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Giambattista Valli a rischio chiusura

Fabiana Giacomotti

La famiglia Pinault esce, ha tempo ancora due settimane per trovare un partner, la sfilata couture del 26 gennaio potrebbe essere l’ultima, dopo vent’anni. Che cosa non ha funzionato, e perché si deve sperare in un recupero della situazione

Quando, lo scorso luglio, Giambattista Valli ricevette dalle mani della ministra della cultura francese Rachida Dati il nastrino di officier de l’Ordre des Arts et des Lettres, fra decine di amici festosi, nel grande atelier di boulevard des Capucines che negli anni ha sostituito il romantico studio del Marais dalle scale a spirale sbilenche e profumate di cera dove ventidue anni fa aprì la sua maison, Luca De Meo era stato nominato ceo del gruppo Kering da diciotto giorni esatti. Sebbene la situazione della società del geniale couturier romano, stimato anche da Giorgio Armani, risultasse già abbastanza compromessa, non vi erano avvisaglie del rischio di chiusura che oggi invece incombe sul suo destino: la sfilata di alta moda prevista per il prossimo 26 gennaio, la numero 30, potrebbe essere l’ultima in grande stile, e non essere seguita dalla collezione di pret-à-porter a marzo.

“Non sappiamo se arriveremo alla primavera, stiamo valutando la chiusura”, dice un dirigente dietro promessa di anonimato: “Da novembre, siamo in attesa di una cessione che non è ancora avvenuta”. Valli ha infatti tempo fino a fine gennaio, in pratica ancora due settimane, per trovare un acquirente disposto a sostituire la famiglia Pinault che, attraverso il veicolo Artémis 28 e grazie ai buoni uffici di Salma Hayek, moglie di François-Henri Pinault e grande fan di Valli, era entrata nella maison con una quota di minoranza nel 2017, prima di salire a una quota di riferimento nel 2021 e all’84.78 per cento proprio nel giugno del 2025. I vertici di Artémis avevano agito più per cuore che per scelta di business: la sostanziale cessione del marchio era stato uno scambio fra il fondatore e i Pinault; equity in cambio di ripianamento dei debiti, che la scorsa primavera assommava a 44.3 milioni: una cifra di molto superiore ai diciannove milioni di giro d’affari dell’ultimo bilancio disponibile, quello del 2018, che è certamente un termine di paragone improprio sebbene dia qualche indicazione sulla piega che ha preso il business della maison Valli negli ultimi anni, visto che otto anni fa le perdite non superavano i quattro milioni. Nonostante, dopo il Covid e in particolare negli ultimi due anni, la polarizzazione della società occidentale e la progressiva scomparsa del ceto medio che è stato motore e linfa della moda prêt-à-porter, stia portando a un grande rilancio della couture, scelta ormai anche da una clientela internazionale giovanissima disposta a sottoporsi a lunghe sedute di prova e a partecipare al processo creativo come trecento anni fa, il business di Valli non è riuscito evidentemente a tenersi al passo, probabilmente appesantita anche dai conti – e sembra un controsenso – della collezione pret-à-porter inaugurata una decina di anni fa e inclusiva di alcune boutique, delle quali una milanese. La situazione è precipitata proprio negli ultimi mesi, quando Artémis e in particolare la sua controllata Kering, gestita appunto da De Meo, ha preso atto che, per ridare stabilità a conti in rosso per oltre 9 miliardi di euro, avrebbe dovuto fare cassa velocemente e in ogni modo, anche fra le società “sorelle”: cedendo la divisione beauté incluso il marchio Creed, per esempio; dilazionando l’acquisto della maggioranza di Valentino che comunque incombe, e attualmente non è certo fonte di gioia, e chiedendo ai marchi protetti di riacquisire le proprie quote, peraltro secondo un accordo stabilito in origine. Come per Stella McCartney, che nel 2018 aveva riacquisito il cinquanta per cento del proprio capitale, al termine di una partnership durata quasi vent’anni (dopo poco aveva chiesto e ottenuto il sostegno di Lvmh, da qualche mese è tornata indipendente), anche per Valli, lo scorso novembre è iniziato il periodo di accelerazione nella ricerca di un partner che possa prendere il posto di Artémis, a sua volta bisognosa di liquidità immediata. E i fornitori di Valli, allertati, hanno iniziato a sospendere o dilazionare le consegne; il façonista milanese della linea pronta risulta molto esposto. Si parla di anticipi restituiti, di ordini in forse, di una situazione tristemente drammatica, soprattutto perché la moda di Valli, un cinquantenne laureato alla Saint Martins’, famiglia di prestigiosi tessutai romani, che la moda conosce da quando firmava la collezione Fendissime (seguirono Krizia ed Emanuel Ungaro, epoca Ferragamo, di cui fu direttore creativo fino al lancio, appunto nel 2004, della sua prima collezione di abbigliamento), continua a essere splendida e molto amata. Ma l’indipendenza, oggi, è un lusso che pochissimi si possono concedere, per non dire la grandeur; la ricerca di uno o più partner, al momento, si è rivelata purtroppo infruttuosa; le potenti famiglie delle jeunes filles en fleur che ha sempre vestito pare non si siano fatte avanti. Ricevendo l’onorificenza, la scorsa estate, Valli aveva sottolineato come “non rappresentasse un traguardo, ma un invito a continuare, a fare di più, a creare con ancora maggiore sincerità, e a proteggere e celebrare la bellezza dell’artigianato e dell’arte umana”: nel suo atelier vi sono sarte espertissime, première di grande abilità, lui stesso ha ancora molte cose da dire. Ma manca davvero poco perché sia costretto a tacere.

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