collezioni 2026
Sicurezza, memoria e tempo: perché la moda uomo 2026 guarda al passato per restare credibile
Riflessione e spunti dalle collezioni uomo del prossimo inverno, presentate a Firenze e a Milano. Con molti applausi a Zegna e Leo Dell'Orco, due parole chiave e un mantra, ricordando Valentino: non trascuriamo le rose
Se la domanda che rimbalza da un account all’altro da settimane, “di chi sono i nostri giorni”, che era suonata gonfia di retorica a Venezia quando “La Grazia” di Paolo Sorrentino inaugurò la Mostra del Cinema, ma che adesso sembra uscita direttamente dalla bocca dalla Pizia perché nessuna più di questa pare interpretare le troppe crisi che l’Europa e il Medio Oriente attraversano da tempo e che hanno trovato un ulteriore punto di orrore nel rogo del vecchio “Constel” di Crans Montana, in queste ore vorremmo aggiungerne altre due, entrambe un perfetto sottotesto al momento che vive anche la moda. La prima, pronunciata domenica dopo la sfilata della collezione inverno 2026, bellissima ancorché non sappiamo se quelle forme assottigliate, quei gemelli preziosi e quei polsini doppi converranno a un Occidente sempre più massiccio e becero, è di Miuccia Prada e va alla radice della natura della moda contemporanea, e al tempo stesso dei suoi scopi ultimi: “Cosa siamo in grado di creare partendo da quanto già conosciamo?”. Cioè, quanto dobbiamo essere “chiari e precisi” per aggirare, se non superare, “il momento scomodo che stiamo vivendo?”.
La seconda, tratta dal celebre articolo di Michael Specter sul New Yorker di settembre 2005, “The kingdom – In the court of Valentino”, una decina di pagine che molti di noi conservano gelosamente, perché mai è stato scritto un racconto più acuto, intelligente e seducente sull’universo del couturier che volle farsi re (e ci riuscì), è l’espressione di entusiasmo nel quale Valentino Garavani, scomparso ieri a novantratré anni, prorompe dopo aver saputo dall’intendenza della sua tenuta fuori Parigi, il castello barocco di Wideville, che “c’è stata un’esplosione di rose” e che dunque deve partire, interrompere subito l’intervista, il ritratto, qualunque cosa stia facendo, perché deve andare subito a vedere quella meraviglia: “Non si possono ignorare le rose. Quando esigono di essere viste, non si ha altra scelta se non andare da loro». When they demand to be seen, one simply has no choice but to go to them. Ecco. Da quanti anni uno stilista non ha il tempo, e non parlo di stravaganza ma di una necessità, di ammirare rose che chiedono attenzione? E da quanto tempo il mercato si è accorto che questa mancanza di tempo per ammirare le rose si è tradotto in una moda che si ha sempre meno voglia di comprare, perché un tempo, anche se non sapevi che chi aveva disegnato il vestito o quelle scarpe così desiderabili avesse rose da ammirare, venivi comunque avvolto dalla loro fragranza? Il rapporto col tempo, la sicurezza delle cose passate, il bisogno di trovare radici per meglio interpretare il futuro, cioè costruirlo su basi solide, potrebbe essere il motivo conduttore di questa tornata di presentazioni delle collezioni uomo inverno 2026 che, va detto, hanno segnato un momento di grande interesse non a Milano, ma a Pitti Uomo, insieme con l’evidenza che le idee più creative, la ricerca più interessante sui materiali, in questo momento non sta arrivando purtroppo dall’Italia, ma dalla Corea, dal Giappone, o da certi mix culturali che partono da Israele, fioriscono a Parigi ma trovano la propria produzione di eccellenza in Italia, che è il caso di Setchu, ormai milanese di adozione come Henri Beyle-Stendhal, sempre più un riferimento per la sua capacità di trasformare tradizioni della sua Kyoto in forme adeguate al desiderio di morbidezza e forme comode di oggi, oppure Hed Mayner, un nome che se i media e gli influencer non fossero pigri come invece sono, avrebbero imparato a conoscere già da anni, insieme con le sue giacche dalle spalle over e il punto vita segnato, sublimazione delle linee maschili degli Anni Quaranta, che lui ha saputo intuire come rassicuranti e al tempo stesso moderne prima di Demna. Sicurezza, trasparenza, famiglia.
