Il tavolo di lavoro di Roger Vivier e un modello di calzatura con il tacco “virgule” nel suo atelier a Toulouse, nel 1984 (courtesy maison Vivier).
il foglio della moda
Di cuoio, acciaio e piume. Giornate di haute couture a Parigi
Segreti e riflessioni sull’arte del ricamo nella calzatura d’eccezione con la studiosa Nadia Albertini ed Elizabeth Semmelhack, direttrice del Bata Shoe Museum di Toronto, in occasione dell’uscita del primo libro di caratura scientifica dedicato al creatore Roger Vivier, oggi maison guidata da Gherardo Felloni
“Che occhio, hai scelto una seduta di Mies van der Rohe”, osserva, passando per uno dei salottini, una delle giovani studiose che in questi anni hanno arricchito e catalogato l’archivio non vasto ma sceltissimo, qualche migliaio di pezzi, di Roger Vivier, calzaturiere extraordinaire della prima metà del Novecento, oggi collocato con la sede e la showroom della maison che porta il suo nome, da quasi tre decenni di proprietà di Diego Della Valle che lo produce nelle “sue” Marche, in un palazzetto tardo barocco di rue de l’Université di cui raccontammo la storia nel numero di ottobre del 2025, in occasione dell’apertura dopo un lungo restauro. Il tema del pezzo unico, dell’eccezione, della meraviglia, che sottende a ogni collezione, ha fatto la storia anche personale di Vivier, nato nel 1907 e cresciuto dalla zia dopo la morte di entrambi i genitori per essere avviato allo studio della scultura all’Ecole des Beaux Arts che, il caso sceglie sempre modi interessanti per dare segno di sé, si trova a poche centinaia di metri da rue de l’Université. Se abbiamo poche tracce delle prime calzature di Roger Vivier, realizzate negli Anni Folli per Mistinguett e Joséphine Baker, molto di più sappiamo delle sue prime “collab”, che non sono appunto un concetto nuovo ma che proprio lui fu tra i primi a sperimentare, attorno alla fine degli Anni Trenta, quando la sua boutique, al 22 di rue Royale, attrasse l’interesse degli imprenditori americani di calzature I.Miller e Herman Delman.
Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, fu ancora Delman a offrirgli riparo negli Stati Uniti e un lavoro come disegnatore e progettista in esclusiva sebbene, con il razionamento e le ristrettezze imposte dal conflitto, si vide costretto a tagliargli stipendio e orario di lavoro. Ed è proprio in questo momento difficile che Vivier mostrò il proprio genio: dopo aver scoperto che i cappelli non erano soggetti a restrizioni (se vi siete mai domandati perché le commedie di Hawks o Sherman del periodo trabocchino di cappellini stravaganti, Rosalind Russell in “His girl Friday” ne porta di torreggianti, ecco la risposta), si ingegnò con le piume, e con l’amica Suzanne Rémy aprì una boutique che, nonostante la breve durata, ebbe grande successo e fece di lui un nome notissimo anche negli Stati Uniti, felice combinazione quando Christian Dior, pochi anni dopo, cercò un partner per le calzature. Il racconto di come fu che Vivier diventò l’unico nome al quale l’inventore del New Look concesse di comparire sulle etichette accanto al suo è molto interessante, molto complicato e se ne può leggere con dovizia di particolari nel bel libro “Roger Vivier. Heritage and imagination”, Rizzoli New York (finalmente un testo vero, di referenze e fatti verificati, utilissimo per gli studiosi, vale la spesa rilevante) curato dalla direttrice del Bata Shoe Museum di Toronto, Elizabeth Semmelhack. Fra i molti fatti e le tante interviste, nulla è più seccante di quei volumoni che usavano fino a una decina di anni fa di sola immagine e grafica invadente, spicca la voce netta della musa-maison, di Inès de la Fressange, che peraltro ha curato il bell’arredo del palazzetto, dunque anche il Mies sul quale ci siamo sedute: “Monsieur Vivier creò infinite forme di tacchi e usò una pluralità di materiali, dalla raffia alla paglia alla seta, il vinile e il velluto: era al tempo stesso elegante e stravagante, che oggi può sembrare un’antinomia”. C’è un secondo elemento di cui tenere conto nella storia passata e attuale di Roger Vivier, attraversata dalla direzione creativa di Gherardo Felloni. La aggiunge Semmelhack ed è la “joie de vivre”, l’elemento che, spiace riconoscerlo, manca sempre più spesso nella moda di oggi, dove le pressioni infinite di merchandising, “area commerciale”, taglio dei costi, traspaiono dai capi esposti nelle vetrine e si sa che una moda poco stimolante ha vita breve.
