Foto Ap, via LaPresse

Questioni di filiera. Cioè di mani, ma anche di testa

Artigianato o industria. Il dilemma dei brand

Fabiana Giacomotti

Oltre a firmare il nuovo protocollo sugli Its, il sistema della moda italiana dovrebbe tagliare il nodo gordiano che la avviluppa in un racconto poco sincero, e alla lunga poco utile, sulla propria natura, e cogliere l’occasione per dare a questi corsi programmi che non formino solo tecnici, ma creativi

Mentre a Parigi proseguono le sfilate e Jonathan Anderson ed Anthony Vaccarello si qualificano come i due giganti di questa stagione (dicono che la ceo di Gucci, Francesca Bellettini, avrebbe voluto lui, con cui già aveva fatto faville in Saint Laurent, a capo del brand fiorentino, in luogo di Demna, ma è chiaro che la griffe francese possa permettersi scelte creative che a quella italiana, a cui spetta fatturare en gros per il gruppo Kering, non sono consentite), in Italia le due Confindustrie della Moda, inclusi cioè gli accessori, hanno siglato con il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara un nuovo protocollo di intesa per gli ITS “volto a rafforzare”, copio il comunicato, “il raccordo tra sistema educativo e filiera produttiva della moda, al fine di valorizzare i talenti, sostenere l’orientamento e favorire l’occupabilità dei giovani, in un’ottica di scuola aperta al territorio, dialogo intergenerazionale e cittadinanza attiva”.

 

Tre righe che vorrebbero dire tutto e niente, non fosse che, in effetti, rispetto al primo protocollo del 2021 e a tutte le iniziative di scambio e test con il mondo del lavoro promosso da Altagamma (“Adotta una scuola”) e le Confindustrie della moda ancora separate che forse farebbero bene a riunirsi come negli anni felici della loro fondazione, epoca governo Renzi, le iscrizioni agli ITS di sono aumentate, e così agli istituti tecnici di primo grado, mentre quelle ai licei e in particolare al classico, diminuite in modo drastico. Il nuovo protocollo assume anche una dimensione internazionale, dichiaratamente con azioni volte a favorire la formazione in loco di giovani provenienti da paesi extra-Ue, premessa alla possibilità di successivo inserimento nel mercato del lavoro italiano che è oggettivamente un’ottima cosa, sostenuta anche da esperienze di buon successo condotte lo scorso anno in Egitto e in Brasile. Eppure, non sono sicura di essere soddisfatta. Non ne sono certa perché – partiamo dai percorsi di carriera creativi e non tecnici, ci arriveremo a breve - le collezioni dei designer di ultimissima generazione e degli studenti italiani, certo non tutti ma diciamo in proporzione massiccia, denunciano in modo sfacciato, come fosse un’etichetta, una tecnica mediocre e vabbé quella si può migliorare nel tempo, ma soprattutto una scarsissima cultura di base, un’assoluta mancanza di curiosità e di volontà di approfondimento e un’adesione pedissequa agli stilemi del momento.

 

Ho visto con i miei occhi, all’ultimo Fashion Hub a Palazzo Morando, pur benissimo allestito e ancor meglio sostenuto, i risultati creativi di un’educazione alla moda limitata allo sfoglio delle figurine su Instagram e al laissez aller di una generazione di professori, effettivi o professionisti di settore prestati alla bisogna e in ogni caso digiuni di tecniche di insegnamento, per i quali gli studenti sono clienti, da accontentare perché pagano e dunque pretendono, e non da spronare, indirizzare, redarguire e, in caso, respingere. Da questo atteggiamento, che negli ultimi anni si è intensificato perché l’educazione alla moda è un gran business mondiale, stanno nascendo collezioni copia-incolla sulle tendenze del momento, i bustini di Daniel Roseberry e le giacche di Anderson vanno per la maggiore, proposti naturalmente in tono minore, dunque senza futuro oltre le foto di rito e gli applausi infra moenia, sempre che qualcuno fra i ragazzi che leggeranno questa constatazione sappia che cosa significhi ed è questo il punto.

 

Il punto, come scriveva anche Alberto Mattioli sul “Foglio” di ieri, citando l’ormai celebre sentenza della filosofa Agnes Heller secondo la quale fino ai diciotto anni bisogna studiare solo le cose “inutili” come il latino, il greco, la filosofia, la storia dell’arte, perché in questo modo si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto, mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose, a dover impensierire è questo doppio salto carpiato che si propone ai giovani perché diventino bravissimi con le mani senza però mai attivare la testa, cioè la memoria, l’esercizio del gusto e della critica. Questo non significa demonizzare gli ITS, al contrario, sebbene sia utile ribadire che i grandi creativi degli ultimi decenni, inclusa Miuccia Prada di cui ogni biografia cita, giustamente, la laurea in scienze politiche, hanno tutti compiuto studi classici prima di specializzarsi nella moda. Significa invitare associazioni e ministero a valutare programmi che mettano gli studenti in condizione di capire, oltre che di fare. Di educare artigiani e tecnici completi, nell’accezione storica, classicamente nazionale del termine, che risale alle corporazioni e a quelle botteghe da cui usciva Raffaello incaricato non solo di affrescare le stanze vaticane, ma anche di sovrintendere alla catalogazione dei reperti della romanità imperiale. Logos e tékhne insieme, ma logos assolutamente e senza sconti, e anche un po’ di Cicerone.

