La bomba pop di Gucci sulle sfilate di Milano

Tracksuit col borsello a tracolla, gli abiti aderentissimi, luccicanti e anche trasformabili da mob wife. Sexy, spudorata, grintosa. Il debutto di Demna ci ricorda come eravamo negli Anni Ottanta e come il mondo ci vede oggi. E che forse aveva ragione Ridley Scott col suo film. Radical chic, vade retro

Fabiana Giacomotti

Dunque, aveva ragione Ridley Scott. E avevamo torto noi italiani che siamo andati a cercare errori e cadute di stile in ogni singolo fotogramma di quel pastiche storico che è “House of Gucci”, che abbiamo disquisito per settimane sull’espressione trucida di Al Pacino perché no, in nulla assomigliava ad Aldo Gucci, che ci siamo sentiti tutti un po’ offesi perché in quelle due ore di banalità immerse nell’estetica mob à la Frank Sinatra leggevamo una percezione dell’Italia non consona alle nostre ambizioni. Poi, qualche ora fa, è arrivato Demna con la sua prima vera interpretazione dell’heritage Gucci, e mentre quella sorta di Stadio dei Marmi ricostruito in legno pressato e dipinto effetto travertino al Palazzo delle Scintille crollava sotto gli applausi, abbiamo preso coscienza che non è solo un cinquentenne georgiano sopravvissuto alla guerra a vederci così, ma che in fondo, e Milano con la sua estetica maranza ne è la prova più evidente, forse siamo un po’ così davvero. Non tutti, ma tanti. Non quelli che il governo etichetta come gli intollerabili “radical chic”, ma i tanti, tantissimi altri che indossano volentieri il borsello a tracolla, che mostrano senza problemi l’elastico delle mutande, che ciabattano con i mocassini piegati sotto il tallone senza problemi, che la canotta meglio se attillata e che, quando si “acchittano”, loro e “madame”, come usa dire fra i camerieri di oggi, scelgono in prevalenza jersey effetto glitter, jeans spalmati oro, stivali di coccodrillo, fourreau scollati sulla schiena fin oltre l’indicibile e infatti ecco un provvidenziale filo di jersey a sostenere il tutto, con un occhio a quella collezione Gucci di Tom Ford del 1998, così “calda”, così “hot”, che ce la ricordiamo ancora oggi, e che non a caso Demna ha fatto indossare e interpretare a una delle modelle di allora, Kate Moss, sempre ipnotica.

 

E ancora nuove forme di abbigliamento, da sempre l’ossessione di Demna, che includono tracksuit e abiti che evolvono in moderne trackdress; leggings fusi con il pantalone; giacche e top integrati in un unico capo ultra-aderente; e calzature che fondono scarpe in pelle e sneaker in una silhouette unica, con l’aerodinamicità di un’auto sportiva. All’iniziale sconcerto per quei culturisti in maglietta e jeans attillati che sembravano usciti dalle sfilate Anni Ottanta di Gianni Versace e soprattutto dai disegni coevi di Antonio Lopez (in prima fila, con Alessandro Michele, sedeva Donatella Versace, passata dallo status di stilista a quello di icona a prescindere), e poi allo scoppio di fou rire quando uno di questi giganti dalla fronte bassa e il bicipite gonfio oltremisura si è trascinato per tutta la passerella con lo sguardo attonito di Hulk, è subentrata la necessità di una riflessione. Le mob wives in pellicciotto sintetico, tacco alto e borsa (bellissima) portata vistosamente sul braccio, inguainate in pantacalze e crop top o le loro sorelle in chemisier floreale sono tali e quali “la Patrizia Gucci” originale, quella che noi di solo mezza generazione più giovane abbiamo conosciuto davvero, in quell’attico sfacciatamente sontuoso sopra galleria Passarella. In questa sarabanda di emozioni contrastanti, effettivamente le prime di questa settimana dove si sono visti progetti, o per meglio dire strategie, finalmente focalizzate e interessanti, ma non proprio strabocchevoli di eccitazione e divertimento, siamo usciti con la convinzione che non solo Gucci venderà bene questa collezione, e molto, a un pubblico che finalmente va delineandosi in via definitiva, ma ne abbiamo subito conosciuto i prezzi, perché mezz’ora dopo essere usciti un po’ frastornati dalla sfilata, da clienti storici ancorché ultimamente un po’ svogliati del marchio abbiamo ricevuto una mail che ci proponeva una parte non trascurabile dei pezzi della collezione appena vista nella modalità che il ceo di Kering Luca De Meo ha deciso di riprendere dopo che, da qualche anno, era stata abbandonata da tutti, e cioè il “see now buy now”, banalmente “vedi adesso compra subito”.

 

Per questo, possiamo farci agenti della maison e dirvi che i leggings di seta costano milleduecento euro, che la borsa modello “horsebit ristretto misura media” in pelle spazzolata 2750 e il giaccone biker in pelle con la striscia a contrasto sulle maniche nei classici colori Gucci, 6900. Gli entry price restano gli occhiali da sole a mascherina e le cinture, oggi come un tempo. Resta da vedere se questo basterà a ridare slancio al marchio, oppure se l’accento fortissimo posto sugli accessori (in paragone, gli abiti costano molto di meno), riporterà il marchio ad essere un fenomeno aeroportuale com’era prima dell’arrivo di Tom Ford. L’estetica di Demna è sufficientemente forte per scongiurare il pericolo, ma non ci sono dubbi che di questo trionfo di magliette, leggings e pantacollant godranno moltissimo i produttori di intimo e calzetteria a prezzi popolari, in primis Intimissimi. Incontrato prima della sfilata, De Meo si è detto molto fiducioso dell’operato del direttore creativo e della ceo Francesca Bellettini, “una coppia naturale”, convinto che “la squadra che abbiamo costruito loro attorno” saprà muoversi al meglio. E in effetti non ci sono dubbi che apprezzi molto il pragmatismo di Demna, che peraltro lui stesso si riconosce: “La mia visione per Gucci”, dice, si base sulla creazione di “oggetti desiderabili e autentici, capaci di accompagnare persone diverse, arricchirne la quotidianità e farle sentire bene. Prodotti che esistono e si affermano per ciò che sono, senza bisogno di giustificazioni pseudo-intellettuali”. Radical chic, vade retro.

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