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Il genio dannato di Betty Mabry

Francesca d'Aloja

Musa della svolta elettrica di Miles Davis, pioniera di un funk crudo e senza compromessi, la regina del funk dimenticata è stata troppo avanti per il suo tempo. La storia di un talento immenso, libero e incompreso, che ha pagato l’indipendenza con l’oblio

Verso la fine degli anni 60 la fama planetaria del grande Miles Davis, indiscusso numero uno del jazz per oltre due decenni, rischia di essere oscurata dall’onda rivoluzionaria di una stagione che avrebbe cambiato radicalmente la società. Artisti come James Brown, Sly Stone, Marvin Gaye si affacciano con prepotenza sulla scena musicale inaugurando nuovi generi: il rhythm and blues si evolve in soul, funk, e al jazz classico si preferiscono gli sperimentalismi di Ornette Coleman. Il trombettista non ha nessuna intenzione di farsi da parte (“Non ero ancora pronto a diventare un ricordo”) e lo dimostra compiendo un’opera di trasformazione che segnerà la storia della musica: scioglie lo storico quintetto, forma un gruppo con due batteristi, due bassisti e addirittura tre tastiere e sforna “Bitches Brew”, l’album che segna la svolta e conia un nuovo genere: il cool jazz diventa fusion. Un cambiamento radicale anche nel look, niente più completi scuri ma pantaloni in pelle, giubbotti colorati, occhialoni. Il quarantenne Miles Davis si presenta in scena come una rock star. Dietro a tutto questo c’è il desiderio di guardare al futuro, un desiderio che ha le fattezze di una bellissima ragazza di ventidue anni. Si chiama Betty Mabry ed è lei, nient’altro che lei, il motore della trasfigurazione. Si conoscono nel ‘67 al Village Gate, un locale dove lui si esibisce. Miles la nota fra il pubblico e non può essere altrimenti: con la sua esagerata capigliatura afro e un abbigliamento spettacolare Betty non passa inosservata. Proviene da un mondo che Miles non frequenta, è una modella di successo ma la moda è solo un mezzo per mantenersi, il suo unico interesse è la musica, una passione che coltiva sin da ragazzina. Di notte fa la dj in un locale che ha in gestione, il Cellar, di giorno scrive canzoni. La prima, “I’m gonna bake that cake of love”, l’ha scritta a dodici anni, quando viveva a Pittsburgh con la famiglia. A New York Betty bazzica il Greenwich Village, dove artisti e poeti si ritrovano nei café, e in uno di questi locali conosce Devon Wilson, allora fidanzata di Jimi Hendrix (farà anche lei una brutta fine, precipitando da una finestra del Chelsea Hotel poco dopo la morte di Hendrix) che la introduce nel giro dei musicisti underground. Sono gli amici che Betty, una volta diventata Mrs. Davis (il matrimonio con Miles Davis si celebra nel 1968, un anno dopo il loro incontro), presenterà al marito con l’intento di proiettarlo verso un nuovo orizzonte musicale che non contempli solo il jazz e la musica classica. Lui le fa ascoltare Rachmaninov, lei ricambia con “Voodoo child”. 

 


L’influenza di musicisti come Hendrix e Sly Stone, grandi amici di Betty, sarà evidente nella nuova produzione discografica di Miles. Nell’album “Filles de Kilimandjaro” (in copertina, il volto di Betty), due brani sono a lei dedicati, entrambi modellati su riff di Hendrix. Grazie alla moglie, Davis dice addio alla droga, grazie a lei ritrova il successo (“Bitches Brew”, titolo suggerito da Betty, vendette 500 mila copie contro le abituali 60 mila dei dischi precedenti…). Nel ‘69 Miles Davis riunisce un gruppo di musicisti stellari (fra i quali Wayne Shorter e John McLaughlin) per produrre il primo disco di Betty. Non lo fa per spirito di riconoscenza ma perché convinto del suo incredibile talento vocale oltre che autoriale. Betty aveva già pubblicato due singoli che furono però un flop, e questa è la sua grande occasione. Il progetto tuttavia si arena, non è chiaro se a causa del forfait della casa discografica CBS o perché, all’ultimo, Miles si tira indietro. Il matrimonio sta naufragando, minato dalla differenza di età, dalla gelosia di Davis (convinto che la moglie abbia una relazione con Hendrix) e dal carattere indomabile di Betty: “Era troppo giovane e scatenata” dirà lui. “Miles temeva che se fossi diventata famosa lo avrei lasciato” sarà la versione di Betty. Il divorzio arriva dopo soli dodici mesi di matrimonio. Per Betty è un fallimento ma è anche lo stimolo per imporre la sua presenza sulla scena musicale senza lo spettro ingombrante del marito. Si rimette a scrivere canzoni per sé e per altri e decide, da quel momento in poi, di fare tutto da sola. Sarà la sua forza e la sua condanna.

