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Rinascite

Moda per camaleonti

Il corpo umano cambiato negli ultimi trent’anni, le posture “più rilassate”, la comodità che è ormai indispensabile anche nell’abito formale. Pomeriggio invernale di chiacchiere con Roberto Menichetti, nuovo direttore creativo di Turnbull&Asser

Da che mi ricordi, diciamo dai primi Anni Duemila quando metteva di sbieco il check di Burberry negli anni della gestione di Rose Marie Bravo, ottima manager dimenticata, Roberto Menichetti è sempre stato ossessionato dal fit, cioè da come un capo si accosta al corpo, come lo “veste”, da come “cade”. Per questo, quando ci incontriamo via video dopo quasi due decenni in cui ci eravamo persi – lui molto impegnato non solo con la storica façon di famiglia a Gubbio, ma anche in California con il figlio quindicenne e con una serie di progetti nell’intelligenza artificiale per i quali, par di capire, proprio l’adolescente è referente e fonte di ispirazione perché “questa nuova generazione ha valori molto solidi e ideali sociali importanti” - la prima cosa che ricordiamo è appunto l’ossessione che Napoleone Bonaparte aveva per il fit delle divise del suo esercito e che curava personalmente, a partire dal paramaniche molto decorato (detestava che i soldati lo usassero per pulircisi il naso, rese loro l’operazione difficilissima e dolorosa) e il giromanica. Tutto quello che sappiamo e che abbiamo sviluppato sulle taglie nasce con la costituzione dei primi eserciti nazionali, verso il Settecento e, per quanto possa sembrare grottesco, con una manica che tira non si può impugnare a dovere la sciabola né caricare un cannone. Il secondo argomento di discussione, nell’ordine, è la sua totale riservatezza. Conosco pochissimi designer che avrebbero lavorato per un anno e mezzo su una maison importante, nel caso di Turnbull&Asser addirittura leggendaria perché nessun’altra camiceria al mondo può vantare di aver vestito dinastie reali e re metaforici, regnanti dello schermo e dell’informazione, dai Windsor alle molteplici incarnazioni di James Bond a Ben Bradlee, senza una riga di ufficializzazione, un’indiscrezione, un soffio. Ora che il progetto di rilancio della camiceria di Jermyn Street fondata ai tempi di Victoria regina è avviato, che il lavoro di questo periodo sui tessuti, sui tagli, sulle proposte è stato integralmente rivisto, ritiene sia arrivato il momento di parlare di come si sia evoluto il corpo umano, e il gusto delle anime che lo abitano. Porta gli stessi capelli lisci e lunghi fino a metà schiena di quando era ragazzo, adesso ha un filo di barba: sono entrambi bianchi, la pacatezza è quella di sempre. “Ti sarai accorta che rispetto a un secolo fa, è cambiata la postura”. Come no, siamo tutti più curvi. Le ore trascorse davanti al pc, lo scroll continuo del cellulare: una vignetta dell’”Economist” di qualche anno fa immaginava un futuro di umani macrocefali con gli occhi sbarrati e le gambe ridotte a filamenti di medusa. Ride. Gli umani su cui ha lavorato Menichetti, assomigliano ovviamente meno di quelli agli alieni di “Mars attacks” e hanno invece a cuore il proprio benessere fisico:”La fisicità contemporanea ha movimenti più dinamici e al tempo stesso più fluidi. In generale mangiamo meglio, viviamo meglio e decisamente più a lungo. Non siamo più curvi ma più rilassati, più sicuri di noi stessi: nessuno vive più a petto in fuori; no, neanche i dittatori. Quando sono arrivato in Turnbull&Asser, ho scoperto che da un secolo nessuno rivedeva proporzioni e rapporti dei capi: erano tutte sbagliate e fuori moda. Ho introdotto sessanta nuovi prototipi”. Lo ha fatto anche con le scarpe: insieme con il grande investitore di questa operazione di svecchiamento dello stile classico inglese, James Fayed, nipote indiretto di Dodi, Menichetti ha puntato in solido nel più antico brand di calzature del Paese, Tricker’s, e sta rivoluzionandone la calzata. Chiunque abbia mai indossato scarpe inglesi, conosce la differenza con quelle italiane. Se i maggiordomi delle commedie di Wodehouse e di infiniti serial di tradizione su ITV ammorbidiscono dichiaratamente le scarpe nuove del padron di casa indossandole per settimane prima di riconsegnargliele, il motivo non è letterario. Piuttosto, il designer umbro mira alla comodità e a far sì che anche i modelli allacciati assumano “volumi diversi” e diventino “morbide come sneaker: scarpe classiche di grande comfort”. Negli anni Novanta, quando disegnava Jil Sander “con la fondatrice ancora in house”, insomma epoca pre-acquisizione di Prada, Menichetti introdusse non solo la linea uomo (“pochi, all’epoca, credevano che un uomo volesse sfoggiare un’etichetta con un nome da donna”), ma strinse anche la prima delle “collab” fra prêt-à-porter di lusso e sport di cui si abbia memoria: le Puma griffate Jil Sander furono, all’epoca, una rivoluzione. Che è quanto Turnbull&Asser ha bisogno adesso. Sostenuto ma anche leggermente soffocato dalla propria storia, deve attrarre una nuova clientela, cioè una clientela più giovane (“attualmente parte, in media, dai cinquant’anni”) e oltre alle scarpe ammorbidire anche l’indirizzario antico, fra i quali immagino vi siano parecchi ostili al cambiamento. “Della maggior parte delle variazioni, non si sono nemmeno accorto”. Del cambiamento dei colori, dai tessuti delle camicie (di Turnbull&Asser sono sempre state famosissime le millerighe) fino all’interno delle boutique di Londra e di New York, invece e sicuramente sì. I legni scuri della pannellatura sono stati sostituiti da una palette più luminosa e tocchi di blu. E’ convinto i aver identificato “la perfetta sfumatura di blu inglese” e oltre trecento altre sfumature e pattern.

