il foglio della moda

La continuità creativa, una forma di rispetto

"L’idea che ogni stagione debba cancellare la precedente ha infatti prodotto un accumulo di immagini, di linguaggi e di vestiti che spesso purtroppo si esauriscono nel momento stesso in cui vengono presentati", ci scrive il direttore artistico di Zegna Alessandro Sartori

Ho iniziato a disegnare vestiti quando ero molto piccolo. Avevo cinque o sei anni e ricordo che mia madre, una sarta molto conosciuta nella nostra zona, mi faceva sedere su una sedia con due cuscini molto grandi per poter raggiungere il tavolo, mi dava un po’ di fogli bianchi a quadretti e una bella scatola di pastelli colorati, e mi lasciava disegnare vicino a lei, in un angolo del suo tavolo da lavoro, uno di quei grandi tavoli da sarto in legno massiccio. Se chiudo gli occhi e penso, posso ancora sentire l’odore dei tessuti o vedere i volti delle donne felici che si erano appena guardate allo specchio durante un fitting. Guardarla preparare i cartamodelli fatti di quella bellissima carta beige, cucire e realizzare splendide giacche in flanella o cappotti in cammello era incredibilmente bello e magico per me, ma ciò che amavo di più era la sua capacità di rendere le persone più belle, più felici, più interessanti e più sicure. Sarà anche per questo che ho sempre pensato che un manufatto frutto di decine e decine di ore di studio e di duro lavoro non potesse essere accantonato dopo poco tempo o peggio buttato, ma che al contrario andasse rispettato, mantenuto, curato, preservato. Unicità nella moda significa principalmente essere se stessi in un modo riconoscibile e autentico attraverso quello che si indossa e distinguendosi dagli altri e dalle tendenze omologanti. Non si tratta necessariamente di essere strani o forzatamente eccentrici, ma di creare un linguaggio visivo personale, che rappresenti la persona elevandone la bellezza, la personalità e soprattutto la confidenza. A livello personale alcuni, come me, lo fanno abbinando elementi di vestiario nuovi a capi o ad accessori vintage, altri attraverso un dettaglio che diventa la loro firma. Altri ancora scelgono invece colori o forme che valorizzano il loro corpo ed esprimono la loro identità personale. A livello di brand, invece, essere unici significa principalmente essere riconoscibili e desiderabili in modo esclusivo, distinguendosi in maniera netta e non facilmente imitabile in un mercato estremamente saturo e veloce come quello della moda.

 

Non si tratta esclusivamente di essere diversi, ma di possedere una serie di codici impossibili da confondere o una combinazione di elementi che rendono il marchio istantaneamente identificabile anche senza leggerne l’etichetta o l’insegna di un negozio. Ma come dare un senso importante al lavoro di migliaia di persone coniugando la necessità di creare, vendere e innovare unitamente ad una sostenibilità ambientale ormai imprescindibile? Nel sistema moda, l’equivoco unicità uguale novità è sempre stato particolarmente evidente.  L’idea che ogni stagione debba cancellare la precedente ha infatti prodotto un accumulo di immagini, di linguaggi e di vestiti che spesso purtroppo si esauriscono nel momento stesso in cui vengono presentati. Dal mio e dal nostro punto di vista invece, parlare di unicità significa rimettere al centro una parola che oggi sembra quasi fuori moda: continuità. Una continuità che non va confusa con la conservazione. Una forma di coerenza che non è immobilità, ma responsabilità nel tempo. In un sistema che misura il valore sulla velocità, scegliere il tempo come criterio è una forma di cambiamento culturale, ma soprattutto una grande forma di unicità. La continuità nella moda prende forma nel modo in cui i capi vengono pensati, disegnati, creati, indossati, abbinati e poi conservati e trasmessi. Nel modo in cui un guardaroba smette di essere una sequenza di stagioni e diventa un sistema coerente, una collezione fatta di elementi che si accumulano, si sovrappongono e si mescolano a prescindere dalle stagioni. Elementi che sono capaci di assorbire il tempo senza perdere identità. È da questa idea di continuità estetica e valoriale che nasce il concetto della nostra ultima sfilata: “Un armadio di famiglia”. Un armadio è molto più di un luogo in cui riporre e proteggere i vestiti. È uno spazio in cui conservare capi indossati e amati, dove la qualità è riconosciuta e il valore è salvaguardato. Un armadio di famiglia racconta un modo di vivere e uno stile, non un’idea astratta. Contiene il tempo, è fatto di strati ed è pensato per durare.

È il luogo in cui i vestiti vengono tramandati da una persona all'altra, come un'eredità che cresce di generazione in generazione. È quella sensazione di meraviglia che proviamo quando indossiamo una giacca che un tempo apparteneva a nostro padre o a nostro nonno, e che fa sì che i loro vestiti, e i nostri, continuino a vivere insieme. Per me, per noi, l’unicità non è mai stata soltanto un fatto individuale. È sempre stata legata a un’idea di responsabilità: verso le persone, verso il lavoro, verso ciò che resta dopo. Un sistema dove ogni capo è pensato, con coerenza, per avere un futuro, non solo un presente. Questo è ciò che dà pieno significato al nostro lavoro. Questo, più di ogni altra cosa, è ciò che distingue ciò che passa da ciò che resta. Per tutti quelli che rispettano il valore dei vestiti.

 

Alessandro Sartori, Direttore artistico di Zegna

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