il foglio moda

Riflessioni sull'eccellenza. Unica. E di tutti

Fabiana Giacomotti

File interminabili per la mostra post-sfilata di Dior, folle per l’asta di Mouna Ayoub, migliaia di post per Valentino e il suo allestimento “kaiserpanorama”. La moda di fascia media è in crisi, ma la couture è in crescita e sta raggiungendo lo status intoccabile dell’arte. Non importa comprarla, basta poterla ammirare

Che cosa vuol dire, oggi, essere unici in un mondo di riproducibilità infinita, dove il lusso si è trasformato in espressione odiosa al punto di favorire l’uso di sinonimi e di parallelismi forzati e ipocriti - l’eccezionalità produttiva, l’intimità come forma di affinità sociale – mirati ad evocarlo senza scatenare l’odio dei social network in un mondo impoverito e incattivito? E che cosa significa potersi permettere il lusso, parola ma soprattutto nuvola, cloud semantica che Anna Wintour si rifiuta di pronunciare, adducendone l’obsolescenza? Fino a oggi, è esistito un particolare genere di moda e di universo sociale specifico, la couture e la sua clientela che, pur essendo accessibile allo zero virgola zero zero zero uno del mondo, meno di diecimila persone su otto miliardi circa, nessuno si è mai sognato di criticare. Gli abiti couture, come noto, sono realizzati interamente a mano su modello specifico di firma, vengono venduti al massimo a una persona per continente ma anche in pezzo unico, sono cari come appartamenti di media metratura nel centro di Roma e vengono realizzati secondo le stesse tecniche da quando a Venezia si diceva che vestire una dama costava come armare una nave. In effetti, per ricamare a mano chilometri di seta si impiegano dalle trecento alle quattrocento ore oggi come a metà del Cinquecento, peraltro da allora i salari delle sarte e delle ricamatrici si sono giustamente alzati e di parecchio visto che non se ne trovano più e gli atelier se le rubano a colpi di aumenti da dieci-ventimila euro all’anno e la AI non aiuta nemmeno a posizionare il disegno perché nessuna intelligenza artificiale avrà mai la sensibilità per decodificare e soprattutto scegliere le perline che potranno essere applicate su uno shantung o un raso duchesse di diversa trama e peso.

 

Dunque, fino a oggi e se si esclude il celebre scandalo della collana di Maria Antonietta e il cardinale de Rohan, sul quale soffiarono sul fuoco un po’ tutti e che infatti fu la causa popolare scatenante della Rivoluzione Francese, nessuno al mondo aveva mai messo in dubbio che quello zero infinitesimale avesse il diritto di comprare tutti i vestiti da mezzo milione di euro e i gioielli en pendant da dieci che voleva, anzi evviva perché i gusti costosi di pochi pagano lo stipendio di molti come già diceva ai primi dell’Ottocento il beato Antonio Rosmini. Era pacifico che il resto dell’universo potesse felicemente accontentarsi di ammirare quelle meraviglie da lontano o anche da vicino, vedi i bambini delle scuole elementari di Parigi che qualche giorno fa sono stati invitati al Musée Rodin per disegnare a loro gusto i modelli della strepitosa prima sfilata di Jonathan W Anderson per Dior e delle ceramiche dell’artista che li ha ispirati, la ceramista britannico-keniota Magdalene Odundo, peraltro ospitata alla Biennale di Venezia del 2022 con grande successo. Per giorni, migliaia di persone hanno atteso pazientemente sotto la pioggia di poter ammirare abiti che non solo non avrebbero la disponibilità per acquistare, ma nemmeno l’occasione di sfoggiare, a dimostrazione che la couture viene ormai unanimemente considerata come una forma d’arte, certamente indossabile ma anche no, e infatti Mouna Ayoub, che ne è forse la principale collezionista e che abbiamo intervistato lungamente a Parigi, ne ha acquistati a centinaia anche solo per il piacere di, esattamente come altre signore che, nel mondo, hanno fatto allestire i propri appartamenti con vetrine e teche museali per accogliere i pezzi che vogliono solo ammirare la sera, quando tornano a casa.

