Moda e archeologia. Uno scatto della mostra dedicata a Gianni Versace a Reggio Calabria, in corso fino a primavera
Il foglio della moda
Critiche circostanziate. Mostra mater. O matrigna?
Si moltiplicano le esposizioni celebrative dedicate a designer scomparsi. Attirano soprattutto un pubblico di non specialisti. Che sorvolano, per mancanza di preparazione, sulle molte pecche. Da Versace a Reggio Calabria ad Armani a Brera, una riflessione su un settore che meriterebbe la stessa attenzione riservata alle opere pittoriche
II più tradizionalisti, gli snob, i più conservatori, coloro che sono capaci di individuare un’aristocrazia nelle produzioni artistiche se ne facciano una ragione: ormai l’abito, con il suo carico di messaggi e valori, ha assunto la piena dignità di manufatto meritevole di essere ammirato in esposizioni e istituzioni museali di massimo prestigio. In Italia è tutto un pullulare di piccole e grandi mostre dedicate a precise epoche del costume o ai nomi più rappresentativi della moda internazionale, trattati con i riguardi e gli intenti celebrativi solitamente riservati ai grandi maestri della pittura o della scultura. Il paragone viene confermato anche dalle attenzioni e dalle premure che precedono e accompagnano la presentazione di un vestito: l’esposizione più o meno prolungata a una certa gradazione di luce, la temperatura del luogo, l’accuratezza della conservazione e del trasporto, polizze assicurative, manutenzione. È materia delicatissima. Persino una mostra indimenticabile e indimenticata come “Valentino a Roma”, che nel 2007 celebrò quarantacinque anni di moda del couturier alla vigilia del suo non proprio spontaneo addio alla moda e che potremmo eleggere come esempio virtuoso di questo tema, pur passando attraverso il controllo rigoroso di due personaggi come lo stesso Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, si concluse con un bilancio sanguinoso, o per meglio dire scolorito: la teca modernista progettata da Richard Meier per contenere l’Ara Pacis, super suggestiva ambientazione della mostra, si trasformò in un gigantesco microonde che “cucinò” molti dei capolavori sartoriali esposti.
Quelle che si immaginerebbero frequentate da giornalisti del settore moda e studiosi del costume, sono iniziative che sorprendentemente attirano i non addetti ai lavori, allettati dalla possibilità di osservare a pochi centimetri di distanza creazioni fino a quel momento visibili unicamente in foto o sullo schermo dello smartphone. E poi ci sono loro, che fanno tutt’altro mestiere e vivono in centri lontanissimi da quelli in cui la moda nasce e si sviluppa, ma che nelle chat Whatsapp o a cena parlano di “Donatella” e di “Miuccia”; così, col nome di battesimo, come se fossero ex compagne di liceo o cugine di secondo grado dalla vita particolarmente intensa: ho sempre pensato che siano loro a tenere ancora vivo il fanatismo, e la mania, per il mondo della moda. Tra le tante iniziative attualmente visitabili in Italia, ne isoliamo due che contrappongono - ancora una volta, come ai tempi dorati del prêt-à-porter degli anni Ottanta e Novanta - Gianni Versace e Giorgio Armani, celebrati il primo nella sua città natale, Reggio Calabria, e il secondo a Milano, nel centro che ha eletto come proprio e di cui è diventato uno dei pilastri, esponente di spicco e riferimento internazionale.