Su questo spirito, sulla civiltà della conversazione a cui rimanda, la curatrice ha costruito una serie di dialoghi che permettono di tracciare una storia della maison per più punti di vista, tutti molto intriganti: Catherine Deneuve, che per prima indossò il modello Pélerine, ispirato ai predicatori del Diciassettesimo secolo, in “Belle de jour” di Luis Bunuel, e che oggi riflette sulle difficoltà a cui la creatività della moda deve far fronte con la globalizzazione, la storica Florence Muller che esplora i rapporti fra Vivier e Dior, e ancora Nadia Albertini, studiosa dell’arte del ricamo, che ha dedicato le proprie ricerche alla storia delle maison Rébé e Lesage, il celebre atelier di ricamo nato nel 1858 e da ventiquattro anni di proprietà del gruppo Chanel, dove qualunque couturier, da Madeleine Vionnet e Jeanne Lanvin a Elsa Schiaparelli, Valentino, Dior e naturalmente Chanel, oggi in capo a Matthieu Blazy che si è appoggiato alla sua arte per la collezione couture presentata dieci giorni fa al Grand Palais, crea dei pezzi eccezionali. Nel racconto della collaborazione fra Lesage e Roger Vivier, i cui modelli ricamati anche da lui furono centrali nell’universo della haute couture, Albertini puntualizza come le fasi iniziali del suo rapporto con atelier che lavoravano esclusivamente a mano, e“con la grazia di una coreografia di danza”, si svolsero in realtà con Rébé. “Il processo prevedeva che Vivier trasmettesse innanzitutto il proprio disegno, attraverso il quale comunicava l’idea, l’intenzione creativa, oltre ai colori e ai materiali, mediante tavole estremamente precise. In alcuni casi l’atelier doveva ricamare soltanto la tomaia della scarpa, ma questa tecnica poteva essere applicata anche al tacco, come si osserva in molti modelli di Vivier. Il ricamatore”, aggiunge, ”doveva attenersi scrupolosamente alle dimensioni dei singoli elementi del modello, preparare un disegno tecnico dettagliato, quindi traforarlo e spolverarlo sul tessuto scelto dal designer. Il velluto, il raso o le altre sete preziose selezionate per le scarpe venivano accoppiati a una seconda tela, così da rinforzare il tessuto e conferire struttura alla calzatura una volta ultimata. Il disegno delle tomaie, sia destra sia sinistra (forse varrebbe la pena di ricordare che fino all’Ottocento che scarpe non venivano modellate per diversa calzata, ndr), veniva quindi riportato sul tessuto e montato sul telaio da ricamo. A quel punto poteva iniziare il lavoro di ago”. Spesso le scarpe di Vivier non presentano soltanto ricami. I suoi modelli più sontuosi combinavano infatti frequentemente paillettes e perline sulla stessa calzatura, un po’ come accade oggi con le borse “pièce unique” di Felloni. Per ottenere questo risultato, spiega Albertini, “il disegno tecnico stampato sul tessuto era composto da linee e forme essenziali, accuratamente distanziate per tenere conto dello spessore dei fili utilizzati, come cotone, seta, lana, metallo o una combinazione di questi, così come dei materiali applicati, per esempio perline, piccole perle, paillettes o strass.
Particolare attenzione veniva riservata alle zone più delicate, dove ogni ricamo o ispessimento doveva essere evitato, come cuciture e pinces, affinché la scarpa potesse essere rifinita correttamente dai calzolai. La tecnica prediletta per il ricamo delle scarpe era quella ad ago, piuttosto che il crochet di Lunéville, poiché questa tecnica di ricamo risulta più agevole attraverso il doppio strato di tessuto. Una volta completate, le tomaie venivano restituite a Vivier, che procedeva alla messa in forma, ovvero le montava sulla forma del piede, conferendo loro l’aspetto definitivo e aggiungendo suole e tacchi per completare la calzatura”. Di questo genere di calzature, che includono naturalmente il celebre modello Celebration studiato per Elisabetta in occasione della sua incoronazione, nel 1953, la storia della maison è ricchissima. Ma, come osserva Felloni, nel momento in cui si è avvicinato alla sua storia, ormai otto anni fa, si è reso conto che nella sua capacità di interpretare la realtà e l’evoluzione sociale, oggi Vivier avrebbe sviluppato con maggiore attenzione le scarpe piatte o gli stivali che per lui erano stati più che altro un divertissement – alti, ricamatissimi – “approcciando anche combat boots o sneakers”. Sneakers, peraltro, arricchite di fibbie di cristalli. ”Be’, sono un segnale, come dire al mondo, oggi devo combattere, ma indosso comunque dei gioielli”.
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