il foglio della moda
"Gli abiti mi hanno salvato la vita". Mouna Ayoub si racconta
Dall’infanzia in Libano, il matrimonio con Nasser al-Rashid in Arabia Saudita, l’alta moda monetizzata come via di fuga, la nuova esistenza come imprenditrice. dopo l’asta record – oltre 6,1 milioni di euro – dei suoi capi Dior (una piccola parte, si intende). Il racconto della più importante collezionista mondiale di arte sartoriale
Parigi, 27 gennaio 2026, ore diciotto circa, sfilata Privé di Giorgio Armani nel palazzo di rue François 1er, la via delle holding del lusso mondiale che interseca avenue Montaigne. C’è molta attesa per la prima collezione firmata da Silvana Armani che, lo suggerisce l’invito ma ho avuto la fortuna di vederla da vicino la mattina, ha scelto la linea cromatica del verde giada. Una giovane signora bionda, certamente ricca e visibilmente statunitense perché nessuno al mondo tranne a Dallas sfoggerebbe ancora lo chignon laccato e frangiato di Linda Evans, si aggira impacciata nel suo abito da mezza sera, esistono ancora, in zona photocall, senza trovare il coraggio di mettersi davanti all’obiettivo di Stefano Guidani. “Don’t be shy, get a picture for your husband”, la incita Mouna Ayoub e le scappa un sorrisetto, perché una donna che ha costruito parte della propria fortuna vendendo gli abiti a cinque zeri che il marito le comprava impedendole però di indossarli in pubblico, anni chiusa in un palazzo di Riyahd in epoca pre-Renzi, pre-treni panoramici di Paolo Barletta e Arab Fashion Week e volenterosi tentativi di mostrare al mondo un volto inclusivo e democratico, deve essere parecchio spiritosa per suggerire una foto a scopo di armonia matrimoniale a questa cerbiatta spaurita dal lusso europeo come lo sono state almeno cinque generazioni prima di lei, dopotutto sulle ricche americane intimorite da una cultura che ignorano Henry James costruì la propria fortuna. Ma Mouna è appunto una donna spiritosa, e lo testimoniano non tanto le nove pagine di foto di Getty Images disponibili online solo sugli ultimi due anni della sua mondanissima esistenza quotidiana, ma anche il piglio con cui ha gestito, dopo una due giorni di esposizione all’hotel Bristol visitata da mille persone in paziente attesa in faubourg Saint Honoré sotto la pioggia, una nuova vendita di parte della sua sterminata collezione di abiti couture. La cosa è avvenuta il 29 gennaio e dunque oggi, 5 febbraio, sappiamo quello che è successo e soprattutto il record di incasso: 6,19 milioni di euro di ricavi per 126 lotti battuti. Maurice Auction e Kerry Taylor, che l’hanno gestita e non devono ancora essersi ripresi dalla gioia, hanno diramato un comunicato di giubilo. Come previsto, il capo più ricercato, una mise della celebre e contestatissima collezione couture “Clochards” di Galliano dell’estate Duemila, dipinto a mano e proposto con una base d’asta di 80mila euro, è stato venduto a mezzo milione di euro, e più o meno la stessa cifra hanno toccato altri capi della stessa collezione.