“Devi venire a Gubbio a vedere”, dice. Oltre a Londra e a Gloucester, storico centro produttivo del marchio, la cittadina umbra bellissima è diventata il quartier generale della nuova avventura e in effetti è arrivato il momento di una nuova ricognizione. Distratti come siamo dal successo di Brunello Cucinelli e dall’identificazione di Solomeo come simbolo dell’Umbria felix e di un ambiente ricostruito come sul fondale di un dipinto del tardo Quattrocento, non ci siamo accorti che la regione sta tornando al centro della produzione di moda di lusso: oltre a Turnbull&Asser, che vi ha localizzato appunto la ricerca e lo sviluppo, in Umbria lavorano i designer di TiStyle.it di Tiziana Crociani di Tiziana Crociani, ha sede l’Alta Manifattura Saldi che produce il Teddy Coat di Max Mara, lo stesso Cucinelli sta costruendo un maglificio dopo aver rilevato la Sartoria Eugubina e Prada sta sviluppando un nuovo stabilimento. “Sto lavorando anche al database di tutti i marchi con cui ho lavorato”, precisa. Questo significa che, da Montana a GFT, epoca licenze Valentino e Armani, a Jil Sander, Burberry, Céline, quindi Cerruti e Ballantyne, arroccata su quella collina e sotto il Duomo e la Fontana del Matto dove Menichetti è arrivato da bambino, dopo la nascita e la prima infanzia vissuta negli Stati Uniti, è conservata in buona sostanza la manifattura della moda europea degli ultimi quarant’anni: “Questo non significa che mi ritenga preda del passato. Piuttosto, possedere una visione completa del lavoro della moda di questi ultimi decenni, mi aiuta ad avere una visione più chiara anche di dove voglio andare. E questi anni di lavoro nell’intelligenza artificiale mi hanno dimostrato quanto sia utile sfruttarne le potenzialità anche nella progettazione della moda”.

Al momento, Turnbull&Asser fattura 10 milioni di sterline e le vendite globali sono di poco superiori ai venti: difficile pensare che Fayed e la ceo di Turnbull&Asser, Ilaria Niccolini, storica consulente di questo sistema attualmente alla ricerca di nuove direzioni e dinamiche più certe, vogliano accontentarsi del giro d’affari di una buona sartoria. L’impressione, è che il riferimento di questo nuovo corso guidato da Menichetti sia piuttosto Loro Piana. Una linea di moda completa, essenziale “che non significa minimalista”. Menichetti è convinto che la crisi attualmente in corso e “che è strutturale”, richieda una revisione profonda, o per meglio dire l’eliminazione di tutte le sovrastrutture, le incrostazioni che ne hanno deturpato il volto in questi ultimi decenni. La moda-spettacolo, la “narrativa” al posto dell’essenza: “La moda deve ritrovare il proprio scopo originario”. Che non significa necessariamente lavorare sul brand, come stanno facendo in molti ma, appunto, su forme e proporzioni, proponendo abiti e accessori che non siano sovrastrutture estetiche o grossi loghi. Alla metà degli Anni Duemila, Menichetti lanciò una sua linea. Il logo era un rosone romanico, il tessuto prediletto il cashmere double, le linee abbastanza contemporanee perché i suoi cappotti siano interessanti anche adesso. Pare sia arrivato il momento di recuperarne le forme, in quel database.