 

Prima di scrivere queste righe, e sfrondando fra i mille messaggi pubblicitari delle scuole e accademie post-diploma, anche statali si intende, sono andata a cercare i programmi degli ITS di primo e secondo livello legati alla moda sulla piattaforma Unica del ministero. In relazione agli indirizzi moda, ho trovato molte indicazioni interessanti su temi come la gestione delle materie prime e la “contribuzione alle funzioni creative per l’ideazione, la progettazione e la produzione di filati, tessuti, confezioni, calzature e accessori”, che suppongo dovrebbe accendere l’interesse dei ragazzi ma che in realtà prefigura un ruolo sussidiario, di complemento, e non una riga sul modo in cui tutte queste competenze acquisite potrebbero fare di un buon tecnico un grande artigiano, un ottimo imprenditore, magari un visionario. In ogni caso un professionista difficilmente inquadrabile nella categoria di “operaio specializzato” che, il presidente di Confartigianato Marco Granelli ne scrive in questa pagina, rappresenta ancora l’inquadramento statale per questa categoria di esperti e anche il motivo – il lessico e la cosiddetta “narrativa” hanno un’importanza fondamentale – per il quale tre generazioni di genitori hanno mandato controvoglia i propri figli nelle scuole che li formano. L’inversione di tendenza in corso, purché non rappresenti un pratico sottotesto alla vecchia massima popolare secondo la quale “con la cultura non si mangia”, rappresenta un’ottima occasione per trovare un punto di incontro, addirittura una fusione, fra le molte competenze che formano, o dovrebbero formare, il nuovo Made in Italy, e che, come mi suggeriva qualche giorno fa la presidente di Assocalzaturifici e Micam, Giovanna Ceolini, trova la propria forza trainante, unica, nella capacità di trovare soluzioni immediate, che nel suo settore significa tecnologiche, ma anche creative, a problemi e idee che i da soli i direttori creativi non saprebbero affrontare.

 

Sì, mancano artigiani consapevoli del proprio valore, come ci ripetiamo da un paio di decenni, e mancano tecnici di altissima formazione che sappiano lavorare con la AI e intercettare le esigenze del mercato; ma non sarebbe male se sapessero anche trarre spunto da un dipinto per immaginare un’innovazione vera e spiegare le proprie competenze per iscritto con uno stile fluido che, conviene il presidente di Confindustria Moda, Luca Sburlati, è un tema gigantesco che nessuno ha avuto ancora la forza di affrontare ma sul quale sarebbe ora di concentrarsi.

 

A meno che, e in questo mi sovviene la famosa tirata di Alessandro Manzoni contro Cristina Trivulzio che pretendeva di mandare tutti a scuola e dunque “chi coltiverà le nostre terre”, al di là delle parole e dei protocolli non bastino appunto mani veloci e ottimi manovratori di pc e di pezze di pelle da goffrare, che è quanto ho visto di recente in una di queste fabbriche del lusso vero o presunto e che, a dispetto della ridondanza narrativa (in questo i brand sono bravissimi), non apparivano in nulla degli artigiani, come venivano proposti ai visitatori, ma davvero dei semplici operai, certamente in grado di sviluppare un prodotto finito, di “arte”, ma costretti a ripetere giorno dopo giorno lo stesso gesto, come in una fabbrica di centocinquanta anni fa; un’evidenza che, in un mondo dove le parole avessero ancora un significato reale, e la formazione fosse lineare e schietta, imporrebbe alla moda del lusso di percepirsi per quella che è, un’industria, e di agire come tale, investendo in ricerca e applicazioni vere, che è quanto sta facendo per esempio, e con molta onestà, il cosiddetto fast fashion che tale è sempre meno, e che, come nel caso di H&M, investe 200mila euro all’anno, non una mancetta, nei progetti di innovazione mirate a dimezzare le emissioni di gas serra per l’industria tessile. Tra le 450 idee e i venti finalisti, una è italiana.

 

Nasce dal Politecnico di Milano e dall’Università di Bologna. Se vincesse, avrebbe bisogno di grandi tecnici per essere correttamente applicata e sviluppata. Ma non semplici mani. Teste.

 

Rigore sensuale (e molto heritage rivisitato). Tre look dalle collezioni inverno 2026-2027 presentate a Milano e al debutto a Parigi in questi giorni. Dall’alto, in senso orario: la nuova declinazione di “le smoking” di Yves Saint Laurent, che quest’anno compie sessant’anni dalla prima uscita sulle passerelle, quando lo stilista, allora giovane ma per nulla inesperto, lanciò questo outfit che è sexy oggi, disegnato da Anthony Vaccarello, come a allora. La versione della celebre giacca “Bar” di Christian Dior, con gonna multistrato con bordi in broderie anglaise di Jonathan Anderson per Dior, e il completo in pelle nera di Fausto Puglisi per Cavalli (foto courtesy). Da Milano a Parigi, molte riletture degli ultimi Anni Ottanta e dei Novanta. Da segnalare, per tutti o quasi, il ritorno dei tacchi sottili e dei sandali, degli abiti sottoveste scivolati e delle giacche leggerissime ma strutturate.

Di più su questi argomenti: