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1932-2026

Case, feste, quadri e amori di Valentino Garavani da Voghera

Michele Masneri

Voleva solo principesse e carlini, il rosso e niente “greige”. L'icona della moda italiana ha lasciato un'impronta indelebile, non solo con i suoi abiti, ma anche con il suo stile di vita fatto di eleganza e legami profondi

Iconico! Per una volta il termine, grado zero della scrittura da marchetta-comunicato, non suona esagerato o fantozziano. Lo stilista Valentino Garavani, morto a Roma, era nato a Voghera, città che ha regalato alla capitale e alla Nazione tutta tre personaggioni mica male. Lui, e poi Alberto Arbasino, e Maria Girani poi mitica signora Angiolillo. Vivevano o operavano nel Dopoguerra in un raggio di duecento metri, Valentino nel favoloso palazzo Mignanelli a piazza di Spagna dove oggi c’è la sua fondazione d’arte PM 23, la Angiolillo attaccata alla scalinata, Arbasino di là da porta del Popolo. Angiolillo non so, ma Arbasino e Valentino si conoscevano: stessa generazione, uno del ’30 e uno del ’32, entrambi enfant prodige (igonigi!) scampati alla provincia e diventati very internazionali. Oggi il Teatro Sociale di Voghera è stato ribattezzato proprio Valentino, grazie ai generosi restauri, ma a Voghera si ricordano ancora di arrivi in Rolls Royce blu (di ritorno da Cannes) di Valentino (mentre un’altra Rolls, rossa, Vavà, come lo chiamavano gli amici, la sfoggiava negli anni del terrorismo. Tiè).

“Nato a Voghera, rinato a Roma”, teorizzava Arbasino. Same: Con Giancarlo Giammetti, romano, Valentino aveva creato una leggenda del Novecento italiano. I vestiti, certo, partiti da una sartoria in via Gregoriana, inquilini di una signora un po’ gattara. Poi le clienti celebri, Hollywood, i grandi “department store”, l’abito di nozze di Jackie Kennedy. Ma i vestiti erano una parte di un “business model” e format forse più interessante nel suo insieme. Come molte coppie stilistiche, c’era uno più creativo (Valentino, appunto) e uno più sui conti, che era Giammetti. Si erano incontrati ancora ragazzini a via Veneto, uno appunto da Voghera con furore, l’altro figlio di un imprenditore di elettrodomestici romano che non aveva voglia di studiare architettura. Non si saprà mai in quale bar, uno sosteneva all’Harry’s e uno da Doney, e questo era uno degli sketch più divertenti (e di nuovo, “igonigi”) di un film-documentario che in tanti sappiamo a memoria, “Valentino-The last emperor”, storia a sua volta di un mondo finito, quello del giornalismo (il regista, Matt Tyrnauer, era al suo primo film. Era predestinato a diventare direttore di Vanity Fair America. Capì che l’epoca dei grandi giornali era finita, e si mise a fare altro. Valentino e Giammetti, due schegge, avevano capito, e accettarono). Il documentario uscito nel 2008 aveva seguito i due per mesi se non anni, raccontandone chalet a Gstaad e penthouse a New York, e castello a Parigi, e un maggiordomo (Michael) che segue tutto, pronto a tagliare con un forbicione le tende di un costoso gazebo per far prendere aria agli ospiti e di rifornire di vodka la principessa del caso. E poi l’addetto al lavaggio denti dei cani carlini sul jet privato. Il film si può guardare come sit-com esilarante, come documentario sull’alta società del Novecento, come viaggio tra i Maestri del colore. Comunque testimonianza di un mondo perduto in cui se eri stilista imparavi dalle tue clienti, che a loro volta avevano imparato da case reali, e alla fine di tutto questo indotto e di questa economia circolare qualcosa restava, ah se restava.

 

