Giovannino Guareschi con tabarro e nebbia,1953 (foto Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali)

Il foglio della moda

I cavalieri del tabarro e altre irriducibili ricercatezze

Giovanni Crippa

Un mantello antico che attraversa i secoli: il tabarro resiste al tempo e torna a raccontare l’Italia delle tradizioni vive

Ci siamo giocati in via pressoché definitivo il panno Casentino, l’ultima fabbrica è andata in liquidazione lo scorso ottobre e dunque per comprare quelle meravigliose lane arricciate dovremo rivolgerci al vintage, oppure frugare negli armadi delle mamme di gusto o, ancora, limitarci al ricordo cinematografico di Audrey Hepburn che entra da Tiffany nel classico Casentino arancio, tagliato dalla maison Givenchy. Però, possiamo ancora vantarci o, per meglio dire, ringraziare, i pochissimi che in Italia mantengono vive tradizioni millenarie attorno al vestire e che, abilmente, riescono a renderle perfino redditizie. Come, lo racconta spesso e ce l’ha raccontato con molta allegria qualche settimana fa Sandro Zara, fondatore del Tabarrificio Veneto a Mirano e del non troppo piccolo universo di brand che gli ruota attorno (Barena Venezia, Cini Venezia, tutti giocati lungo il filo della memoria e del rigore, tutti ricercatissimi all’estero e in particolare in Germania e a Londra), che potrebbe intrattenerti per ore su quei sei metri di tessuto, una sola cucitura, taglio al vivo, pistagno o colletto per proteggere bene le articolazioni del collo e non scivolare. E’ tutto quello che occorre per realizzare il tabarro ma in realtà, esige non solo una grande competenza, ma anche lane adatte e uno studio costante fra archivi, musei, case private.

 


 

Fino a non moltissimi anni fa, il Lago d’Orta e l’isola di San Giulio evocavano un’idea di bellezza malinconica, un luogo antico, un po’ fuori dal mondo, dove il tempo e l’acqua scelgono di rallentare. Le barche scivolano senza fretta, i muri trattengono umidità, i passi rimbalzano sulle pietre e appartengono a un’altra epoca. Qualche settimana fa c’è stato un guizzo, la “Tabarrata Nazionale” sul lago d’Orta, ad aumentare l’aria nuova del buon vivere, dell’amore per le cose belle e le tradizioni. Un’onda scura di panni circolari ha occupato moli e vicoli. L’assembramento di cento tabarristi è un colpo d’occhio che non si scorda, nella piazza del paese sotto le colonne del vecchio palazzo consiliare. I passanti si fermano, osservano, chiedono, poi capiscono che non è una rievocazione. Sotto l’insegna della Civiltà del Tabarro si raccolgono devoti di un mantello antico, femminile e maschile, che non è certo un travestimento, ma una dichiarazione di appartenenza a un gruppo multiforme ma compatto. Si ritrovano una volta all’anno per celebrare la loro passione, che è più un tratto di distinzione culturale che anagrafica o sociale. L’associazione ha un tesoriere che non gestisce alcuna quota perché l’iscrizione è gratuita. Non serve iscriversi su un sito o compilare moduli, l’unica condizione è indossare un tabarro. Basta il cerchio di lana sulle spalle. Arrivano da tutta Italia e non solo, con tabarri di guerra e da contadini, aristocratici o lisi, in cachemire o in lana spessa, grigi plumbei oppure colorati, già sulle spalle di irredentisti veneti, anarchici, nostalgici borbonici, amanti di tuniche nordafricane o asiatiche. Vi partecipano persone d’età, giovani e giovanissimi, professionisti e cultori della tradizione. Medici, ingegneri, intagliatori del legno, scrittori, operai, imprenditori metallurgici, dentisti, uomini di Chiesa e mangiapreti. Si osservano per misurare una cucitura, un collo, una caduta. L’appuntamento, la cui cornice varia di anno in anno (nel 2024 fu Lucca per il centenario della morte di Giacomo Puccini, il compositore che ha fatto del “Tabarro” il momento iniziale e iniziatico del suo “Trittico”), resta però sempre in luoghi ricchi di suggestione.