Il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, l’imponente palazzo razionalista di Marcello Piacentini a due passi dal mare, ospita infatti fino al 19 aprile 2026 la mostra “Gianni Versace. Terra Mater. Magna Grecia roots tribute”. L’intento è di portare il lavoro dello stilista nella culla del mito, all’origine delle sue ispirazioni più persistenti, accostando gli abiti a reperti magnogreci e immagini fotografiche in un percorso di assonanze. Il risultato finale conferma un’ammirazione sincera per Versace, ma è ingenuo e, soprattutto, non sembra raggiungere lo scopo iniziale: se, come i curatori, Sabina Albano e Fabrizio Sudano, dichiarano nelle interviste rilasciate all’inaugurazione, di Versace si vuole rivendicare l’anima del sarto che prevale su quella del designer, ci si chiede perché non siano andati alla ricerca di capi Atelier o di qualche costume teatrale, ovvero i campi in cui il designer esprimeva senza freni la sua frenesia creativa e, appunto, la sua sapiente e solidissima sapienza sartoriale. Quelli esposti sono capi prêt-à-porter, per carità stupendi e ancora capaci di suscitare la dolce nostalgia di noi che quelle camicie stampate e quei capi li abbiamo indossati o di chi li ha ammirati sulle riviste o in televisione, ma restano comunque dei prodotti industriali. L’allestimento, poi, ammassa abiti, ritratti dello stilista, immagini delle sue campagne pubblicitarie, accessori, piccoli plotoni di manichini e le magnifiche illustrazioni di Bruno Gianesi, che è stato direttore dell’ufficio stile di Versace fino a poco dopo la sua morte per poi dedicarsi alla pittura: essendo Versace uno stilista che amava giocare con l’esagerazione, sarebbe stato più opportuno puntare su un allestimento più pulito, che concentrasse l’attenzione dei visitatori su quello stampato, su quel ricamo, su quella decorazione che già da soli bastano a comunicare l’essenza del suo stile. L’allestimento dovrebbe, in linea di massima, tendere alla discrezione e all’essenzialità: il rischio, altissimo, è quello di trasformare la scena nella vetrina di una boutique di provincia. Davanti alle tante teche che espongono bottoni usati nel corso di decenni dalla maison della Medusa, è difficile non confondersi e non pensare di trovarsi in una fornitissima merceria specializzata nel bottone gioiello.
Purtroppo è un difetto comune a molte mostre di abiti, quello di riempirle all’inverosimile, facendo respirare a chi si aggira tra i manichini l’atmosfera delle stock house che proponevano a prezzi scontati la moda firmata delle stagioni precedenti. A queste esposizioni bisogna applicare la stessa regola che gli stilisti più saggi rispettano prima di una sfilata: se un abito, anche meraviglioso e ottenuto con ore di lavorazione, non funziona nell’insieme finale e stona, non ne rispetta il senso, in passerella non deve andare.
E poi mancano spesso, in queste mostre, capi veramente iconici. Questo termine comincia a procurarci l’orticaria tanto è abusato, ma in questa trattazione ha ancora ragione di essere utilizzato. Manca un capo, per intenderci, come quello indossato da Liz Hurley alla prima di “Quattro matrimoni e un funerale” nel 1994. Sarebbe stato importante, se non indispensabile, averlo, perché faceva parte di una delle collezioni più interessanti di Gianni, ispirata alla sottocultura punk, tra colori acidi e spilloni da balia dorati e perché fu in grado di trasformare in un personaggio internazionale quella che, fino a quella sera, era una modella tutt’altro che top, nota soprattutto come fidanzata dell’attore protagonista del film, rubando la scena a lui e a tutto il cast. Come l’abito da ballo di Cenerentola, quel capo è al centro di un culto pagano che gli ha fatto meritare una pagina Wikipedia dedicata ma, soprattutto, è la rappresentazione plastica dell’intera visione stilistica di Versace, perché racchiude in sé un preciso momento storico e ne incarna i costumi, le abitudini, i linguaggi, i modi, i tic, le manie. Un abito simile varrebbe, anche da solo, il viaggio. E nessuno si lamenterebbe. È come se fosse possibile esporre il tailleur rosa indossato da Jackie Kennedy nel giorno fatale di Dallas: varrebbe più di cento altri, e sarebbe capace di raccontare tutta una storia.
Parte da un’idea simile anche la mostra “Giorgio Armani. Milano, per amore”, ospitata dalla Pinacoteca di Brera. Un dialogo altissimo tra moda e arte, che accosta gli abiti creati nel corso di cinquant’anni ai capolavori custoditi in quelle sale. La curatela è affidata a Giovanna Calvenzi e Chiara Buss (quest’ultima, notissima storica dell’arte e del tessuto, nel 1989 fu impegnata, con Nicoletta Bocca, nella mostra “L’abito per pensare” che al Castello Sforzesco di Milano ripercorreva la moda di Gianni Versace, percorso esemplare per precisione e impeccabilità, il catalogo è ormai una reliquia).
