creatività digitale

La melodia dell'imperfezione. La musica di fronte alla sfida dell'AI

Raffaele Rossi

L'industria è a un bivio, ed esperti e produttori riflettono sul suo futuro. Joe Barresi, produttore e guru dell'alt rock: "Se con l'AI si riescono comunque a scrivere buone canzoni, allora chi se ne frega”. Il caso Velvet Sundown

“Il bello delle nuove tecnologie è che permettono a chiunque di giocare sullo stesso campo. Sono un tipo diverso di creatività. Van Halen e Jimmy Page hanno impiegato molto tempo per sviluppare un suono di chitarra personale, ma se usando suoni preimpostati si riescono comunque a scrivere buone canzoni, allora chi se ne frega”. A parlare è Joe Barresi, produttore, ingegnere del suono e guru del rock alternativo che, nel suo studio di Los Angeles, ha forgiato il sound di band come Queens of the Stone Age, Tool e Weezer. La sua visione, allo stesso tempo pratica e filosofica, apre il sipario su un dibattito che sta scuotendo l'industria musicale: l'ascesa inarrestabile dell'intelligenza artificiale.

 

Il caso dei The Velvet Sundown è diventato il simbolo di questa nuova era. La band, creata con l'intelligenza artificiale e composta da quattro membri fittizi che fanno il verso ai Tame Impala, ha collezionato oltre un milione di ascolti su Spotify in un solo mese, senza avere musicista in carne e ossa. “Il loro successo è solo un'illusione”, spiega al Foglio Davide Ferrario, produttore e musicista della band di Max Pezzali. Per lui i numeri del gruppo non sono indice di un reale gradimento artistico, ma solo “determinati dalla curiosità”. Il fenomeno riflette una tendenza più ampia della nostra società dove, continua l'artista, “la musica è diventata un sottofondo mentre si fa altro”. La sua visione è che il pop sia in una fase calante, perdendo così il suo ruolo di “motore di identificazione”. Ma riconosce che non si può ignorare il progresso tecnologico: “Faremmo la fine delle case discografiche che tentavano di combattere la pirateria”. La soluzione, a suo parere, non è bloccare ma affrontare la questione, lasciando che sia il pubblico ad avere “l'ultima parola”.

 

Se per Giordano Colombo, producer, ingegnere del suono e batterista, l'intelligenza artificiale è “divertente” ma non serve a creare “qualcosa di artistico perché il suo ragionamento è molto schematico”, per Alberto Cipolla, produttore, arrangiatore,  direttore d’orchestra, collaboratore di Dardust e docente del CPM di Milano, il danno sta nel chiederle “brani fatti e finiti”, piuttosto che usarla come un supporto tecnico. Guardando in avanti poi, per Michele Canova, tecnico del suono, arrangiatore e produttore di artisti come Tiziano Ferro, Jovanotti, Eros Ramazzotti, il lavoro del futuro sarà sempre più legato alla figura dello “scrittore di prompt che sappia interfacciarsi con la macchina per ottenere il massimo risultato”. E per stare al passo coi tempi, le accademie di musica dovranno, a suo avviso, “integrare l'IA nei loro programmi, un processo che sta già avvenendo a Berkeley e Abbey Road”.

   

Mentre continua il dibattito tra gli addetti ai lavori, le piattaforme di streaming affrontano il problema dall'interno. Secondo i dati di Deezer, ogni giorno vengono caricate circa 10 mila canzoni generate dall'intelligenza artificiale sulla piattaforma, pari a circa il 10 per cento di tutto il catalogo. L'azienda di proprietà di Access Industries si muove attivamente per individuare queste tracce, declassandole negli algoritmi ed etichettandole in modo visibile per l'utente. L'obiettivo non è penalizzare l'IA in sé, ma impedire che venga utilizzata in malafede per saturare il sistema con contenuti automatici, spesso spam.

Nel 2023, Spotify, invece, ha rimosso decine di migliaia di brani creati con l'IA dagli utenti della startup californiana Boomy a causa di ascolti “gonfiati” dall'utilizzo di bot.

Secondo l’ultimo studio della Confederazione internazionale delle società di autori e compositori, i ricavi derivanti dalla musica generata dall’AI aumenteranno dai 100 milioni del 2023 a 4 miliardi nel 2028. Entro quella data, si stima che il 20 per cento delle entrate verrà da questo settore. Intanto la Federazione dell'industria musicale italiana guarda con attenzione all'Europa, dove l'adozione dell'AI Act ha definito alcuni meccanismi di protezione per i contenuti, obbligando le piattaforme a seguire le regole. Sebbene molte aziende non abbiano ancora rispettato l'obbligo di trasparenza, il protocollo Dntp, che consente agli artisti di vietare l'uso delle proprie opere nei dataset di addestramento, rappresenta un primo passo verso un futuro più equo e trasparente.

 

Secondo gli esperti, se non si agirà tempestivamente, i ricavi dei creatori musicali potrebbero subire una perdita del 24 per cento entro i prossimi tre anni. Il dibattito sembra dirigersi verso un unico punto. La vera minaccia non è l'IA in sé, ma l'uso distorto che se ne fa per saturare il mercato con contenuti senz'anima. Non si tratta solo di una battaglia economica per la tutela del copyright, ma di una questione di principio: salvaguardare la creatività autentica da una produzione seriale e priva di reale spessore.