Il ritorno di Mina divinità fuori dal tempo e dallo spazio

Preceduto dal singolo “Volevo Scriverti Da Tanto”, esce “Maeba”, l'ultimo album della cantante che non rinuncia a esserci, a vivere al nostro fianco, a sfidare le regole con un canto che pare quello di una sirena

18 Marzo 2018 alle 06:00

Il ritorno di Mina divinità fuori dal tempo e dallo spazio

Mina (foto LaPresse)

Mina. Mina universale, immutabile, perenne. Attraversatrice di secoli, classico vivente, descrizione, ricordo, simbolo, incarnazione di una definita, percepibile stagione italiana, all'alba della modernità condivisa. 40 anni fa Mina decide di sottrarsi allo sguardo nazionale. Entra a far parte di una fin lì ignota quarta dimensione della celebrità, in cui il tempo si sospende, lo spazio diviene distanza infinita (anche se, lo sappiamo tutti, lei è sempre lì, a Lugano, sull'uscio d'Italia, in una nicchia protetta e benestante, comunque a un tiro di schioppo da Milano, per un business, un caffé, una visita). Così facendo ignora, sbeffeggia la sua età anagrafica (78): semplicemente non si mostra più in pubblico e non rilascia interviste, ma non smette di passeggiare per le strade della sua città, non è una reclusa, come invece scelse di essere Lucio Battisti. Diventa una celebrità di prima grandezza che decide di amministrare una inedita, diversa ma possibile, continuazione del proprio esistere nello sterminato immaginario condiviso. Certo, perché Mina non ha mai smesso di essere Mina, “quella” Mina, quella del Sabato Sera, dei duetti con Alberto Lupo e Johnny Dorelli, delle ospitate coi leoni dello spettacolo, Sordi, Totò e gli altri, che arrivavano a renderle omaggio, invariabilmente facendole una garbata corte televisiva. Così facendo Mina rivoluziona il principio del rock'n'roll (al quale peraltro appartiene di diritto) che è a morire giovani e al colmo dello splendore che si ha da guadagnare, se non altro, l'eterna gioventù e una rilucenza destinata a restare intatta, Mina amministra un cambiamento più sottile e profondo, più comprensibile per la mentalità di quel pubblico che l'aveva amata e studiata maniacalmente – e che così può continuare ad amarla senza incertezze o malinconia.

 

 

Mina si è ristretta, asciugata, condensata fino a divenire, anzi a identificarsi con la cosa che per conta di più: la voce (molti non condivideranno: per loro Mina è prima simbolo che espressione, prima deflagrazione del nuovo che celebrazione del virtuosismo, prima immagine che gorgheggio). Ma lei ha voluto così, per stanchezza, noia, per quel cinismo che le ha fatto selezionare la migliore uscita di scena possibile, tra gli osanna, in direzione di una libertà di avere tutto il tempo necessario per fare ordine e chiarezza nella sua vita privata, fin lì, improntata al caos.

 

Nello studio di Mina a Lugano per il nuovo album "Maeba"

In uscita il 23 marzo. Un duetto con Paolo Conte, inediti e cover

  

E questa seconda vita di Mina è continuata per un numero sbalorditivo di anni. Senza diventare mai fantasma – né di sé, né della sua leggenda – raggiungibile per i pochissimi che le interessava vedere, facendosi lei stessa promotrice di conoscenze, collaborazioni, vere e proprie iniziative d'impresa in quel mondo della musica italiana che conosce come fosse il suo acquario, perché è stata tra coloro che l'hanno edificato. Al pubblico, “grande” e unanime, propenso la mattina dopo a discutere della sua ultima toilette o dell'acconciatura clamorosa con cui di nuovo aveva provocato la notte italiana, di lei sono rimaste solo delle canzoni nuove, che periodicamente e puntualmente, ha messo in circolazione, con nuovi album, registrati in intimità ma non in clandestinità con la fedele collaborazione del figlio Massimiliano, con quelle copertine grafiche ed algide, allusive, vagamente sperimentali, con un frisson d'arte provinciale e il vezzo di mostrare piccoli lembi del suo nuovo essere – gli inconfondibili occhi, oppure una guancia arrossata, un profilo, una ciocca di capelli. Mina c'è, canta per voi, a patto di non rispondere a chiamate fuoriscena. Non sembra interessata a lasciare che la storia (e la cultura, il costume, lo spettacolo) si occupi di lei, eppure pretende periodicamente l'attualità.

