Foto Ap, via LaPresse

1928-2023

Addio a Burt Bacharach e alla sua "musica non colta" solo perché non vestiva lo smocking

Marco Ballestracci

È morto a 94 anni il compositore americano. I suoi arrangiamenti che nella stessa canzone portano dal riso al pianto, uno scatenamento di emozioni improvvise

Se ci si pensa, già pronunciare un po’ di volte Burt Bacharach suona come un piccolo arrangiamento messo insieme con delle trombe sordinate. Ma non è detto che tutti amino un certo tipo di musica con arrangiamenti colmi di trombe, di altri fiati e magari pure di archi. Perciò che Bacharach potesse essere un grande musicista lo compresi solo quando molti altri c’erano già arrivati da un bel po’ e accadde a causa d’uno stranissimo equivoco.

 

Quando usci l’antologia “Travelogue” di Joni Mitchell, un giornale specializzato scrisse pressappoco così: “Sì, i brani sono senza dubbio le grandi canzoni di Joni Mitchell che tutti conosciamo, ma Larry Klein, il produttore, poteva risparmiarci tutti questi mielosissimi arrangiamenti alla Burt Bacharach”. In altre parole chi scriveva intendeva dire che le canzoni originali (“Travelogue” era un’antologia di riarrangiamenti) erano di gran lunga migliori di codeste reinterpretazioni. Insomma, una recensione negativa. Il grosso problema derivava dal fatto che per me “Travelogue” era un capolavoro assoluto: uno di quegli album con cui trascorrere senza rimpianti il resto della vita sull’isola deserta.

 

E’ proprio a causa di questo grosso equivoco che mi sono gettato a capofitto tra le braccia di Burt Bacharach, cominciando evidentemente da ciò che mi era più vicino: il disco che compose insieme a Elvis Costello nel 1998: “Painted From Memory”. Ogni volta che l’ascoltavo il mondo mi si spalancava davanti. Un arco che andava da Ennio Morricone (erano nati entrambi nel 1928) alle colonne sonore di Quentin Tarantino, dagli Steely Dan fino a Leonard Bernstein, perché vedere dirigere Burt Bacharach, col ciuffo brizzolato oscillante da una parte all’altra, non poteva che far venire in mente Bernstein mentre conduceva la New York Philharmonic Orchestra alla Carnegie Hall. Certo Bacharach per dirigere fiati e archi non indossava lo smoking col fifì, perciò la musica che saltava fuori era indubbiamente “musica non colta”, ma come tutti sanno, alla fine ciò che conta davvero è che, “colta” o “non colta”, la musica, nella buona e nella cattiva sorte, aiuti a colorare la vita.

 

Così nonostante Burt Bacharach non ci sia più, c’è ancora Elvis Costello che continua a cantare con classe gigantesca le sue (di Bacharach) “Tears At The Birthday Party” e “The Sweetest Punch”, con tutti quegli arrangiamenti bacharachiani che nella stessa canzone portano dal riso al pianto. Tutto quello scatenamento di emozioni improvvise, come passare dal giorno alla notte, che, in fondo, è riuscito solo a pochissimi artisti. Solo ai più grandi: quelli che hanno scritto canzoni come “I Never Fall In Love Again”, “I Say A Little Prayer”, “Walk On By” e chi più ne ha, più ne metta.

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