fuori dallo standard rock. Avevamo quasi perso le speranze.
Come siete arrivati a N.A.I.P.?
Ero a cena con Motta e gli ho raccontato questa frustrazione. Lui mi dice: “Ma perché non provate con N.A.I.P.?”. L'ho proposto agli altri, lo abbiamo chiamato e nel giro di poche settimane ci ha mandato indietro cinque brani con testi e sfumature diverse. Lì abbiamo capito che era perfetto.
Nel disco sembra esserci una critica al conformismo digitale e all'ossessione per i numeri.
Più che una critica è una fotografia. C'è un'ossessione per la performance, per l'essere sempre “giusti” e piacere a tutti. Nel rock i numeri dovrebbero essere l'ultima cosa che conta. C'è però sicuramente una critica alle strategie delle case discografiche: non si può andare avanti pensando solo ai palazzetti. Noi, invece, ci riappropriamo degli spazi dei club. Numero non significa qualità anzi, negli ultimi tempi è stato dimostrato spesso il contrario.
Oggi dominano i solisti, mentre voi avete deciso di formare un gruppo. È una scelta politica o una necessità?
È una necessità artistica e umana. Viviamo in un momento di adorazione dell'ego smisurata, ma noi veniamo da esperienze collettive. Questo progetto nasce dalla voglia di condividere qualcosa tra amici. Potevamo anche evitare di fare il disco, l'importante era fare qualcosa assieme che andasse oltre il semplice chiacchierare.
Quindi non ci saranno altri dischi?
Nella nostra testa c'è l'idea di andare avanti. Non siamo nati per fare un solo disco.
Oggi in lei prevale più il desiderio di libertà o quello di sentirsi di nuovo esordiente?
La voglia di essere esordiente è una scelta razionale. A 46 anni una parte del cervello mi dice “Chi te lo fa fare?”. Ma uscire dalla comfort zone è fondamentale per darsi uno scossone. La libertà, invece, è un desiderio perenne. Quando ho pensato di lasciare i Verdena, potevo stare a casa a fare la mamma. Ma il richiamo della libertà attraverso il lavoro è stato troppo forte.
Parlando di ispirazioni, nel disco citate gli Swans. C'è qualche artista recente che segue?
Mi è piaciuto molto il primo disco dei Fontaines D.C. Tuttavia da quando sono mamma la mia vita è frenetica e ascolto meno musica, o meglio, ascolto quello che vogliono le mie figlie. Però gli Arcade Fire rimangono quelli che mi hanno dato più vibrazioni nel tempo.
E le sue figlie cosa ascoltano?
La più grande ha otto anni ed è diventata fan di Motta. Per un anno e mezzo abbiamo ascoltato solo lui. Le altre due, invece, spaziano dal K-pop ai Blink-182, che hanno scoperto da sole su Spotify.