 

Betty Davis non accetta compromessi e non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, tantomeno dalla potente Motown, che le offre un contratto a patto di detenere i diritti. La risposta è un categorico “no”. Continua a posare come modella, sua unica fonte di guadagno. Va a Londra, conosce Eric Clapton, Carlos Santana, poi torna negli Stati Uniti e si stabilisce a San Francisco, inserendosi nella rock community emergente. Michael Lang, il produttore del mitico concerto di Woodstock, le propone un ingaggio come songwriter per la sua nuova etichetta indie, la Sunshine Records. Betty risponde inviandogli la demo di una sua performance. “Fu una rivelazione” racconta Lang, “Era bellissima, travolgente, diversa da chiunque avessi mai visto”. Il suo primo, straordinario album (dal titolo essenziale: “Betty Davis”) vede finalmente la luce nel 1973 e vanta una formazione di prim’ordine, che include il batterista degli Sly Stones Greg Errico (in veste anche di produttore), due chitarristi di Santana e le Pointer Sisters ai cori. Basta ascoltare la prima traccia (fatelo, per favore), “If I’m in luck I might get picked up”, per capire di che pasta è fatta Betty Davis. Groove funk potente su testi crudi e impietosi scagliati da una voce che modula ululati e lamenti, si fa rauca poi limpida, parla di sesso, emana sesso. Sin dal debutto è chiaro che Betty Davis vuol lanciare una sfida, e come tutti quelli che arrivano prima, non tiene conto delle conseguenze, o meglio ancora, se ne frega. Fosse apparsa vent’anni dopo la sua vita sarebbe stata diversa e il suo nome conosciuto da tutti. “Era Madonna prima che arrivasse Madonna e Prince prima che arrivasse Prince” dirà di lei il suo ex marito Miles. Lo stesso Prince commenterà, dopo averla ascoltata: “Questo è ciò a cui aspiriamo”. La Storia insegna che l’essere avanti coi tempi porta fortuna a chi arriva dopo e mai a chi ha spianato la strada. Nella galleria di “incompresi” che vado componendo da diversi anni, Betty Davis occupa senz’altro un posto d’onore, per capirlo basta scorrere i commenti sotto i contributi YouTube delle sue canzoni: “Com’è possibile che non conoscessi questa dea…?” si chiedono stupefatti quelli che, come me, sono capitati per caso sulla galassia sconosciuta di colei che i suoi adoratori hanno battezzato Funky Goddess.

 

 

Delle sue clamorose esibizioni dal vivo esiste purtroppo un’unica registrazione, oltretutto parziale, di un concerto che si svolse in Francia, nel 1976 (correte a cercarvela!). Nel guardarla ancheggiare sul palco, fasciata in hot pants luccicanti, mentre su tacchi vertiginosi si dimena come una selvaggia simulando atti sessuali col microfono, viene la pelle d’oca. Da quelle immagini appare lampante l’origine dell’ottuso ostracismo perpetrato nei suoi confronti. I testi espliciti, senza ritegno, le performance insolenti mettono in allarme non soltanto i discografici ma anche la NAACP, l’associazione nata per salvaguardare i diritti civili degli afro-americani che nonostante il riconoscimento sociale sentivano di non aver ancora ottenuto la piena libertà. Si preferiva dunque l’immagine rassicurante di cantanti come le Supremes, perfette portavoce del messaggio: “Noi siamo come voi”. Betty, invece, non è come nessuno. “Non ho mai permesso che il colore della mia pelle interferisse con ciò che volevo fare”. Betty non si piega e difende caparbiamente la propria indipendenza: per il secondo album, “They say I’m different”, sempre distribuito dalla Sunshine, si occupa personalmente della produzione (consiglio l’ascolto di “He was a big freak” dedicato a Jimi Hendrix). Sebbene considerato il suo capolavoro, il disco viene ostracizzato. Le radio non trasmettono i suoi pezzi, un modo per farla fuori. Michael Lang non riesce a imporla sul mercato e le suggerisce di affidarsi a una casa discografica più potente. Su pressione dell’allora fidanzato Robert Palmer (che coppia fantastica!), Betty firma un contratto con Island Records per l’uscita del terzo album. La casa discografica pretende, oltre a un cambio di look, una svolta più commerciale di musica e testi, regole che Betty non accetta: “Ce ne sono già troppi lì fuori di tipi commerciali” è la sua risposta “Io voglio fare, io faccio cose diverse”. Già dal titolo dell’album, “Nasty Gal”, Betty Davis sottolinea la sua condizione di mina vagante: Brani come “Talking trash”, o il furibondo “Dedicated to the press” (“Hai letto cosa scrivono di me? / Dicono che sono lasciva / che tiro fuori la lingua / Non so di cosa parlano / Non riesco a trattenerla) sono più che eloquenti. Ma vi è anche spazio per un brano sentimentale, “You and I”, scritto insieme a Miles Davis, dal quale non si è mai allontanata, e arrangiato da Gil Evans (“È dura per me essere me / Vorrei vivere per te / Ed essere libera / libera / di essere me”). 