Di quella sfilata che i media dell’epoca accusarono di insensibilità e che fu all’origine dell’interesse del giornale di cui mi occupavo allora per la compratrice, all’epoca molto meno famosa di oggi, acquistò una decina di look. Fu l’unica al mondo, e lo fece per una ragione personale, di cui parliamo ventisei anni dopo via Teams, lei illuminata dal sole nel suo appartamento di Montecarlo dove risiede da anni, io in una grigissima Milano: “Nessuno sapeva interpretare come John Galliano il mio sentire di quegli anni, quella che volevo essere. I suoi abiti rappresentavano la libertà che desideravo dopo il divorzio. Erano l'espressione esteriore di cui avevo bisogno dopo anni di reclusione”. Reclusione tappezzata d’oro e illuminata da una cascata di diamanti, incluso il leggendario brillante giallo “Mouna” grazie al quale anni dopo avrebbe comprato da Bernard Tapie il Phocéa, trasformandolo in un charter di lusso, ma reclusione comunque, e conquistata senza esclusione di colpi, con i cinque figli restati in Arabia Saudita sotto la custodia del padre come nella più classica delle punizioni per le mogli ribelli dei romanzi ottocenteschi, ma anche un assegno da 63 milioni di dollari per ricominciare. Di quel divorzio, punteggiato da un best seller à scandale diffuso in mezzo mondo (“La verité”, venne tradotto in italiano da Sonzogno con un titolo da romanzo d’appendice: “Schiava di lusso”), e da un controcanto letterario ordito quasi certamente dal marito, che bello tirarsi fango alla Buchmesse di Francoforte e non nei video di “Falsissimo”, resta la memoria di una lista stupefacente di proprietà e beni ottenuti grazie ai suoi avvocati, inclusiva di un hotel particulier a Neuilly, due appartamenti di Montecarlo, oltre a proprietà a Memphis e Houston, gioielli, auto, e naturalmente i vestiti che, l’Islam non impedisce alle donne il commercio, aveva iniziato a trattare e gestire ancora negli anni del matrimonio con Nasser al-Rashid, “ingegnere e miliardario”, come recitano le cronache ufficiali, non sapendo bene in quale posizione collocarlo fra gli uomini più ricchi del mondo poiché, fonte Wikipedia, “il suo patrimonio personale non può essere valutato con grande accuratezza sulla base di informazioni pubblicamente disponibili”. Anche sulle proprietà vestimentarie della sua prima moglie (quella che voleva sposare in seconde nozze fu la causa scatenante del divorzio), il calcolo è poco preciso. Mouna Ayoub cita una cifra superiore ai cinquemila capi, ma qualcuno dice si avvicini ai diecimila; in ogni caso, nessuna residenza di metratura inferiore a Versailles potrebbe ospitarli, infatti sono conservati in un magazzino specializzato di Tours, a Balzac che vi era nato e aveva la fissa della moda “che non va lasciata i mano ai sarti” la cosa sarebbe piaciuta.
Parlando di umidità e di temperature, mostra un’ampia conoscenza delle tecniche di conservazione tessile, oggettivamente non scontata ma che forse, quando ci si trova in possesso di un patrimonio assimilabile a quello del Musée Galliera e si intende metterlo a frutto, si rende necessaria. Come accadde tre anni fa con l’asta di parte della sua favolosa collezione Chanel, quando un cappotto della linea couture inverno 1996-1997 di Karl Lagerfeld ricamato da Lesage venne battuto a 312mila euro, il ricavato servirà a finanziare le sue molte attività benefiche, incluso il sostegno ai giovani registi promosso dalle fondazioni che gravitano attorno al Festival di Cannes. Le piace moltissimo l’idea che il cinema possa “profiter” di un’arte “in via di estinzione come la haute couture” e che a loro volta i designer vengano aiutati a “sviluppare le loro visioni creative” da chi, come lei, può permetterselo, che è poi quanto le ricche signore hanno sempre fatto con l’alta sartoria, dai tempi di Elisabeth de Caraman Chimay, sempre ripagate con inviti, divertimento, scambi culturali e manifestazioni di affetto, peraltro quasi sempre reale e cementato da amicizie a lunghissimo termine. Per esempio, la sua con Lagerfeld, “molto veloce, molto educato, molto eclettico; uno degli uomini più brillanti che abbia mai incontrato”, o appunto con Galliano, “che dopo le sfilate si rilassava ballando tutta la notte in quel club di rue de la Boétie” (Le Madam) o ancora Gianfranco Ferrè, riservato, gran signore: “Non sono una grande collezionista di dipinti”, osserva; per me, il linguaggio dell’arte è la moda”. Alcuni di questi abiti, anche fra quelli messi all’asta, non sono mai stati indossati.