“Solo Ken”, ma completissimo

Se vi siete mai domandati come fu che Barbie incontrò Ken, ve lo racconta una novella di Cynthia Lawrence e Bette Lou Maybee, evidenti pseudonimi sui quali nemmeno la biblioteca di Princeton è riuscita a venire a capo, che fra il 1962 (cioè un anno dopo il debutto sul mercato di questa action figure, la più bistrattata della storia mondiale del giocattolo), e il 1965, scrissero per Random House, in collaborazione con Mattel, una serie di novelle destinate allo stesso pubblico di pre-adolescenti che in quegli anni leggevano le avventure di Nancy Drew. Dal primo volume della serie, “Stories about the fabulous Barbie and her boyfriend Ken”, peraltro ancora rintracciabile a buon prezzo sulle piattaforme librarie vintage, scopriamo che si sono conosciuti a un ballo cosplay del liceo per san Valentino, che Ken è biondo e che è abbastanza spiritoso da riconoscere di essersi fatto vestire dalla mamma da principe azzurro, “ma che di certo” non si veste così “per gli allenamenti di football”. Questa versione documentale contrasta un po’ con quella tramandata da Mattel secondo la quale la coppia si sarebbe incontrata sul set di uno spot televisivo, entrambi in abito da sera, ma non è questo il punto. Il punto è piuttosto per quale motivo un simpatico ragazzo americano con la passione per lo sport e la battuta pronta, negli anni e fino alla strepitosa interpretazione di Ryan Gosling nel film di Greta Gerwig, sia diventato “just Ken”, l’appendice di una “ragazza favolosa”, una sorta di bagnino dal sorriso fisso (“my job is just beach”), insomma l’unico esempio di inversione originaria, pre-ordinata e commercializzabile degli stereotipi di genere che la storia occidentale abbia conosciuto. Un po’ ce lo suggerisce proprio il titolo di quella prima raccolta, un po’ lo spiega il nuovo libro di “referenze” che gli dedica il curatore e critico di moda Massimiliano Capella dopo il successo del primo volume “Barbie. The icon”, uscito per le edizioni del Sole24Ore Cultura in parallelo a una mostra al Mudec di una decina di anni fa. Dichiaratamente, lo sforzo maggiore di questo volume è stato riservato a una timeline completissima, storicamente ineccepibile e molto divertente dei modelli usciti dopo il primo bambolo che, a dispetto di quanto scrivessero Cynthia e Bette Lou, non veniva proposto unicamente biondo: sfoggiava, anzi, una zazzeretta di capelli sintetici ad effetto vellutato che sembrava preannunciare lo storico “Mod hair Ken” del 1972, destinatario di molte ironie fra le bambine italiane di quegli anni per via del ciuffone ingovernabile e i tratti del cantante Mel “Furia cavallo del west”.

Nei decenni, anche il povero “just Ken” ha sperimentato una serie di trasformazioni fisiche e di arricchimento del guardaroba che, nonostante la firma di grandi stilisti, ultimo della serie Jeremy Scott, l’hanno reso un ibrido sessuale, oggetto di divertita curiosità socio-psicologica, sebbene e a differenza di Barbie, destinataria di infiniti studi e ricerche universitarie, non si trovino veri e propri saggi sul suo ruolo, forse in ossequio al suo essere, appunto, “just Ken”: un essere senza eccessiva definizione e personalità, gradevole in smoking e in completo da sci, ma sul quale è meglio non approfondire. Con una sola eccezione, di cui Mattel non parla volentieri, che è il modello  “Earring magic” del 1992, liquidato dalle fonti ufficiali come un Ken “dal look audace”, che invece fu ed è tuttora il modello più venduto della storia, ricercatissimo sul mercato vintage dove, intonso e con scatola originale, può arrivare a costare trecento dollari. Vestito con un gilet di finta pelle lilla ispirata ai look di Jean Paul Gaultier del periodo, provvisto di orecchino o per meglio dire di piercing che era il sogno degli adolescenti di quegli anni, aria muscolosissima, divenne oggetto-feticcio delle comunità omosessuali anche per via della collana, in cui molti riconobbero un sex toy. A tutt’oggi, è l’unico sul quale si trovino saggi specialistici, chiedetevi il perché.

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