 


Scesa dal palco Betty Davis non ha nulla della raunchy (sconcia, un aggettivo che verrà sempre associato al suo nome) girl: non beve, non fuma e disprezza le droghe (“Ci tengo al mio corpo”). E’ una professionista scrupolosissima, ha il totale controllo della direzione musicale, fatto raro per una donna, eccezionale per una donna di colore. Dotata di straordinario orecchio, ha l’abitudine di registrare su un magnetofono i riff che le ronzano in testa per poi sottoporli all’ascolto dei musicisti, riuniti a casa sua, affinché li traducano in note. Scrive, fa gli arrangiamenti e produce i suoi album in nome di un’indipendenza che la confinerà ai margini dell’industria discografica. “She was too black for rock and too hard for soul” si dirà, a posteriori, di lei. Nel 1976, dopo soli tre anni dall’esordio, ha pronto il suo quarto, strepitoso album. Contiene un brano tristemente profetico: “Stars starve, you know” (“Dicono che per fare soldi / Devo cambiare stile / coprirmi la faccia / cantare canzoni soft / Impossibile trovare ingaggi / se non mi copro le gambe / e non butto via la penna). Considerati gli insuccessi precedenti, nessun discografico è disposto a pubblicarlo. Betty tiene duro finché qualcosa si rompe. A Pittsburgh, dove vive la famiglia, muore il padre, suo unico punto di riferimento. Betty ha un crollo, non ha più la forza di imporsi. Decide di mollare tutto e si ricorda di un invito ricevuto anni prima da parte di un musicista giapponese, Fumio Miyashita, incontrato a Los Angeles: “Quando ti sarai stufata di stare qui vieni in Giappone”. E’ un mondo nuovo, ed è quello di cui Betty ha bisogno. Parte per scoprire nuove sonorità e finisce per capire che la musica non le interessa più: ha conosciuto un monaco shintoista che l’ha condotta in pellegrinaggio sul monte Fuji, una delle tre montagne sacre del Giappone, esperienza che segnerà le ultime due decadi della sua vita. Di lei non si saprà più nulla fino alla morte avvenuta nel 2022, a settantasette anni. Si scoprirà in seguito che, tornata dal Giappone, ha vissuto in totale reclusione, senza telefono, internet, televisione, in una piccola stanza con il minimo indispensabile. Di fronte al letto, una stampa della famosa onda di Hokusai, in onore dell’amato Giappone. Per suo volere, le sue ceneri sono state disperse sul monte Fuji. Dei soli quattro album, che per scrivere questo articolo ho ascoltato in loop, insieme all’ammirazione ho provato sconforto per questa lampante ingiustizia. C’è un solo modo per capire cosa intendo, poiché la musica non la si può descrivere: ascoltatela. Ascoltate Betty Davis, the Goddess of funk. Dovendo scegliere fra i suoi lavori fatevi il regalo di scoprire “Is it love or desire”, il suo album di addio, finalmente pubblicato nel 2009 (trentatré anni dopo la sua realizzazione…) e mi darete ragione. Ma poi, sono certa, ascolterete pure gli altri.

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