Scelgono il lago anche per una leggenda.

L’isola al centro delle acque viene liberata dai draghi dal futuro San Giulio, che vi arriva solcando il lago sul proprio mantello. È la stessa isola dove Gianni Rodari fa vivere due volte il barone Lamberto, e tanto basti. L’idea che sul proprio tabarro si possa volare sull’acqua accende gli sguardi. Per alcuni la giornata prevede un momento in chiesa, un prete intabarrato, qualche minuto di raccoglimento. Inevitabile penitenza prima di una mangiata che sarà anche quest’anno memorabile, e nei bicchieri ben colmi di nebbiolo dell’alto Piemonte. Dietro la Tabarrata annuale non c’è solo una moda passeggera, ma la storia di un capo capace di attraversare intere pagine della storia d’Italia, anche musicale. Il tabarro affonda nella romanità imperiale, forse nella trabea. È un mantello ricavato da un cerchio perfetto di lana follata, senza maniche, con un collo a pistagno, talvolta con un cappuccio contro le intemperie. Un capo nato per fare fronte all’esigenza di coprirsi, ben prima che di soddisfare l’estetica. Nel Trecento diventa quasi divisa per medici e magistrati, poi attraversa stagioni alterne, uso popolare, ritorno tra le classi agiate, eleganza nei primi anni del Novecento. Lo indossano pastori, truppe al fronte della Grande Guerra, migranti diretti verso Stati Uniti e Sud America. Nel secondo dopoguerra viene sostituito inesorabilmente dal cappotto e subisce diffidenze politiche, o forse paga soltanto l’eccesso di memoria, troppo simile al look irrimediabilmente rétro di un Don Camillo in bicicletta. Quando le pedalate sembravano ormai stanche, uno scatto improvviso lo riporta in vita. Quest’anno la Tabarrata ha presentato anche due archivi, quello del Museo Civico Architetto Contadina Fanchini di Oleggio e quello del Museo Rossini di Novara. Tabarri esposti, ma anche indossati. Perché non c’è nulla di più durevole di un tabarro e nulla di più efficace che raccontare storie di nonni e bisnonni infilando le braccia negli stessi panni, sentendo sulle spalle lo stesso peso. L’archivio non resta in un armadio, non è solo oggetto da osservare in una teca trasparente, ma per un giorno cammina e rinnova una tradizione. E non sono soltanto attori o cavalieri a reinventarlo. Sono innumerevoli i casi di uomini che nella storia inventano il proprio tabarro. Sandro Zara racconta di un tabarro-tenda in lino bianco immaginato da Gabriele D’Annunzio, per coprirsi uscendo nudo dalle stanze del Grand Hotel des Bains al Lido di Venezia, raggiungere la larga spiaggia, bagnarsi in mare e asciugarsi usandolo poi come tendalino retto solo da un bastone. Nel 1974, Zara fonda il Tabarrificio Veneto, riporta il tabarro a Pitti Uomo, costruisce un archivio di tessuti e modelli, seleziona lane da pastori veneti e lanifici bellunesi, collabora con seterie veneziane favolose come Bevilacqua e Rubelli, stringe accordi con Fortuny lavorando a fodere sorprendenti, custodisce una tradizione che sembrava scomparsa. Alla fine della Tabarrata, come sempre, ecco la premiazione, momento goliardico e serissimo insieme, preparato per mesi ma poi improvvisato con spazzole e accessori distribuiti a un numero più largo possibile di tabarristi. Premio distanza, premio primo tabarro, premio baffo arrotato, premio tradizione e premio gioventù, che quest’anno è andato al piccolo Alberico Riccio, diciotto mesi, tabarro in miniatura firmato Tabarrificio Veneto e cappello rosso, mentre muove i primi passi sui vialetti dell’isola. Un mantello sulle spalle e l’acqua davanti a sé. Metafora di una vita in cui, protetto dal suo piccolo tabarro, dovrà sconfiggere diavoli e dragoni.

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