Foto Epa, via Ansa

Il foglio della moda - i vanti della moda

Gossip, dissing. I critici incompetenti che invadono Instagram

Claudia Vanti

Nel rumore infinito dei social, il rischio è che la moda smetta di essere creazione per diventare soltanto commento

Ormai quasi un decennio fa, dopo le sfilate di Milano del settembre 2016, fa usciva un articolo al vetriolo di Vogue.com che definiva “pathetic” i fashion blogger, allora fenomeno sociale in ascesa che aveva irritato le redattrici della testata fino alla levata di scudi. Oggi, la massa dei commentatori digitali è così estesa da chiedersi se questa critica su ogni sfilata, ogni uscita, in tempo reale (le sfilate vengono ormai trasmesse live), il più delle volte acida e pungente soprattutto da chi è costretto ad assistervi da lontano, non sia una trappola soffocante, velenosamente divertente ma ambigua, per i designer e per chi lavora dietro le quinte sulle collezioni, visto che tutti, sui social media, trascorriamo una percentuale importante del nostro tempo. Non tutte le opinioni hanno la stessa autorevolezza, ed esiste ovviamente una stampa di settore qualificata che ha la capacità di tradurre i codici stilistici e di renderli accessibili a un vasto pubblico, ma attualmente tutti – come nel calcio o in politica internazionale – si percepiscono anche esperti di moda, e ovunque alligna l’idea che allargare la platea delle voci critiche consegni un’analisi della moda più autentica (ma autentica in base a che cosa?) e democratica. L'effetto di questa sovrabbondanza di pareri alimenta un rumore di fondo votato al gossip, in definitiva svilente, che genera pregiudizi e distoglie l’attenzione dal prodotto.

Il sistema moda, per ragioni contingenti, ne è in parte responsabile: il toto nomi, effetto del giro infinito delle sostituzioni di direttori artistici, è solo una delle leve che innescano i polveroni social, dando l'idea che la moda in fondo si riduca più allo scambio di figurine che a un esercizio creativo, come se ogni avvicendamento fosse una mossa estemporanea di un brand e non coinvolgesse gli interi staff nella ridefinizione di un’identità, attraverso un lavoro che non ha bisogno di ulteriori pressioni social. Non tutti i commentatori sono improvvisati: alcuni riescono a comunicare con un linguaggio fresco, irriverente ma efficace, dimostrando una competenza effettiva, come Hanan Besovic di “I deserve couture”, gli anonimi di “boringnotcom” e Mandy Lee, trend hunter che vive la moda non solo come osservatrice. Il buzz mediatico, almeno in teoria, è funzionale al coinvolgimento del pubblico. Ma il più delle volte i capi vengono appunto commentati attraverso foto e video, cioè con una percezione distorta e inevitabilmente filtrata, rischiando di declassare a monte il lavoro di quanto non sia immediatamente instagrammabile. La critica è necessaria, e l’analisi spietata della “Fashion Police” di Joan Rivers - a scapito dei celebrity look - o delle Bucce di banana di Giusi Ferré fanno ancora scuola a distanza di anni. Il limite odierno è però proprio nel contenuto caustico pensato esclusivamente per aumentare le visualizzazioni e le interazioni; un limite che attiva la superficialità degli schieramenti (le “tifoserie”), dei giudizi sommari e tranchant, degli “errori stilistici” inappellabili attribuiti al creativo di turno.

Su questo aspetto, il critico di “FT” Alexander Fury ha espresso rabbia sul proprio account Instagram, rivendicando la professionalità di chi, come lui scrive con cognizione di causa, e sentendosi chiamato in causa dall’immensa quantità di internet slop, di sbobba Internet, che invade il feed di chiunque, l’inutile congerie di contenuti di basso livello che ruba la scena al lavoro creativo. I direttori artistici non partecipano direttamente alle diatribe che riguardano i brand di cui si occupano, ma sono moltissimi i professionisti della filiera coinvolti in discussioni e threads che è un eufemismo definire poco arricchenti, nei quali lo spirito vira verso l’acidità, la critica sfocia nel dissing e la disintermediazione si trasforma in conversazioni tossiche dopo le quali non è semplice tornare a lavorare con una lieta attitudine. Marc Jacobs, designer geniale quanto umorale, è stato spesso molto attivo e tagliente nelle risposte agli influencer e ai critici digitali, ma ora ha rallentato: il suo profilo Instagram privato è dedicato a materiale d'archivio e preparativi dell’ultima sfilata. Una sorta di detox social che, contemporaneamente a una collezione costellata da citazioni minimal, in contrasto con l’eclettismo a colori iper saturi dei suoi più recenti anni di carriera, ha postato un brano da un intervento del 1910 di Theodore Roosevelt alla Sorbona, nel quale il valore della critica è visto come relativo, e di come il merito vada piuttosto all’aver provato, a prescindere dal successo raggiunto o dal fallimento. Troppi battibecchi impoveriscono il discorso attorno alla moda, rubano tempo alla ricerca e normalizzano un diverso tipo di pauperizzazione: una battuta sarcastica gratuita fa meno danni di un capo Shein prodotto in spregio a qualsiasi norma? Nel dubbio meglio astenersi da entrambi.

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