Vinicio Capossela ritratto da  Jean Philippe Pernot

l'intervista

Urgente Vinicio. La guerra, il populismo e la speranza nel nuovo album di Capossela

Enrico Cicchetti

Dal 21 aprile arriva "Tredici canzoni urgenti", il disco che il cantautore ha iniziato a comporre con l'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina. Un album di denuncia e di rinascita. "La vera essenza dell’esistenza è nelle cose che non hanno prezzo”. Una chiacchierata

Urgènza s. f. – 1. Situazione che richiede interventi immediati e rapidi: l’ammalato è stato ricoverato d’u. all’ospedale; chiamare d’u. i vigili del fuoco.

  
“Penso di non avere mai scritto canzoni così esplicite. Riguardano un mondo in disordine, in fase di cambiamento radicale”. Un mondo in fiamme o ammalato, che va ricoverato di corsa. Mentre intorno montano sempre nuove “emergenze”, spesso artificiose, la voce di Vinicio Capossela – cantautore a manovella, ri-trovatore di ballate e bestiari - è uno schiaffo, una boccata d’aria, un bastone infilato nell’ingranaggio. Invita a rallentare, a saltare giù dalla giostra. Indica problemi più stringenti, urgenze più profonde. E’ un disco politico, che comporta dei rischi. “In realtà – risponde lui - anche i precedenti Bestiario d’amore e Ballate per uomini e bestie avevano riferimenti contemporanei, però derubricati attraverso le allegorie medievali. Questa volta è tutto fuor di metafora”.

 

Fa strano vederlo apparire, col suo immancabile fiddler cap e il fiocco anarchico, sul vetro di una chiamata Zoom invece che tra le pietre di un anfiteatro o in processione tra i fumi di salsicce fegatini visceri alla brace. Sullo sfondo la torre Unicredit, la Solaria, il Diamantone: tutto quello skyline lì che non ci azzecca proprio. Ma poi inizia ad arricciarsi la barba e ad arrotolarsi tra pensieri e citazioni, e tutto torna.

  

    

Il suo nuovo album – in uscita il 21 aprile per Warner Music – spazia dalla folìa cinquecentesca al reggae and dub anni Novanta, ci si incontrano l’arciliuto e il theremin, la ribeca e il basso. “A dispetto dell’urgenza con cui è stato scritto c’è un lavoro di orchestrazione ben strutturato”, spiega Capossela. Sono Tredici canzoni urgenti, ballate, waltz, jive e un cha cha cha. “Se il 12 è il numero dell’equilibrio, il 13 è quello del disordine. Numero primo, stellato, felice, fortunato. Stando alla tradizione cristiana, sicuramente una di queste canzoni mi tradirà”, scherza lui, che le ha scritte tutte tra febbraio e giugno dell’anno scorso, come “conseguenza del momento che stiamo vivendo”. Febbraio 2022 è l’inizio di un nuovo abominio in Europa. L’attacco a Kyiv che è insieme apice delle urgenze e pietra che precipita, “con tutto il suo corollario di avvelenamento, di inflazione e di semplificazione, addosso a un mondo ripetitivo e immobile in cui ogni cosa è stata domiciliarizzata, ”. Un album con dentro la guerra. “C’è – dice l’autore – nella Crociata dei bambini, ispirata da Bertolt Brecht: una banda di innocenti tra le macerie, alla ricerca della via per un paese di pace che non si trova. C’è in Gloria all’Archibugio, marcia rinascimentale che rievoca l’Orlando furioso e le parole con le quali Ariosto maledisse quell’arma da fuoco che renderà efficiente l’uccisione a distanza e impersonale la morte. Il primo passo di un’evoluzione dello sterminio che arriva fino ai droni di oggi, ai missili nucleari”.

    

    

Ancora, c’è in Il Divano occidentale, sul quale veniamo “arruolati da sdraiati”, e che racconta come il dialogo vero si sia fatto assai raro e di come trionfi invece il “dibattito” da talk: la giustapposizione di posizioni tra cui lo spettatore o l’utente social deve scegliere. Così, nel mercato dell’opinione, vince la logica dei testimonial pubblicitari. Che si parli di vaccini o dell’invasione dell’Ucraina. “Un dibattito supino nel quale vince la partigianeria”, sostiene Capossela, “e dove le regole del gioco non cambiano e non si possono cambiare. L’illusione di essere parte della Storia in diretta mentre la maggioranza delle persone vive forme di partecipazione e coinvolgimento emotivo preconfezionate da un’informazione che ci fa entrare in casa la paura e lo scontro”.

   

Un ritratto della comunicazione ai tempi del populismo. Ora che il politicamente scorretto è arrivato al governo ma continua a dirsi fuori dal coro, in La parte del torto Capossela dipinge, con un’aria da western, lo scontro tra due parti che si accapigliano in un duello statico. “Oggi i populisti sono spudorati. Non è più impensabile sentire dalla seconda carica dello stato parole come quelle pronunciate da La Russa su via Rasella, per esempio. Il populismo è una corsa al ribasso della politica, la legittimazione della scorrettezza”. La parte del torto è solo a destra? “La canzone non offre risposte ma illumina un’ipocrisia. Da anni io voto ‘contro’ qualcuno, non per una causa. Sono in attesa di un Messia che dica ‘qualcosa di sinistra’. Ma non arriva nessuno. E l’ultimo che è venuto è stato crocifisso”. 

     

     

Non pensiate però che sia un album senza speranza. E’ anzi una specie di album uroboro, dove il primo e l’ultimo brano si toccano e aprono a un futuro diverso. “Se, con Goliarda Sapienza, la gioia è un’arte, la speranza è un lavoro. E anche una sorta di bandiera. Tutti i periodi di crisi obbligano a una scelta: la mia speranza è di riconoscere nei limiti in cui operiamo una possibilità. La vera essenza dell’esistenza è nelle cose che non hanno prezzo”.

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  • Enrico Cicchetti
  • Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016. Su Twitter è @e_cicchetti