Di fotografie e ricami. "Goldie", inedito di Marisa Veerman (foto courtesy)  

Il foglio della moda

L'arte di disciplinare gli spilli. Intervista a Marisa Veerman

Giuseppe Fantasia

Ex visual merchandiser tessile, l’artista australiana racconta la “drammaturgia silenziosa” messa in scena piegando e modellando stoffe su manichini

È nel punto esatto in cui l’immagine smette di descrivere e comincia a trattenere che l’opera di Marisa Veerman trova il suo respiro. Non si tratta di fotografia nel senso documentario del termine, né di semplice costruzione scenica, ma di un’arte della sospensione, di un arresto deliberato dell’istante che non congela il tempo, ma lo dilata, rendendolo più denso e percettibile. Australiana di Brisbane, l’artista proviene da un apprendistato singolare, “perché per anni “, racconta al Foglio della Moda, “ho lavorato come visual merchandiser tessile, modellando stoffe su manichini con la sola disciplina degli spilli. Quel gesto, quel piegare, appuntare e tendere”, aggiunge, “conteneva già una mia drammaturgia silenziosa.

Quando, poi, la fotografia è entrata nel mio orizzonte, non ha sostituito il tessile, ma ha finito con l’assorbirlo”. Oggi le sue immagini sono superfici attraversate dal filo, ricamate, incise e velate da una cera che le avvicina alla pittura antica più che alla stampa contemporanea. La sua prima personale italiana, “Il filo dello sguardo”, presso la Camilla Prini Gallery di Milano, che verrà inaugurata il 12 marzo e proseguirà fino al 17 aprile, offre l’occasione per osservare da vicino una ricerca che ha già attraversato l’Australia e gli Stati Uniti, dopo il riconoscimento del Rotary Art Award per la tecnica mista.

I premi, come sempre, sono un dettaglio laterale, perché è decisamente più interessante la qualità atmosferica delle opere.

Ecco, quindi, che nel caso di Veerman, i modelli sono messi in scena come figure fuori asse, immerse in una luce morbida, talvolta lattiginosa; i tempi di esposizione lunghi sottraggono nitidezza per restituire densità emotiva e gli stessi colori affiorano polverosi, mai squillanti, come se provenissero da un lessico interiore più che da una tavolozza. Ogni tinta è un intervallo tra il rosa e un blu che trattengono una vibrazione ambigua, una malinconia che non indulge mai nel patetico. Il silenzio, nelle sue immagini, non è vuoto ma struttura. “Non allude a un’assenza”, precisa, “ma a una disciplina dello sguardo”. La vera musica è il silenzio. Tutte le note non fanno che incorniciarlo, scriveva Claude Debussy. Veerman sembra lavorare in questa fenditura dove l’immagine è la cornice di un silenzio che precede e segue. Le figure appaiono raccolte in una zona intermedia, come se l’istante fosse stato dilatato fino a diventare spazio abitabile. C’è poi il ricamo che introduce un tempo ulteriore dove il filo non serve a decorare, ma a incidere la superficie fotografica con una pazienza quasi ascetica. Ogni punto è una ripetizione che modifica impercettibilmente il ritmo dell’immagine.

La manualità diventa gesto analitico, attraversa la fotografia, la contraddice, la rende porosa e la vernice a cera, stesa a pennello, unifica e al tempo stesso (s)vela il tutto, producendo una qualità pittorica degna di nota. “Le mie opere esplorano anche un territorio fragile come l’infanzia, ma non si tratta di un ricordo edulcorato”, precisa, “bensì di una regione complessa in cui innocenza e inquietudine coabitano”. La sua relazione con l’Italia - anche biografica, attraverso un legame familiare con l’Isola d’Elba - aggiunge una risonanza ulteriore alla mostra milanese, e alla sua presenza, nei mesi scorsi, all’esposizione “Arte in Nuvola” a Roma, ma ciò che colpisce è la consonanza con una tradizione che ha sempre riconosciuto al colore e alla luce una funzione morale prima ancora che estetica. “Non cerco la nostalgia, ma quella soglia in cui la tenerezza e l’inquietudine si sfiorano. È piuttosto una forma di esposizione misurata, accettare che l’immagine possa essere attraversata da una crepa”. L’arte, per lei, ha una funzione riparativa, “ma non nel senso terapeutico che oggi si attribuisce con troppa disinvoltura a ogni pratica creativa, la moda in primis (ama le creazioni delle sorelle Nicky e Simone Zimmermann, anche loro australiane, ma di Sydney, benché partecipate dal fondo Style Capital che fa capo a Roberta Benaglia, ndr). “L’arte”, dice, “è un gesto di ricomposizione, e creare è un modo per rammendare ciò che dentro di noi si è lacerato. Riparare significa tornare a cucire ciò che è stato strappato, senza cancellare la traccia della lacerazione”. Il filo, allora, è segno visibile di una sutura che non pretende di rendere invisibile la ferita e l’opera stessa offre un luogo in cui sostare per riordinare interiormente il tumulto.

Guardare le sue opere significa accettare una sottrazione. Non accade nulla di clamoroso, eppure, nella sospensione che le immagini costruiscono, qualcosa si ricompone. Il silenzio diventa materia, il colore un pensiero, il filo una linea di continuità tra gesto e visione, una pratica che ricorda che l’attenzione è una forma di profondità. “Se qualcuno, guardando una mia immagine, sente di poter respirare più lentamente, allora il lavoro ha trovato la sua ragione d’essere”.

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