Tutti gli altri lo sono stati solo una volta, secondo la vecchia regola delle nostre mamme per le quali un abito fotografato e “visto” in qualche occasione importante, era un abito “bruciato”. Da sua madre e dalla sarta, “Juliette”, dove si faceva confezionare gli abiti a Beirut, Mouna Ayoub racconta di aver appreso i rudimenti della conoscenza sartoriale che “per capire gli abiti è fondamentale. Il gusto si può educare, ma per comprendere davvero un vestito bisogna conoscere la tecnica, decrittarne la fattura”. Per il suo primo abito di couture, appena sceso dalla passerella di Jean Louis Scherrer e acquistato per il matrimonio, nel 1979, dimagrì dieci chili in qualche settimana: “Era un tailleur bianco. Ci sposammo in ambasciata, mi convertii all’islam, ero molto innamorata”. Lei vent’anni, lui quaranta: come nel più classico degli Harmony - come avrete capito questa storia ha tutti gli ingredienti del romanzo popolare dal giorno uno – la giovane libanese conosce il futuro marito per caso, nel ristorante di Parigi dove lei lavora per mantenersi agli studi dopo essere fuggita dal Libano dove infuria la guerra civile; lui non è ancora diventato consigliere del re Fahd, ma è già un imprenditore ricchissimo. Un anno dopo il matrimonio, Mouna perde la madre, arrivano i figli, uno dopo l’altro, e l’aria si fa pesante anche nel palazzo dove, per passare da un’ala all’altra, è in funzione un trenino: non può guidare, parlare con uomini al di fuori della cerchia familiare, uscire senza essere accompagnata o senza indossare l’abaya. “Gli abiti diventarono il mio rifugio”. Mentre affina il gusto per l’investimento (è la prima a scommettere su Coca Cola quando sbarca a Riyad), vende anche i regali che le porta il marito dai viaggi di lavoro, approfitta di qualche viaggio a Parigi per assistere alle sfilate della couture e ordinare abiti, iniziando proprio da Dior, allora diretta da Marc Bohan. Nel giro di breve tempo, tutte le maison più importanti del mondo hanno un manichino con le sue misure, anche perché madame al Rashid non può viaggiare quanto desidererebbe e i bambini, in particolare il primogenito che avrà lungamente bisogno di cure, la impegnano a tempo pieno. Li lascia fra l’infanzia e l’adolescenza per trasferirsi in Francia, e a un primo ricevimento all’Eliseo, presidente Jacques Chirac, intuisce il potere ipnotizzante della couture sulla stampa e quelli che in Francia chiamano “le people”, il vecchio jet set, insomma i vip.
Mentre la sua autobiografia viene tradotta ovunque e le interviste in tv si moltiplicano, (si trovano ancora su Youtube ed assistere alle contorsioni dei conduttori per non lasciar trasparire l’invidia nei suoi confronti mentre lei gioca alternativamente e con astuzia la parte dell’ingenua o della Raffaella Pavone Lanzetti “industriala” è uno spettacolo esilarante), moltiplica gli impegni, il sostegno alle associazioni, in particolare a quelle che si occupano di educazione dei bambini. Ma non smette di comprare vestiti. Da qualche tempo, è fan di Daniel Roseberry, il direttore creativo di Schiaparelli. Dell’ultima collezione couture, presentata al Petit Palais dove occupava un posto centrale in prima fila, sfoggiando il ciondolo in ottone dell’invito, si è espressa con l’aggettivo “magnifica”. Immagino che le piume e i rostri innestati sulle giacche e quella visione radicale del vestire abbiano rafforzato la sua idea di moda come espressione di libertà assertiva. “Gli abiti”, sorride, “mi parlano”.
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