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L'eccezionalità non è una modella down, ma la stampa che la trasforma in una notizia

I media celebrano Gucci per aver postato l'immagine di Ellie Goldstein, diciottenne inglese affetta dalla sindrome di Down. Aspettiamo il momento in cui tutto questo sarà normale e la moda non dovrà sforzarsi di essere “inclusiva”

1 Luglio 2020 alle 19:35

La normalità di una modella down

L'immagine di Ellie Goldstein pubblicata su Instagram da Gucci

Furiose per un articolino passato in agenzia e pronte a mettere sotto accusa l’ipocrisia della moda e la sua smania di sposare qualunque causa le permetta di fare marketing mettendosi dalla parte giusta del mondo, fosse pure per un paio di settimane (a proposito: chi sosterrà ancora Black Lives Matter dopo le sparatorie di Seattle e quella violentissima imitazione della Comune parigina che hanno azzerato la spinta sociale propositiva e giusta del movimento?), siamo andate a controllare su Instagram se davvero Gucci avesse scritto di aver scelto una modella con sindrome di Down per la propria campagna beauty. E invece no, non l’ha scritto.

 

  

Ha pubblicato il volto di Ellie Goldstein, diciottenne inglese, già una celebrità dell’advertising con due campagne per Nike e Vodafone all’attivo, ringraziandola di aver prestato la propria immagine nell’ambito di un progetto con David Pd Hyde per Vogue Italia. Troppo abile, Gucci, per cadere in un errore così marchiano, e in tutta evidenza davvero inclusiva, visto che da anni le campagne del direttore creativo Alessandro Michele sono popolate di quelli che in un tempo neanche troppo lontano si sarebbero definiti “freaks” e sui quali si era chinato con autentico interesse solo quel genio della regia alternativa di Tod Robbins, nel 1932.

 

L’errore di aver voluto sottolineare che la modella scelta per la campagna del “nuovo mascara L’Obscur” è disabile è tutto nostro; di noi dei media, italiani e stranieri, che cerchiamo i clic, l’épatage, la surprise, il titolo. Tutte attività legittime, si intende, dopotutto vendere copie e cercare clic è il nostro mestiere, ma non avanzeremo di un passo sulla strada dell’inclusione se dedicheremo – quanti, ventimila? – articoli a Winnie Harlow, che è una ragazza bellissima ma che ci ostiniamo a descrivere come la “modella con la vitiligine”, o a vergare note speciali per gli applausi “partecipi e commossi” che accolgono le uscite in passerella di Madeline Stewart, anche lei affetta da sindrome di Down, tutti uniti nel sentirci tanto buoni, tanto inclusivi, tanto – in realtà – condiscendenti.

 

Vorremmo silenzio assoluto, nessuna sottolineatura, cioè totale normalità, come quella che ha accolto per anni una studentessa a cui nessuno di noi ha fatto sconti perché si sarebbe offesa da morire, giustamente, se l’avessimo fatto, e perché si è sudata tutti i suoi trenta. Forse sbagliamo noi e invece bisogna sottolineare ogni piccolo cambiamento, perché il grande pubblico ne noti almeno uno e, magari, ne tragga spunto. Certamente l'esempio di Ellie e di Madeline deve dare coraggio alle tante Ellie e Madeline che vivono nell'ombra. L’idealismo ci piace. Apprezziamo gli sforzi, sebbene continuino a non convincerci le sfilate in cui vengono ingaggiate solo modelle eccezionalmente belle, magre, alte, inframmezzate in rapporto di una a dieci da diversamente belle (una sovrappeso, una molto bassa o “verticalmente svantaggiata” come usa dire con la solita ipocrisia, una disabile) “per fare diversity”, come ci disse un famoso regista alle ultime passerelle milanesi di febbraio. Forse bisogna scrivere davvero di quanto sia bella e buona Gucci ad aver “realizzato il sogno di Ellie”. Ma aspettiamo con ansia il momento in cui di Ellie noteremo tutti solo il sorriso e la bellezza di quel davantino ornato di turchesi.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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