notturno veneziano

"Fanta Sbocco" dei Laguna Bollente, il grido di una generazione immobile che sotto la superficie ribolle

Enrico Cicchetti

Dunia Maccagni ed Elia Fabbro scelgono l'opacità, il rumore e la sottrazione. Una musica che respinge le pose bulimiche, l'apparenza digitale e rivendica invece l’errore e pure la bruttezza come unica forma di sincerità. "Non è necessario mostrarsi per esistere. Anzi, a volte è proprio il contrario"

C’è una Venezia che non si vede nelle cartoline, che galleggia nella condensa dei bicchieri lasciati sui tavoli, nelle cucine dove qualcuno attacca una cassa e un microfono dopo che il bar ha chiuso, nei tragitti notturni tra Mestre e la Laguna, avanti e indietro come la marea. E che non ha bisogno di chiamarsi “scena”. Da lì arrivano i Laguna Bollente, duo formato da Dunia Maccagni ed Elia Fabbro. Anche ora che si sono spostati in campagna, a Santa Maria di Sala – “una zona ibrida tra Padova e Venezia che ci permette di colonizzare entrambe senza appartenere del tutto a nessuna”, dicono – continuano a registrare in casa. Il loro nome nasce da un incontro casuale: due sconosciuti, lui con un cappellone da texano, lei gotica, e una frase che suona come un lasciapassare. “Se fate cose strane, dite che siete di Laguna Bollente”. È così che spesso nascono le cose che durano: da un’immagine che resta appiccicata addosso. Laguna Bollente non è un concept, è un territorio mentale. È la sensazione di stare in un luogo che ribolle anche quando pare immobile. E Fanta Sbocco, il nuovo album, è proprio questo: “È la cronaca sonora di un immobilismo inquieto, di una paralisi collettiva”, dice Dunia. “Credo che sia comune ai nostri coetanei sentirsi così”. Chiaro già dalla copertina, che rielabora l’illustrazione di un Pinocchio malato, bloccato su un letto che brucia: una metafora generazionale che non ha bisogno di spiegazioni. Fanta Sbocco va attraversato come si attraversa una città di notte, senza sapere bene dove andare. Si muove per accumulo di immagini, frasi che sembrano provenire da una filastrocca tossica, slogan spezzati, frammenti di realtà che non vengono mai ricomposti del tutto. Rifiuta la linearità perché rifiuta l’idea che il presente sia leggibile. Dentro ci sono statue decapitate a Marghera, rivoluzioni proclamate con un Campari in mano, corpi che crescono e non sanno stare fermi, altri che invecchiano e non sanno stare zitti. Niente moralismo, niente pose da band “consapevole”. I Laguna Bollente concedono tutto: l’errore, la contraddizione, la bruttezza. Anzi, la rivendicano come unica forma possibile di sincerità.

   

    
Musicalmente, Fanta Sbocco è un muro distorto, compatto, mai decorativo. La voce non chiede attenzione, non vuole essere capita a tutti i costi. Sta dentro. È una scelta estetica ma anche politica: sottrarsi all’obbligo di essere riconoscibili, fotografabili, condivisibili. “Ai soundcheck c’è sempre da combattere per farsi tenere la voce bassa. Altrimenti il nostro set è completamente rovinato: non sono una cantante pop”, dice Dunia. In questo senso, la scelta di non usare i social non è una provocazione ma una forma di autodifesa. “Volevamo proteggere il progetto in un mondo che sembra obbligare a catalogare le persone reali in alter ego digitali, che chiede costantemente di trasformarsi in profilo, di archiviare ogni gesto in un database”. Loro scelgono la sparizione selettiva. La musica c’è, i live pure, ma l’identità resta opaca. YouTube e Soundcloud, spiegano, diventano strumenti di scambio. “Luoghi dove il pubblico può commentare, anche criticare. Va bene così”. Questa attitudine trova una conferma potente nell’incontro con Niccolò Contessa. Essere scelti come opening per il tour dei Cani non è stato solo un riconoscimento, ma una lezione incarnata. “Si può fare musica senza esposizione continua, senza desiderio di ribalta, e creare comunque una comunità reale. Suonare davanti a un pubblico già sold out, scoprire che qualcuno conosce i tuoi pezzi, percepire un’attenzione autentica. Tutto questo ha rafforzato una convinzione già presente: non è necessario mostrarsi per esistere. Anzi, a volte è proprio il contrario”. Anche per questo, durante i concerti, il rapporto con l’immagine resta problematico. “Essere fotografata da vicino sul palco lo vivo come una violazione”, dice Dunia. “Il video più bello che ci hanno fatto è tutto nero: si sente solo la musica e il pubblico che rumoreggia”. Insomma, i Laguna non vogliono piacere, non vogliono essere digeribili. Vanno serviti così come sono, pronti a provocare conato o adesione, senza vie di mezzo.
In un’epoca che chiede continuamente di prendere posizione, scelgono di restare in bilico. Tra città e provincia, tra visibilità e sottrazione, tra rabbia e ironia. Come Venezia: bellissima, fragile, invivibile, ancora capace di generare forme di aggregazione impreviste. Ancora capace, ogni tanto, di sputare fuori una band che non assomiglia a nessun’altra.
 

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  • Enrico Cicchetti
  • Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016. Su Twitter è @e_cicchetti