 

Esiste trasformandosi in brand, imboccando, chissà con quale forma di cospirazione creativa col figliolo produttore – un suono e una musicalità che si collocano fuori da mode, generi, stili. Seleziona e canta “canzoni italiane” pure, cercando meticolosamente un equilibrio tra forme, andamenti, ritmi e contenuti – amorosi, maturi e scettici, ma comunque appassionati e in prima persona. Un sound netto, lucido, infallibile, graziosamente a corredo della sua voce, della sua immanenza, del dispiegarsi e farsi beffe degli anni e dei crepuscoli, inconfondibile nella sua pasta, nella tenuta, nella palpabile pittoricità. Un gioco che potrebbe non finire mai, se Mina, sbertucciando le regole dell'universo, avesse lungo questi decenni, registrato dozzine, centinaia di canzoni, con quei riverberi, quei sassofoni, quelle partecipazioni speciali, e di qui in avanti disponesse che una volta ogni tre o quattro anni, un nuovo package con la sua inconfondibile griffe venisse distribuito ai suoi ammiratori, per le generazioni a venire. C'è un fattore fantasy in tutto ciò e pensiamo ci sia un fattore di fantasy nella favola che Mina ha voluto raccontarci.

 

Ora esce “Maeba”, preceduto dal piacevole singolo “Volevo Scriverti Da Tanto”. Ricomincia il composto carosello che la circonda periodicamente: indiscrezioni che suggerirebbero un ritorno sulle scene che non avverrà mai, la nascita di un canale YouTube ufficiale dove ammirare i suoi capolavori di quell'altra vita, quella in bianco e nero, così meravigliosa e seducente da provocare rimpianti, commozioni istintive e la sensazione che tutto sia così lontano, ma così lontano. Invece riecco Mina che dall'autoradio canta il suo nuovo successo: due esistenze che si sovrappongono, un passato così profondo e lei ancora qui, oggi, smagliante, un po' inquietante, la voce che arriva da Nonsodove, altre parole d'amore pronunciate dalla grande faraona. Divinità assurda e assoluta, che non rinuncia a esserci, a vivere al nostro fianco, a sfidare le regole con un canto che pare quello di una sirena: ci ammalia e ci porta giù in fondo, tra visioni e impressioni inafferrabili, mentre balbettiamo, accenniamo “Se Telefonando” e, ascoltandola, cerchiamo di capire cosa ci stia succedendo.

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  • perturbabile

    18 Marzo 2018 - 20:08

    (cont.). E chi poteva essere Massimiliano? 'Massimiliano è il bambino di Mina'! Stefano, ti raccomando di riascoltare i '60, specie certi lati B. Troverai le interpretazioni sublimi di tante canzoni di Carlo Alberto Rossi - 'Che vale per me', 'Eccomi' (il primo Eccomi) -, di Canfora ('Soli', 'Nè come nè perchè', la sigla di uno Studiouno 'Sono qui per te', il pezzo in giapponese 'Anata ta watashi', e altre), del divino Gianni Ferrio (non perdere 'Improvvisamente'! , la canzone sul colpo di fulmine! Ma anche 'Ora o mai più', quella sull'amore timido), di Martelli ('Era vivere' e 'I discorsi' che ha la delizia di un carillon). Sulla produzione di oggi, mi perdo anch'io in questo mare.... mi viene in mente un pezzo che è stato anche di ieri, ...in this world of ordinary people....I'm glad there is you': amo la sua interpretazione, oltre a quella di Lena Horne. Amo Mina, quanto Ella Fitzgerald. Un bacio è troppo poco? Allora, un abbraccio.

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  • perturbabile

    18 Marzo 2018 - 19:07

    Stefano (bene il tu?), hai scritto un articolo formidabile, centrato in ogni affermazione riguardante Mina, ed emozionante nella scelta dei ricordi, perchè lei è parte della mia infanzia ed essendo questa magica da ricordare, è magia nella magia. Non era magia per noi quando cantava cambiando vestito di continuo, ipnotizzandoci come un caleidoscopio? Anche noi eravamo tra i tanti emozionati del sabato, sulla seggiolina, a metà strada tra i grandi e l'attesa di lei: annunciata da quel 'Signori, Mina', che avrebbe innescato il batticuore. I grandi si regalavano long playing nominandola 'la nostra Mina' nella dedica, io ricerco oggi i suoi video con Totò (cui dava del lei), con Sordi ('Minona!'), Dorelli, Celentano ecc. Magistrale, elegante, si sa, ma anche semplice e graziosa: in un video dei '60 spiega la sovraincisione con carineria dolce. 'Mi considerano come una nipote', disse del suo pubblico, perchè era anche simpatica e, oltre ad apprezzarla, tifavano per lei.

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    18 Marzo 2018 - 10:10

    Da tempo una cantante olonico-virtuale. La foto di quanti anni or sono?. Beth Hart e l'altro talento, Amy Whineause, che purtroppo non c'è più la superano e, sopratutto attuali e contemporaneamente senza tempo.Capisco "come eravamo" e allora in bianco e nero; a colori l'esibizione reale, il sudore del palcoscenico l'applauso o i fischi, l'interpretazione non mediata dalla tecno.

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