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Il foglio della moda
Inserimenti incongrui potenzialmente pericolosi (e altri drammi dei souvenir post-vacanza)
Gli abiti non sono cartoline che riproducono un dettaglio rubato o mémoire (Instagram è più che sufficiente a inondarci di scatti variamente pittoreschi), ma un segno identitario che ci accompagna nelle nostre personalissime esplorazioni
Un noto verso del poeta tedesco Paul Wühr (1927 – 2016) riassume così perfettamente lo spirito del viaggio da poter rientrare a buon diritto in una delle campagne di Louis Vuitton: “Che i nostri viaggi d’esplorazione non abbiano mai fine”. E non solo Vuitton potrebbe riconoscersi in questo augurio, ma la moda tutta: che cos’è infatti il viaggio se non una scoperta, un sogno da inseguire, e quindi il portare a casa ricordi, suggestioni, influenze, oggetti che mutano il nostro modo di vedere e di pensare, o più prosaicamente, dopo una breve pausa defaticante tra una scadenza e l’altra, una porta d’accesso alla prossima collezione da mettere su carta? I viaggi sono anche una fuga, per tradizione letteraria e non solo, ma per i designer di oggi, più che i lunghi soggiorni-rifugio di un Yves Saint Laurent a Marrakech, sono rapidi intermezzi tra una stagione e l’altra, fughe - peraltro limitate - da agende fitte di appuntamenti che riducono drasticamente il tempo dedicato alla creatività. Le vacanze consentono un temporaneo relax fisico, ma senza perdere di vista l’obiettivo primario: l’ispirazione veloce, un concetto da sviluppare in vestiti futuri.
Il risultato atteso sarebbe quello di un melting pot estetico che in passato ci ha regalato grandi collezioni e che però, da almeno dieci anni, è pressoché impraticabile per i rischi di appropriazione culturale che incombono, alimentati dalla riprovazione via social network. Il processo creativo supportato dai viaggi e dalle memorie trattenute nella mente, nei taccuini e nelle valige dei designer deve quindi districarsi dai rovi delle interpretazioni negative e degli scivoloni mediatici. Pur nell’attuale stato di disarmo del wokism integralista, vittima dell’effetto boomerang, alla moda (o meglio, al suo volto pubblico, con brand e stilisti di primo piano) è spesso richiesto un plus di impegno nella presa di posizioni di ordine morale, e il rischio di esporsi è alto, con la conseguenza che la potenziale ricchezza di concetti creativi “transnazionali” è vittima di autocensura preventiva. Tutto questo avviene mentre i tavoli degli uffici stile sono tuttora sommersi da capi, libri, gadget riportati dalle ultime trasferte dei creativi, e ancora pezzi di sublime artigianato locale, trouvailles de brocante o da mercatini ignoti e oggetti di incerta funzione acquistati al volo (ma non necessariamente meno interessanti) negli shopping mall di Seul e di Tokyo.
A questo si aggiungono i viaggi fatti con la mente (Gianfranco Ferré, grande viaggiatore in una fase della sua vita, ricordava sempre che i libri, narrativa compresa, erano il miglior mezzo di trasporto verso le mete lontane), e un’ispirazione che si alimenta tuttora con le mostre e con un gusto per il passato che, sebbene fin troppo citato, ci rassicura. Look di Iris Apfel mischiati alle tenute di Margaret Bourke-White (il suo lavoro è esposto ai Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia fino all’8 febbraio), redazionali di Veruschka fotografata da Franco Rubartelli e caftani anni Settanta sono l’abc del nomadismo chic che si ripropone ciclicamente. Processare una tale congerie di input e tenere conto delle potenziali trappole insite nel confine tra apprezzamento e appropriazione può sembrare un incubo, quantomeno nel dare una coerenza stilistica e concettuale a un progetto di collezione vagliando tutti i riferimenti, e spesso lo è, soprattutto per la miriade di giovani e giovanissimi collaboratori che abitano gli uffici stile, divisi tra l’entusiasmo per gli spunti da (ri)elaborare e una certa dose di ingenuità che fa incorrere in copia e incolla rovinosi. Siamo nel periodo post natalizio di rientro dalle vacanze invernali e, con qualche giorno ancora a disposizione per inserimenti dell’ultimo minuto in campionario (che, come un viaggio, è soggetto a cambi di direzione improvvisi), le probabilità di trovarsi sul tavolo da disegno un souvenir da collocare in collezione sono molto alte.
Occorre quindi una strategia per arginare lo scontro culturale, più criticamente identificabile come “inserimento incongruo potenzialmente pericoloso”. Sembra paradossale ricordarlo, ma studiare, e quindi conoscere l’origine e la storia dell’ispirazione, è la pratica più efficace per evitare brutte figure, ci vuole un tempo che a volte manca nei timing di collezione, ma è tempo ripagato dall’onestà intellettuale e dalla credibilità di una visione estetica. Gli abiti non sono cartoline che riproducono un dettaglio rubato o mémoire (Instagram è più che sufficiente a inondarci di scatti variamente pittoreschi), ma un segno identitario che ci accompagna nelle nostre personalissime esplorazioni.