Leonard Bernstein, il Karajan americano moderno più dei presunti moderni

Mario Leone

Santa Cecilia celebra il maestro a cent'anni dalla nascita

“L’amore per la conoscenza / Il poter lodare / La capacità di cambiare / L’abilità di amare e di insegnare

Il godere dei doni / La capacità di parlare e ascoltare / La capacità di cantare, ballare.

Lo stupore di capire ed essere capiti / L’amore di imparare / La gioia della gratitudine”.

 

E’ il 1989 e Leonard Bernstein si interroga, in questo scritto, su cosa sia la felicità. Risponde con la profondità e il tratto tipico del genio: profetico e disarmante, semplice nella sua complessità. Fissa con la penna, lui che usa bacchetta e mani, il suo mondo interiore, quello dell’anima e della mente, quello dei sentimenti più radicati e delle convinzioni granitiche. Usa le parole lui che è maestro dei suoni, di quelle melodie che l’hanno reso celebre ed eterno a soli cento anni dalla nascita. Morirà nel 1990 con una produzione corposa di composizioni, direzioni memorabili e insegnamenti. Oggi alle 13, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, l’Accademia di Santa Cecilia è stato presentato “Leonard Bernstein at 100”, concerti e mostra dedicati al compositore e direttore d’orchestra a cento anni dalla nascita. Sono intervenuti Antonio Pappano (direttore musicale dell’Accademia), Gloria Berbena (Ambasciata degli Stati Uniti in Italia) e Ruth Dureghello (presidente della Comunità ebraica di Roma).

 

Un mondo quello di Lanny, così amorevolmente soprannominato dagli amici del cuore, racchiuso nella Bernstein Experience, sito internet prodotto dalla Wgbh (piattaforma che offre contenuti culturali in rete) che per un anno intero trasmetterà video, audio e documenti inediti sul musicista americano. Accessibile liberamente 24 ore su 24, il sito approfondisce la concezione umanistica che Leonard ha della musica. Un dettagliato percorso nel tempo attraverso i momenti più importanti della sua vita e di quelli che, incontrandolo, non erano più gli stessi. I  pilastri della sua eredità, le persone che hanno contribuito alla sua formazione;  le testimonianze di amici e familiari. Tantissimi scritti, poesie, lettere, aneddoti divertenti di una vita per la musica.

 

Ne è così tratteggiata la figura di un artista dalla doppia natura: da un lato rappresentante dell’America per la sua affinità con il jazz o il musical, dall’altro legato al repertorio europeo come inarrivabile interprete di Beethoven, Schubert, Schumann e Haydn. Compositore prolifico con una produzione connotata dalla perfetta fusione del tratto americano con la veste “classica-accademica”. Come testimonia la collezione dei 25 cd che la Sony ha pubblicato per il centenario e premiata il 29 gennaio scorso con il Grammy nella categoria degli album storici o l’esecuzione, nelle prossime settimane, dell’integrale delle sue Sinfonie con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia.

 

Ha rappresentato in America quello che è stato Herbert von Karajan in Europa. Il direttore d’orchestra di riferimento, il primo americano a dirigere alla Scala. Innalzato dalla cultura del suo paese a simbolo di una tradizione musicale che poteva confrontarsi, pariteticamente, con quella europea. Anche come pianista. E’ uno dei maggiori interpreti del concerto in Sol di Ravel, suonato con freschezza e piglio unici. Nino Rota lo preferiva in quel repertorio addirittura ad Arturo Benedetti Michelangeli (a suo dire troppo raffinato). Un’esuberanza musicale figlia della conoscenza illimitata del mondo delle sette note.

Da alcuni colleghi del Novecento fu trattato con sufficienza, a volte deriso dai talebani dell’avanguardia che consideravano la sua produzione inferiore. Non si tollerava, nel “secolo breve” della sperimentazione, che si concepisse una musica scritta per essere semplicemente ascoltata, dal tratto originale e riconoscibile, non priva di arditezze armoniche senza mai scadere in estremismi senza senso, lui che era accademicamente inappuntabile e mai manieristico.

 

Moderno più dei presunti moderni coglie per primo il ruolo fondamentale dell’educazione, quella musicale in particolare, per la crescita delle nuove generazioni. Nascono così le Young people’s concerts, cinquantatré puntate tutte trasmesse in diretta dalla Cbs con Bernstein oratore, alla guida della “sua” orchestra, la filarmonica di New York. Quelle trasmissioni introducono alla musica generazioni intere, prese dal suo fascino magnetico e dalla singolare capacità di guidare chiunque nei meandri della musica. Così anche le prove con orchestre di giovani e meno giovani da lui dirette: quei momenti si trasformano in vere lezioni di arte e vita. Luoghi di estasi dove si perdono le coordinate di spazio e tempo. Dove il mistero è meno ignoto e il bello più evidente.

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