Fulminacci e Marco Castello (foto Getty)
cantautorato
L'ostinata pretesa di orgoglio localistico di Marco Castello
Il suo nuovo album, “Quaglia sovversiva”, da subito rivela una scaletta di dieci eccellenti brani. Dalle Alpi al mare, il pop d’autore italiano torna a godere di buona salute
Sicily’s calling! Il terzo album del trentaduenne cantautore siracusano Marco Castello – ormai uno dei nomi più chiacchierati della scena italiana – può essere ascoltato e analizzato su diversi piani. S’intitola “Quaglia sovversiva”, laddove il nome dell’uccello in effetti è il significato stesso di quello di “Ortigia”, centro storico e luogo deputato degli artisti della città siciliana, mentre l’aggettivo che l’accompagna preannuncia la finalità sottilmente polemica sottesa al lavoro di Castello. Che da subito rivela una scaletta di dieci eccellenti brani d’elegante pop d’autore salvo, poco alla volta, rivelare nel proprio progetto l’inclusione di un ribellismo arrabbiato, che a prima vista risulta impercettibile. Di Marco Castello, come dicevamo, si parla in giro da tempo: polistrumentista, laureato in tromba jazz a Milano, sostenuto, dopo un casuale incontro, da Erlend Oye, leader dei Kings Of Convenience, per il quale Marco ha suonato nel progetto temporaneo La Comitiva, nel frattempo entrando a far parte della 42 Records, la migliore etichetta indie italiana, per la quale pubblica “Contenta Tu” nel 2021 e “Pezzi della Sera” due anni più tardi. Per “Quaglia Sovversiva” Marco si autoproduce con la sua etichetta Megghiu Suli e l’album si presta davvero a una doppia lettura: la prima, più immediata, è di estrema piacevolezza, perché Marco scrive bene, canta con maestria ed è un polistrumentista e un arrangiatore di valore. I primi echi evidenti sono del Battisti anni Settanta, di Enzo Carella e di Fabio Concato, con frequenti venature jazz e funk, aromi sudamericani, innesti mediterranei, dinamiche da yacht rock e un groove vintage e dal gusto artigianale e “tutto suonato”.
Un paio di pezzi sono vere perle: “Pompe” che apre l’album, trasportando l’ascoltatore in un micromondo di stravaganti cronache locali, ansie diffuse e tentazioni sospese, pronunciate con l’italiano e il dialetto che prendono fluidamente a mischiarsi, in un disinvolto entra-ed-esci che fa pensare ai discorsi casuali dei giovani habitué, radunati in qualche punto di ritrovo: ecco la bellissima “Vessenali”, che sarebbe un modo onomatopeico di chiamare via Arsenale, nel cuore della movida ortigiana, luogo d’appartenenza e di mille storie, mentre le traiettorie s’intrecciano, saltellano e poi cominciano a chiamare in causa dei temi seri: l’ostilità al capitalismo (un pop anticapitalista?), la rabbia dei poveri, l’incombente sensazione sicula di colonialismo in atto, quella base a Sigonella, una diffusa attitudine “contro”, appena mascherata dai toni soavi e ironici della voce di Marco. E’ ribellismo a bassa intensità, come insolitamente bassi sono anche i volumi a cui è mixata le voci di Castello, volutamente sprofondate nelle architetture sonore e tra i tanti rumori naturali da cui il disco è popolato: bisogna farci l’abitudine, ma non è male per niente.
Così, poco alla volta si mette a fuoco la visione di questo autore, la sua ostinata pretesa di orgoglio localistico, la rivendicazione di un’identità sociale e linguistica di cui si sente portavoce. Nelle interviste ne parla, quando emergono nomi dei musicisti che sente affini al suo percorso e dei quali è si fa promotore affinché un pubblico più ampio ne segua le tracce. Un nome per tutti: Alfio Antico, che Castello elegge a padrino artistico. E alcuni si ricorderanno di Antico, perché è un veterano sul limitare dei settant’anni e per lunghi e operosi anni lo si è visto in azione con Musica Nova, la formazione di ricerca folclorica guidata da Eugenio Bennato, di cui era il virtuosistico percussionista. Alfio, nativo di Lentini, è tutt’ora attivissimo coi suoi tamburi a cornice (li avete mai visti? Sono degli strumenti meravigliosi, solenni, impressionanti, sacrali…), tramite i quali percorre sentieri psico-musicali della tradizione pastorale siciliana, però spingendosi anche in territori avanguardistici di ricerca elettronica, dove si mescolano tradizione e innovazione, come si può ascoltare ne “La Macchia”, l’album che ha pubblicato pochi mesi orsono in collaborazione con Go Dugong, ovvero il produttore e dj tarantino Giulio Fonseca, altro attento ricercatore delle tradizioni musicali del nostro meridione e a sua volta titolare di un serio lavoro sul fenomeno della tarantella (lo si ascolta nell’album “Meridies” del 2021).
Nomi inconsueti, scoperte stimolanti, provando a spingersi oltre la peraltro degnissima santificazione di Rosa Balestrieri: “In Sicilia abbiamo perso la nostra lingua, le nostre tradizioni”, si lamenta Marco Castello. Le ribalte nazionali hanno accolto e festeggiato Carmen Consoli, Luca Madonia, Mario Venuti, Colapesce, ma il legame con la provenienza si è progressivamente assottigliato, a dispetto dall’astro fisso e perenne che illumina la distesa musicale siciliana – Franco Battiato.
E dunque ottimi indizi d’inizio anno: il pop d’autore italiano torna a godere di buona salute dalle Alpi fin quasi alle Piramidi, se Fulminacci, Laszlo, Corsi, Marco Giudici, TuttiFenomeni, Castello, Venerus e tanti altri continuano a sfornare musica di questa qualità. È ora di smetterla con lo scetticismo in sospensione parlando di questi artisti. Esiste una canzone d’autore in Italia, anche adesso, suona così ed è uno specchio della nostra vita comune. Consideriamolo un effetto necessario e seguiamone l’armonico diffondersi della risonanza.