“I Valentini”, come qualcuno li chiamava, per dire Valentino e Giancarlo, sempre insieme, avevano fatto un carotaggio come nessun italiano prima (forse a parte gli Agnelli, e Sophia) al centro della terra di un universo novecentesco post proustiano fatto di Marelle e viscontesse de Ribes e Truman Capote e Studi 54. Quando ci parlavi, con loro, sembrava che gli fosse rimasto addosso qualcosa, una patina, una polvere di stelle novecentesca. Il carotaggio si era poi trasformato soprattutto in un modo di vivere, e di fare case. Per cui oggi che le residenze dei ricchi sono uguali dappertutto, e sembrano le case dei poveri che vogliono sembrare ricchi, nello stile “casa di calciatore”, i Valentini avevano seguito tutto un cursus honorum di Mongiardino-Klimt-Cetona aggiungendoci anche molto del loro, sui toni dello scuro e con molte frange. L’apparecchiaturadella tavola poi era fondamentale. Ed è curioso che dalla comune provenienza da quello strano territorio tra Pavia e Piacenza, da quel territorio in apparenza anonimo e nebbioso, Valentino e Armani, i due più grandi divi della moda italiana, adesso entrambi scomparsi, avessero generato palette tutte diverse, il famoso greige armaniano che era anche greige forse esistenziale, da nord punitivo, mentre i Valentini, smesso il lavoro, si divertivano molto. Erano più romani. L’America era comunque fondamentale. Il gran salto, Armani e Valentino e tutti, l’avevano fatto lì. Era un’epoca in cui vestire la first lady degli Stati Uniti era il non plus ultra, in cui un presidente americano era “il capo del mondo libero”, summa anche di eleganza morale, kalos kai agathos, insomma ci siamo capiti. Negli ultimi tempi, che pure Saks è fallito, per non parlare del mondo libero, Valentino e Giammetti avevano rallentato la loro fiesta mobile tra New York Gstaad Parigi per tornare a Roma: Valentino da tempo stava male, e dunque back dove tutto era cominciato, nella villa sull’Appia Antica, regina viarum, dove tra i ciottoli assassini cominciano e finiscono le vere leggende romane-internazionali (Loren, Lollobrigida, ecc. ecc).

 

Di nuovo al cinema: tra i vari primati, il loro fu il primo di quella che poi fu un’invasione di pellicole sugli stilisti. E non vogliamo arrivare a Brunello Cucinelli, però da Karl Lagerfeld in giù, tutti si buttarono nell’auto-racconto, ma nessuno con risultati del genere. Vinsero anche la tradizionale riservatezza, era la prima volta che una coppia di quel livello si metteva anche a nudo in un coming out cinematografico. Giammetti mi raccontò che quando il regista mostrò loro la prima versione chiamarono gli avvocati. Poi andò meglio: a parte l’ira di Marta Marzotto, che sbroccò perché il figlio Matteo all’epoca nuovo padrone della Valentino non era stato proprio trattato benissimo. Certo a pensarci oggi quel film era anche un grande funeralone della moda intesa in un certo modo, della grandeur dei marchi ancora in mano ai fondatori e non diventati colossi industriali con stilisti che vanno e vengono come ragionieri, ma anche di stilisti che sembravano avere un interesse anche per altro che non fosse “la moda!” (è stato l’ultimo momento anche in cui li potevi chiamare così, oggi sono tutti “direttori creativi” e devono sempre essere almeno “visionari”, oltre che “iconici”, altrimenti ti tolgono la pubblicità). Ma il film era anche assai divertente con le litigate rigorosamente in francese tra i due, i frequenti sbuffi di impazienza di Valentino, i botta e risposta nei momenti tragici. Dopo la conferenza stampa in cui annunciano di vendere, Valentino chiede: come sono andato? Giammetti risponde: “trop bronzé”. Dopo l’ultima sfilata, dove Valentino ha messo in croce il povero Giammetti per trovare l’ennesima idea di allestimento, e lui fa un deserto, “troppa sabbia, mancano solo la paletta e il secchiello”. A proposito di sabbia, poi c’era lo yacht, il TM Blue One, sulle iniziali dei genitori vogheresi, Mauro e Teresa, e Giammetti mi raccontò della suocera che era famosa perché la sera nell’atelier raccoglieva le spillette cadute alle sarte con una calamita. Sullo yacht andavano in scena da anni crociere con tutta la corte di amici romani-internazionali, una gran famiglia di fatto che comprendeva Carlos Souza, figlioccio della coppia, bel brasiliano, e i di lui due figli Sean e Anthony, che dovrebbero essere gli eredi, oltre naturalmente Giammetti, più fidanzati attuali e passati, più almeno qualche altezza almeno serenissima spagnola o francese, e Gwyneth Paltrow.

 

Una gran famigliona d’anima (altro che Michela Murgia!) che si spostava per festeggiamenti colossali in una fiesta mobile tra Lisbona e Portofino e Capri con case sempre aperte e fiori che dovevano sempre esser freschi pena memorabili cazziatoni; tutto questo con un uso di mezzi d’aria e di terra e di mare che in mezzo secolo avrà fatto girare l’economia italiana più del bonus facciate. In mezzo, c’era sempre Giammetti: che negli ultimi anni si dotava di uno yacht più piccolo, sempre un passo indietro. Ha fatto della protezione di Valentino la missione della sua vita. Ma mica debole, per niente. Anzi, gli piace avere l’aria del duro, a Giammetti, forse più di quello che è veramente. Quando ero andato a intervistarlo qualche mese fa per questo giornale aveva le mie domande che aveva preteso prima, stampate, e per prima cosa li strappò tutti, i fogli, davanti a me, lentamente, in piccole striscioline, stringendo gli occhietti, come un cattivo Disney, per vedere l’effetto che fa. Poi però quando gli chiedevi di Valentino cambiava tutto.

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  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).