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Il foglio della moda
Volumi giapponesi in luce italiana
Dopo quattro fallimenti ai concorsi nazionali, il designer Soshi Otsuki si era convinto che il suo stile non avesse spazio fra Firenze e Milano. Poi, ha iniziato a vendere nel segmento, in apparenza saturo, del formale e ha vinto l’LVMH Prize. E gli inviti, guarda caso, hanno iniziato a fioccare
È la prima volta di Soshi Otsuki in Italia e arrivarci come guest designer dell'edizione 109 di Pitti Immagine Uomo dev’essere una bella soddisfazione. "Sono ormai trascorsi quindici anni da quando ho provato - per quattro volte - a partecipare a un concorso di moda in Italia, e non ho mai vinto" spiega il creativo giapponese. "In quei momenti, ho pensato che le cupe atmosfere del Giappone mal si adattassero a un cielo luminoso come quello italiano e ho messo da parte l’idea. Adesso, è un grande onore poter sfilare qui a Firenze. Mi incuriosisce e mi entusiasma l’idea di vedere, oggi, l’effetto dei miei abiti sotto il cielo italiano". Nato nel 1990 a Chiba, circa quaranta minuti a nord-est di Tokyo e parte della immensa area urbana della capitale, si è laureato in Menswear al Bunka Fashion College.
Allo stesso tempo ha frequentato l'anarchica scuola di moda Coconogacco, dove l'immaginazione senza confini è l'unica strada maestra, acquisendo una formazione che incrocia conformismo e ribellione. Un mix che ha infuso nel marchio maschile eponimo Soshiotsuki, lanciato nel 2015. La seconda collezione era stata selezionata per concorrere al Premio LVMH 2016, senza esito, ma poi nel 2019 ha ricevuto il Tokyo New Designer Award. Non un novellino, quindi, la cui visione nasce dal suo personale interesse per le classiche arti performative nipponiche, che lui riformula in abbigliamento grazie a una meticolosa applicazione di tailoring e artigianalità, un percorso che lo ha condotto, infine, ad aggiudicarsi l'LVMH prize lo scorso settembre 2025 con una collezione che parla di Giappone, di sartorialità e un po' anche d’Italia. Il fatto che Otsuki porti questa rinascita del formale nella capitale della moda maschile potrebbe essere l'occasione, anche per la fiera fiorentina, di ripensare al proprio ruolo, di scuotersi dal torpore e di superare i cliché in cui è ormai intrappolata da tempo, osando e riscrivendo nuove regole estetiche per ridare vita a uno stile che è stato soffocato dallo sportswear, dagli anni di Covid e dal conseguente dilagare di abbigliamento casual, che ha ridefinito secondo parametri discutibili il concetto di eleganza. Lui, però, non ne ha fatto il suo unico segno distintivo, ma la parte di un processo creativo in costante evoluzione. Ne abbiamo parlato insieme. "Non mi sto concentrando consapevolmente sulla sartoria. È la tipologia di abbigliamento che porta con sé il significato sociale più forte e, semplicemente, è diventata il fulcro del mio lavoro perché ne ero anche personalmente attratto", mi spiega e aggiunge.
"Nel contesto del mio brand, la sartoria italiana mi ispira per il suo senso di teatralità e di estro. Quella britannica, invece, ha influenzato indirettamente lo stile di abito giapponese che propongo, poiché ha costituito la base dell’abbigliamento occidentale in Giappone dopo l’introduzione di capi diversi da quelli tradizionali durante l’era Meiji". È il periodo cruciale in cui prese avvio l’omonima Restaurazione, nel 1868, quando l’imperatore riassunse il potere e riaprì i contatti con il resto del mondo, dopo oltre due secoli e mezzo di isolazionismo a causa del dominio militare degli shōgun, dando l’impulso decisivo al moderno sviluppo del Paese del Sol Levante. Inoltre, Otsuki guarda a un altro momento d'oro della sua nazione, la bolla economica degli anni 80 in cui era una potenza in pieno sviluppo, con la colonna sonora city pop di Miki Matsubara e Mariya Takeuchi, in cui il successo degli uomini era certificato anche dagli abiti firmati da creativi italiani, soprattutto Giorgio Armani, status symbol a cui il designer ha reso un tributo nell'ultima collezione. Il risultato è un astuto mix che ha fatto impazzire il fashion system: le silhouette ispirate a quel decennio, che si ritrovano nei film di Takeshi Kitano e nell'iconica serie hard boiled "Abunai deka", sono caratterizzate da una palette che rimanda anche allo stilista italiano.
Una combinazione di nostalgia e costume, i riferimenti più ricorrenti nella moda contemporanea, sapientemente calibrata e valorizzata da costruzioni che coniugano sartoria e tradizione, dettagli moderni e tocchi di styling che, seppur regalando uno stile dall'aria vintage, non lo rendono eccessivamente cosplay. Si tratta di un linguaggio preciso, che sta portando avanti da qualche stagione con convinzione: "Credo che gli elementi superficiali siano destinati a svanire, mentre il nucleo resterà", spiega. "Se la sartoria britannica è, appunto, alla base di quella giapponese, è possibile che in futuro potrei integrare elementi di quello stile. Ma anche il nostro abbigliamento formale è un mio punto di riferimento, infatti proponiamo diverse varianti di completi grigio scuro come forma di sartoria giapponese che deriva dall'unica e indescrivibile tonalità di grigio, nota da noi come quella del 'recruit suit', spesso paragonata al colore di un topo di fogna (in tempi antichi, sarebbe stato assimilabile al color pulce; ogni epoca ha le tinte dei suoi parassiti, ndr)". In questo caso, Soshi Otsuki ha elaborato il concetto del cosiddetto “shu-katsu suit" (abbreviazione di shūshoku katsudō, cioè l'iter dei neolaureati che iniziano a cercare lavoro, ndr), che di solito è nero, fondendolo con gli abiti grigi firmati che i businessmen indossavano negli anni della bolla economica.
L'entusiasmo della moda per il lavoro recente di Otsuki e per questa collezione hanno ridato slancio all'abbigliamento formale sofisticato nella foggia di quarant’anni fa, che si spera scardini l'estetica fatta di giacche troppo corte e strette, pantaloni eccessivamente aderenti, strizzati sul cavallo e corti alle caviglie che ancora si pensa siano sinonimo di sartoria moderna. Ora, si tratta di far uscire questo gusto dalla nicchia e di trasmetterlo alle generazioni che, magari, un abito elegante non l'hanno mai messo e neppure visto: "Su questo punto, non ho un'idea precisa, però credo che la sartoria si allontanerà sempre più dall’uso quotidiano per diventare qualcosa di più raro ed eccezionale".