La mostra è un grande successo, tanto che la chiusura è stata prorogata al 3 maggio prossimo, quasi cinque mesi in più rispetto ai quattro previsti. E’ emozionante ritrovare l’abito da sera di paillettes rosse dell’autunno/inverno 1993/1994 ispirato ai colori e ai motivi di Matisse perfettamente incorniciato dalla cappella di Bernardino Luini, e resterà indimenticabile l’effetto prodotto dall’abito da sera blu di lapislazzuli che precede la Madonna con bambino benedicente di Bellini. E i manichini, che possono valorizzare o affossare l’esposizione di un abito, sono stati saggiamente sostituiti da strutture trasparenti e impercettibili, secondo la regola aurea del fondatore, che al Silos – il “suo” museo, volle appunto sempre usare strutture su misura, in materiale trasparente, letteralmente tagliate su e per un abito preciso: involucri in grado di riprodurre un corpo, di suggerirne la forma nello spazio, senza mai sostituirlo. Questa esposizione a Brera è un’immaginaria corona su una carriera straordinaria, un riconoscimento meritatissimo alla coerenza e all’impegno con cui Armani affrontò il suo lavoro nel corso degli anni: dispiace molto che, per pochi giorni, il destino abbia impedito allo stilista di essere presente all’inaugurazione di questo progetto a cui ha dedicato le sue attenzioni e la sua passione fino agli ultimi giorni della sua vita. E ci siamo chiesti, conoscendo il suo leggendario perfezionismo, come avrebbe reagito di fronte alle maniche vuote (d’accordo, gli abiti sono stati montati in poche ore nel giorno di chiusura del museo, epperò si sarebbe potuto farlo prima, e poi portare i manichini montati, dopotutto dalla sede di Armani alla Pinacoteca sono cinquanta metri), alle mise non stirate e non vaporizzate, pratica che si può certamente eseguire, essendo capi contemporanei e non pluricentenari, a qualche paillette non fissata che pende malamente anche lei, a qualche velluto non spazzolato a dovere (spiace doverlo ricordare, ma ogni due settimane va fatta manutenzione), a qualche strascico esposto al calpestio dei visitatori, peraltro mai fermati o redarguiti dal personale di sala.
In un sabato pomeriggio particolarmente affollato, dopo l’iniziale piacere di notare quanto universale e immediato possa essere il linguaggio della moda, siamo rimasti meno piacevolmente colpiti dal comportamento di coloro che ammiravano troppo da vicino gli abiti esposti. Una signora ha ritenuto necessario anche toccare il lembo di una giacca per prorompere, sollevata, in un “Ma è lana! È così leggera che sembrava cotone!” verso l’amica che la accompagnava: forse ne stava valutando l’acquisto. In qualche sala ci è salito il sospetto che le persone che brulicavano tra abiti e tele non guardassero più né gli uni né le altre, e che fossero lì unicamente per fare qualche foto e poter dire sui loro profili social “Io c’ero”.
Ci renderemo conto che, così come non posso permettermi di sfiorare un’opera di Carlo Crivelli per capire se è dipinta su tela o su legno, non è possibile toccare il risvolto di un tailleur di Giorgio Armani o un abito in maglia metallica di Gianni Versace? Potremmo usare come test la mostra “Queen Elizabeth II: her life style”, dal 10 aprile 2026 a Buckingham Palace. La popolarità della regina, il cui guardaroba era riconoscibile quanto la proprietaria e alla sua riconoscibilità contribuiva enormemente, farà da calamita per un pubblico vastissimo e proveniente da mezzo pianeta. Ma confidiamo in un servizio d’ordine severo come quello che attorniava la Queen in vita e che l’attenzione si concentri su quei completi realizzati in ogni tonalità immaginabile, su quei coordinati che risulterebbero cringe su chiunque altra ma su di lei diventavano una fortissima dichiarazione di identità, e magari carpirne i segreti sartoriali. Come i piccoli pesi e le catenelle nascosti sotto i bordi delle gonne, accorgimento astutissimo che impediva anche alla più irriverente folata di vento di sollevarne il bordo, regalando ai fotografi immagini poco rispettose del contegno della sovrana. La costruzione di un mito passa anche da queste strategie invisibili, e una mostra di abiti (pensata e organizzata con criterio, allestita con cura e attenzione) ha così davvero un senso, perché contribuisce a restituire un personaggio, uno stile, un mondo, un’epoca a coloro che decidono di visitarla.