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Oltre il dissing

Ermanno Scervino, il nome che unisce Matteo Renzi e Giorgia Meloni

Fabiana Giacomotti

L'azienda di moda di Ermanno Daelli e Toni Scervino, designer e amministratore delegato, veste mezzo mondo di pizzi e giacche iper-femminili. Comprese la premier e Agnese Renzi

Al di là del dissing periodico e dell’ultimo scontrerello in aula in vista del Consiglio Europeo con grande uso di riferimenti al Festival di Sanremo, che ogni anno rinnova il proprio status di testo unico della comprensibilità nazionale, c’è un nome che unisce Matteo Renzi alla premier Giorgia Meloni, ed è quello di Ermanno Scervino, la crasi imprenditoriale-affettuosa che veste mezzo mondo di pizzi e giacche iper-femminili e nello specifico Agnese Renzi e la premier. Ermanno Daelli e Toni Scervino, designer e amministratore delegato, una vita e una bella tenuta insieme sulle colline attorno a Firenze e da dove riescono a vedere laboratori e fabbrica, iniziarono a vestire la moglie di Renzi quando era ancora sindaco della città. L’amicizia e le disquisizioni sul taglio degli abiti per le occasioni importanti sono rimaste vent’anni dopo, oggi che a Palazzo Chigi siede un’altra area politica perché, la storia ne è testimone dai tempi in cui Charles Frederick Worth riempiva i bauli dell’imperatrice Eugenia, la moda può avere le sue idee ma un bell’abito piace a tutti, e dunque Meloni, che per il settore rappresenta la taglia “petite”, molto presente per esempio in Giappone, è la cliente ideale di Scervino nonostante si serva anche da Cucinelli e Armani, sicuramente lontani dalla coppia fiorentina nel taglio e nella valorizzazione dei punti strategici che slanciano la figura.

 

Dicono che ultimamente i rapporti, già testimoniati da foto e incontri nella tenuta davanti alla sfoglia tirata a mano (a casa Scervino si mangia benissimo), si siano fatti più stretti. Chi pensa che, essendoci la minaccia terrorismo e due guerre alle porte, chi fa politica non abbia tempo per occuparsi del proprio guardaroba, soprattutto che non debba farlo, denuncia di sapere poco di politica, che si afferma attraverso i simboli e i gesti che la accompagnano fin dai tempi di Bruto e Giulio Cesare (non è un caso che ultimamente la coreografia sanremese di Sal Da Vinci sia diventata il sottofondo di ogni dibattito) e certamente zero del potere dell’abbigliamento. Donald Trump, il presidente che secondo una ricerca di Players Time usa un vocabolario di sole duemila ottocento parole, immaginiamo per farsi comprendere anche dall’ultimo dei contadini dell’Ohio sebbene in effetti non ci sia mai capitato di ascoltarlo in un discorso eloquente e forbito come quelli di Barack Obama, è anche il leader che non solo bada al proprio abbigliamento nel dettaglio a partire dalla cravatta rossa, punto focale e centro di irradiazione del suo look, ma come ai tempi della prima Publitalia impone uno stile riconoscibile anche ai membri del suo governo, in quell’ottica boy scout club men only, cameratismo e giù giù a scendere, che è sempre il debole degli uomini, let’s hear it from the boys.