Nel vocabolario di queste sfilate, di queste infinite cartelle stampa, di queste chiacchiere a bordo campo, è la prima volta che si nota tanta intensità di adesione al passato, di questa “appartenenza, anche mentre cerchiamo la novità”, che è quanto diceva ancora Miuccia Prada dopo aver mandato in passerella una serie di look che potevano sembrare ovvi – camicia, maglioncino, cappotto – solo a uno sguardo distratto, così come meritavano di essere guardati a vicino i pantaloni con le grosse pinces e i blazer blouson dai doppi colli e il “triplo petto” (un bottone in più che permette di aumentare le proporzioni, invenzione depositata) di Zegna, ispirati dall’armadio di famiglia, a Trivero, nel cuore della Valdilana da dove originano, appunto, le più belle lane nazionali. Abiti come un lessico famigliare (no, non il tremendissimo trio che ha rubato il titolo alla meravigliosa autobiografia dei Ginzburg per farne un esercizio di upcycling di valore men che scolastico, del tutto avulso dalla realtà di questo momento storico e incomprensibilmente premiato dal Fashion Trust), come pagine di un diario che, dice invece il direttore creativo di Zegna, Alessandro Sartori, “scriviamo lungo tutta la nostra esistenza”. Anche lui, come Prada, come Brunello Cucinelli che reinterpreta a ogni stagione l’asciuttezza dei guardaroba delle sue campagne umbre, come Kiton che guarda alla perfezione del taglio ricercato ossessivamente dal fondatore Ciro Paone e si ostina a fare tutto a mano, quattro macchine da cucire e centinaia di sarti, come Stefano Ricci che ritiene il micronaggio delle lane cashmere e la perfezione di un tricot un argomento degno di studio e di approfondimento, come il giovane giapponese Shinya Kozuka che costruisce un racconto di moda, fra grembiuli e lane cotte, attorno alla perdita di un guanto nella neve, e dove sono le nevi di un tempo, ecco, i brand e gli atelier che paiono avere qualcosa da raccontare oggi cercano nel passato, nelle origini, il motivo del loro lavoro.
“Mi interessa il senso di meraviglia che si prova quando si ritrova un oggetto appartenuto al padre, al nonno, allo zio”, scrive Sartori. “La scoperta che deriva dallo studio di altri modi di vestire, che spinge a provare qualcosa di nuovo; il dialogo silenzioso che si instaura tra corpi e modi di comportarsi”, perché un abito che passa anche solo di padre in figlio, sarà un abito diverso, modellato in maniera differente, e qualunque studioso di costume e moda sa che nulla è più affascinante, spesso commovente, di un abito indossato da diverse persone, che reca tracce di esistenze diverse. Piegata dalla crisi e da una serie di inchieste che forse porteranno a una maggiore attenzione sulla filiera ed è di certo un bene, ma di sicuro per il momento la stanno profondamente danneggiando sui mercati esteri, la moda italiana cerca verità e trasparenza, il presidente di Pitti Immagine Antonio De Matteis insiste molto su questo punto, anche quando lo fa per conto terzi, che è appunto il caso della storica produttrice Castor con Mayner, o dei tessuti Boselli da cui nasce, parzialmente, una collezione australiana basica, Warped – felpe e pantaloni, in buona sostanza, dalla mano grezza - ma che ha molto convinto il mercato. Mai si era sentita meno la voglia di buttare via il tempo, fosse solo per assistere a una sfilata, ed è forse per questo che c’era molta attesa per la prima collezione Giorgio Armani firmata da Leo Dell’Orco, ed è per questo che alla fine, l’applauso è nato spontaneo, in un certo senso liberatorio, perché per questa azienda che molti considerano al tempo stesso un patrimonio nazionale e personale, l’idea del declino che ne ha colpite altre, non ultima Alberta Ferretti con il gruppo Aeffe, sarebbe intollerabile. Ed è per questo che gli sguardi si sono posati, molto rassicurati, sui velluti cangianti delle camicie e delle giacche (lane opache e velluti mescolati anche alla sera, che bella idea), sulle molte sfumature di verde, su un’armonia speciale nasce dai contrasti, dalla sostanza che si prende gioco dell’apparenza, con i montoni dalla mano velluto e la seta che imita il denim. Un piccolo passo verso il futuro, senza voler mettere da parte neanche per un momento un passato ancora fin troppo vivo. A colazione, dopo la sfilata, qualcuno ha chiesto a Dell’Orco come Armani avrebbe commentato la collezione. “Avrebbe detto che stiamo imparando”.
N.B. Le foto sono state scattate durante i momenti di lavoro di questa fashion week