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Il Foglio della moda - primafila

Senza saper fare il lusso perde legittimazione

Marco Granelli

Senza artigiani non c’è Made in Italy: difendere e rinnovare l’artigianato significa difendere l’anima stessa della moda italiana

C’è un’Italia che non fa rumore, ma fa la differenza. È l’Italia delle imprese artigiane che ogni giorno tengono in piedi la filiera della moda - dall’abbigliamento alla pelletteria, dall’oreficeria all’occhialeria - una delle colonne portanti del nostro sistema produttivo. Parliamo di quarantamila aziende, la metà del settore, per un totale di 460mila addetti. Pur vivendo una fase complessa a causa dei cambiamenti nei consumi e della concorrenza dei prodotti a basso costo provenienti dall’estero, gli artigiani della moda made in Italy conservano un patrimonio di competenze, manualità e credibilità unico al mondo. Eppure, non possono, non possiamo, possiamo vivere di rendita. La narrazione globale del lusso si sta trasformando. Nuovi Paesi avanzano: Cina, Turchia, Romania, Spagna, Portogallo. E investono in tecnologia e in reputazione. Noi italiani dobbiamo recuperare terreno proprio sul fronte della rilevanza narrativa di ciò che sappiamo fare. Il lusso non è più solo ostentazione. È identità, esperienza, autenticità. Le nuove generazioni – Millennials e Gen Z – cercano prodotti che raccontino una storia, che incarnino valori. E qui l’artigianato italiano ha una forza straordinaria: è autenticità per definizione. Quando nominiamo maison come Valentino o Giorgio Armani, celebriamo grandi marchi globali. Ma a che cosa ci riferiamo davvero? A un’idea di eleganza che nasce nelle mani, a una cultura del dettaglio, della proporzione, della misura. In una parola: celebriamo l’artigianato. Anche quando l’industria racconta sé stessa, mostra mani che cuciono, che tagliano, che rifiniscono. Copia il gesto artigiano, ne assume il linguaggio, ne mitizza il tempo lento. Questo ci dice una cosa semplice: senza artigianato, il lusso perde legittimazione. L’originale, alla fine, vince sempre. Eppure, diciamolo con franchezza: in Italia la parola “artigiano” non sempre gode della reputazione che merita. Per anni è stata percepita come sinonimo di ripiego, di seconda scelta rispetto ai percorsi liceali o universitari. È un errore culturale che paghiamo caro. Per questo, provocatoriamente, qualcuno suggerisce: cambiamo nome. “Artigianato”, “Confartigianato” suona troppo legato al passato, poco attrattivo per i giovani. Troppo tradizionale in un mondo dominato dall’innovazione e dall’intelligenza artificiale. Io dico: discutiamone, se serve.

Siamo pronti a interrogarci su come essere più attrattivi, più contemporanei, più comprensibili alle nuove generazioni. Ma lo dico con altrettanta chiarezza: non rinnegheremo mai la parola artigianato. Se il mondo copia il nostro linguaggio, se i grandi brand evocano la bottega come mito fondativo, se il consumatore globale cerca autenticità e “human touch”, perché dovremmo vergognarci di essere artigiani? Semmai dobbiamo fare l’opposto: restituire a questa parola l’orgoglio che merita. Raccontarla meglio. Difenderla. Attualizzarla. Artigianato non è passato. È impresa, è innovazione, è tecnologia a misura d’uomo. È sostenibilità economica e sociale. È qualità tracciabile. Non possiamo certo ignorare le criticità. Aree grigie e illegalità in alcuni segmenti della filiera della moda minano la fiducia dei brand e danneggiano la reputazione dell’intero sistema. Serve quindi un patto che integri industria e artigianato, innovazione e tradizione, sostenibilità e redditività, un patto fondato su trasparenza e controlli proporzionati, che non schiacci le piccole imprese ma valorizzi chi opera correttamente. Non possiamo limitarci a essere subfornitori invisibili di grandi gruppi globali. Dobbiamo promuovere la nostra identità, rafforzare la narrazione del Made in Italy come ecosistema contemporaneo. Tra le sfide più urgenti c’è anche e soprattutto il ricambio generazionale. Senza giovani, l’artigianato non ha futuro. E senza artigianato, la moda italiana perde la sua anima. Dobbiamo intervenire a monte: nell’educazione familiare, nella scuola, nella formazione professionale, nella cultura del lavoro. L’orientamento non può essere un adempimento burocratico. Deve essere un percorso personalizzato che valorizzi talenti e attitudini. Per troppo tempo le scuole tecnico-professionali sono state considerate una scelta di serie B. Oggi sappiamo che non è così. Formano competenze immediatamente spendibili, integrano teoria e pratica, aprono le porte a percorsi universitari tecnico-scientifici. Ma non basta formare tecnici. Dobbiamo formare persone e professionisti completi. La moda è economia, ma è anche arte, sociologia, cultura. Servono competenze umanistiche capaci di dare senso al prodotto, di raccontarlo, di inserirlo in una visione più ampia. Il vero lusso italiano nasce dall’incontro tra sapere tecnico e cultura del bello. In un mondo dominato dall’intelligenza artificiale e dalla produzione automatizzata, l’artigianato italiano rappresenta una forma di umanesimo applicato. Confartigianato è impegnata proprio in questo ambito, con progetti di orientamento, con collaborazioni con le scuole, le università, le piattaforme digitali. Parliamo ai giovani nel loro linguaggio, utilizziamo i social, entriamo nelle aule e apriamo le nostre aziende. Il nostro obiettivo consiste nel farci conoscere e nel creare un ponte stabile tra scuola e impresa. Far toccare con mano ai giovani cosa significa progettare un capo, tagliare un tessuto, modellare un gioiello, sviluppare un prototipo con strumenti digitali avanzati. Certo, c’è da lavorare, perché, da sempre e in tutti i settori, imparare un mestiere, padroneggiare competenze costa anni di fatica. Ci vuole passione, serve spirito di sacrificio per raggiungere l’obiettivo e trasformare in realtà un talento e un’ambizione. Non ci si improvvisa artigiani. E, proprio per questo, continuiamo ad essere orgogliosi di esserlo.

   

Marco Granelli è presidente di Confartigianato

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