 

C’è chi acquista dipinti e sculture e ceramiche e arazzi e chi vestiti che possono loro tenere testa per abilità manifatturiera, e infatti non è un caso che, salvo il doloroso episodio di Giambattista Valli che abbiamo anticipato sul “Foglio” qualche settimana fa, la couture e in genere l’alta sartoria e la cultura del pezzo unico, anche maschile e appunto siamo assistendo alla scalata nelle classifiche dei marchi più amati dall’”old e new money” di marchi come Kiton e Stefano Ricci, in parallelo con l’aumento della ricchezza di pochi. Fulvia Bacchi, che guida il salone Lineapelle in apertura a Fiera Milano Rho l’11 febbraio per tre giorni, segnala appunto come le concerie di maggiore rilievo stiano sviluppando produzioni esclusive per i marchi dell’eccellenza manifatturiera e che nessuna di queste collezioni venga mostrata pubblicamente. A fianco di questa tendenza, molto evidente e appunto fino a oggi pacifica, assistiamo a un aumento della presenza di marchi dell’activewear di grande marchio europeo (Balenciaga) ma anche made in Usa: una fascia di abbigliamento premium di marca, vedi Alo Yoga dove è stata chiamata come ceo Benedetta Petruzzo, ex Miu Miu e Dior, appena arrivata in Italia con una vetrina in via del Babuino, a Roma, che risponde al tempo stesso alla disponibilità economica ridotta della fascia media, ormai esclusa dal pret-à-porter dell’impronunciabile lusso, e a una tendenza di stile per così dire rilassata, di volumi ampi, che emerge anche dalle passerelle e che vede la nuova, ultima propaggine nelle Birkenstock “da sposa” appena lanciate sul mercato per lo scandalo della vecchia guardia (sono adorabili, capite nulla).

 

Ma, per tornare al punto iniziale, questo equilibrio – la bellezza a cinque zeri per pochissimi da possedere, per tutti gli altri da ammirare nella pace sociale, vedi la collezione di Valentino che ha fatto scoprire a molti un bel po’ di storia del costume cinematografico Venti-Trenta e anche quell’esperimento di spettacolo mobile dei primi dell’Ottocento che fu il kaiserpanorama - è durato fino a lunedì 26 gennaio, quando la presenza di Lauren Sanchez Bezos alla sfilata di Schiaparelli prima e di Dior poi - alternativamente strizzata in abiti che certamente saranno usciti dai due atelier ma che, strizzati com’erano e tagliati sopra il ginocchio per tentare l’impossibile impresa di allungarle otticamente le gambe, apparivano come il prodotto di una sartoria di provincia, hanno scatenato una shitstorm mediatica che non si è ancora esaurita e che ha lambito perfino Condé Nast, accusata di voler sostenere le mire editoriali di mr Amazon e della sua impresentabile moglie, scarrozzandola per sfilate e atelier, a prezzo dell”integrità del suo messaggio”, citiamo a caso fra le migliaia di post e qualunque cosa voglia dire l’integrità di una casa editrice che sostiene da centovent’anni la commerciabilità del sistema. Nessuno mai, fino a oggi, nemmeno per Putin in Loro Piana, nemmeno per Melania Trump e benché nessuno stilista in possesso di un minimo di rilevanza mediatica voglia vestirla, si era accanito in maniera così feroce contro qualcuno che, avendo mezzi a profusione e vanità a sostegno, vuole entrare in “intimità” con la moda. Non le si perdona l’ineleganza assoluta, evidente e senza rimedio, ma neanche l’ambizione di volersi occupare di stile, in sostanza issandosi sulla valanga di stracci che vende il marito e di cui la massa si serve, suo malgrado, ogni giorno. Qualunque cosa accada nei prossimi mesi, da questa presa di posizione plebiscitaria e inappellabile – mentre la gente applaude le pop star in couture prestata, per lei che la compra sono arrivati insulti un po’ da ogni dove - emerge un aspetto positivo di cui la moda in affanno dovrebbe tenere conto, ed è che l’eccezionalità, l’unicità, la bellezza assoluta sono ancora valori spendibili. Sono considerate patrimonio di tutti, da tutelare e preservare. Non è poco.

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