Ansa

il foglio della moda

Siete davvero sicuri di volere il nuovo?

Claudia Vanti

Oltre all'ovvia riflessione sul nostro bisogno di conforto da trovare nelle atmosfere passate, ciò che oggi manca è il tempo di leggere il presente e conquistare le persone con quel tipo di nuovo che anticipa i bisogni e i desideri, facendo incontrare la bellezza del design con le necessità commerciali

“Serve qualcosa di nuovo” è l’affermazione tranchante che si ascolta diverse volte a stagione in qualsiasi ufficio creativo di brand grande o piccolo, durante le riunioni condivise con il commerciale e la proprietà. Lo stesso concetto, formulato però come una domanda, rimbalza tra i corridoi delle fiere tessili, quasi che trovare un finissaggio inusuale, una mischia di fibre inconsueta, una tecnica di stampa inesplorata, possa placare l’ansia di novità che si percepisce alle presentazioni delle collezioni, nelle speranze dei venditori e dei buyer. Ma nessuno ha risposte da dare: il nuovo è materia fragile ed effimera, difficile da sintetizzare e riconoscere nella fase attuale di evoluzione sistemica della moda. Benché ormai tutti, o quasi, auspichino un cambiamento, di contenuto stile o di rotta, una riscossa del design che ritorni centrale e ci consegni qualcosa di inaspettato. Ma vogliamo veramente il “nuovo”? Oppure ci basta il dettaglio insolito, decontestualizzato e perciò spiazzante, l'abbinamento frutto del modello delle libere associazioni, preferibilmente a contrasto, che altro non è che styling e remix del già visto? Sono settimane che vediamo ovunque foto e video del 2016 ripostati da tutti in una ennesima ondata di nostalgia, innescata anche dal finale di Stranger Things (la cui prima stagione è stata rilasciata nel 2016 e ha appena chiuso il suo ciclo) e autoalimentatasi fino alle dimensioni di un gigantesco blog virtuale planetario. Al di là dell’ovvia riflessione sul nostro bisogno di conforto da trovare nelle atmosfere passate, la cosa che si nota di più è l’assoluta identità tra come ci si vestiva nel 2016 e come ci si veste oggi. Al contrario, se si confronta un anno qualsiasi del decennio 1970 con uno del decennio successivo le differenze sono abissali, segno che un’idea di evoluzione c’era, una voglia di novità immediata che corrispondeva a cambiamenti degli stili di vita e che, con una vitalità iconoclasta, portava a guardare con orrore i capi smessi di pochi anni prima.

 

 

 

“Quando guardiamo indietro […] riconosciamo subito un’estetica precisa. E questo, secondo me, lo abbiamo perso negli ultimi dieci anni»: ha riassunto così Walter Van Beirendonck, outsider geniale e portatore sano di spirito ludico applicato all’abbigliamento, al commentatore Bliss Foster, ed è proprio in questo mix indistinto nel quale si guarda con affetto e rimpianto al 2016 che la spinta a proporre una visione che vada oltre la prossima stagione viene meno. Van Beirendonck, come pochi altri, persegue la propria idea di moda e di futuro in modo totalmente individualistico, il che però isola il proprio codice stilistico all’interno di una nicchia minima. Nel quotidiano invece, “per fare numeri”, per salvare i fatturati almeno a breve termine, ci siamo rifugiati in micro trend derivativi e nostalgici, stretti tra progetti da realizzare in tempi minimi e possibilmente con un elemento distintivo che li renda facilmente comunicabili. Norm, common o weird core, cottage e dream core, grunge revival opposto allo streetwear (dato sempre in calo ma comunque presente nell’offerta di tutti i brand), a sua volta opposto a continui ritorni al formale: un'infinita serie di istantanee che si susseguono e si annullano l'un l'altra restituendo un’idea di frammentazione sempre più stancante. L’alternativa non può essere la sola soddisfazione della domanda corrente, rincorrere in qualche modo la clientela: è un esercizio piuttosto frustrante, che non giova a nessuno. E del resto, c’è un pensiero che prima o poi ha attraversato la mente di ogni designer assediato dal marketing: che ne sa il cliente? Non è il cliente sovra stimolato da troppe immagini, in fondo, a sapere che cosa gli piacerà di lì a poco. Quindi, quali sono i margini per un nuovo proponibile e possibile? Nella pratica ogni collezione è un esercizio funambolico che si dispiega in trattative per l'approvazione di un volume (questione di centimetri, non necessariamente di metrature da red carpet) o di un colore da inserire nella cartella di vendita - colore regolarmente ritenuto invendibile e sdoganato dal fast fashion poche settimane dopo – nelle rifiniture (il taglio al vivo entra e esce dai campionari in un’infinita partita a scacchi), e nei dettagli di confezione. In questi spazi interstiziali tra design e necessità commerciali, c’è ancora posto per sperimentare e proporre qualcosa di inedito. Ciò che manca semmai è il tempo di leggere il presente e conquistare con quel tipo di nuovo che anticipa i bisogni e i desideri. Per ora, il nostro sguardo di designer è alle collezioni Resort 2027, sulle quali siamo al lavoro mentre ancora non si sono svolte le sfilate autunno-inverno per la donna. In attesa della prossima richiesta di aggiungere qualcosa di nuovo alla collezione.

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