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Ottime ragioni per bandire Alex Jones dai social, ma il metodo è sbagliato

Il troll complottista nel mirino di Infowars. Apple, Facebook, Spotify, perfino di YouPorn. Ma nessuno articola il divieto nei termini legali certi e circoscritti della diffamazione e della calunnia

9 Agosto 2018 alle 06:00

Ottime ragioni per bandire Alex Jones dai social, ma il metodo è sbagliato

Alex Jones (Foto Sean P. Anderson via Wikimedia)

Alex Jones è il re delle teorie del complotto, l’imperatore delle fake news. La sua area di expertise affianca grandi classici della cospirazione, come il finto sbarco sulla luna girato a Hollywood, gli attacchi dell’11 settembre pianificati dal governo americano e tutto l’armamentario paramassonico intorno al “nuovo ordine mondiale”, a tesi più innovative e oltraggiose. Il suo tormentone preferito riguarda le stragi da arma da fuoco nelle scuole, quasi tutte inventate dalla lobby antiarmi per promuovere il gun control e infine disarmare il popolo americano, rimettendo in discussione il Secondo emendamento. In particolare, Jones sostiene che nella strage della scuola elementare di Sandy Hook, nel 2012, non è in realtà morto nessuno e le famiglie delle vittime sono protagoniste di una colossale messinscena: “Ho osservato tutto, e chiaramente è tutta una copertura, sono attori che stanno manipolando il pubblico, sono stati sorpresi a mentire, stavano chiaramente provando già da tempo la loro parte”.

 

Le famiglie dei bambini uccisi in Connecticut lo hanno denunciato, e ora il 44enne anchorman texano si sta difendendo in tribunale. All’inizio di questa settimana diverse compagnie tecnologiche e piattaforme social hanno deciso di bandire i contenuti che incessantemente diffonde tramite il portale Infowars. Apple, Facebook, Spotify, YouTube e Pinterest hanno, in un modo o nell’altro, bandito o limitato la presenza di Jones sulle loro piattaforme, Amazon ha “nascosto” i prodotti legati a lui dalle sue ricerche. Perfino YouPorn, in un gesto di solidarietà, che fa rima con pubblicità, ha preso una posizione dura: “L’odio non ha posto su YouPorn”. L’eccezione, inevitabilmente criticata, è quella di Twitter, che non ha cacciato Jones, e non perché approvi i contenuti che propone, ma più semplicemente perché “non ha violato i termini del nostro servizio”. Il complottista esibisce la censura come una medaglia al valore, e ha colto l’occasione per lanciare una controcampagna: “La censura di Infowars conferma tutto quello che abbiamo sempre detto. Chi si opporrà ora alla Tirannia e starà dalla parte della libertà di parola?”.

Così Jones ha trasformato il caso in un attacco alla libertà tutelata dal primo emendamento, e anche altri, al di fuori del suo circolo di fanatici, si domandano se i provvedimenti nei suoi confronti siano in linea con il dettato costituzionale. La questione però è fuorviante. Le aziende private sono libere di fare regolamenti per l’uso dei loro prodotti e di rifiutare i loro servizi a chi non li rispetta, il primo emendamento non c’entra nulla. L’aspetto invece complicato, e preoccupante, del bando di Jones dai social sono le motivazioni vaghe, nebulose, legalmente imprecise e dunque esposte a strumentalizzazioni che le aziende hanno addotto. Apple dice che “non tollera l’hate speech”, Facebook spiega che l’agitatore “glorifica la violenza” e “usa un linguaggio disumanizzante verso i transgender, gli immigrati, i musulmani” e tutti parlano di motivi che hanno a che fare con l’odio, la molestia verbale, l’offesa, categorie ampie e arbitrarie, oggi usate per punire un propalatore conclamato e impenitente di oscenità, ma che domani potrebbero essere rivolte anche a opinionisti rispettabili che mettono in discussione il pensiero mainstream. Nessuno articola il divieto verso Jones nei termini legali certi e circoscritti della diffamazione e della calunnia. Una giusta punizione esercitata con metodi sbagliati.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    09 Agosto 2018 - 08:08

    Ferraresi ha ragione le motivazioni rischiano di conferire aura di persecuzione a questo spaventoso soggetto, anche se risulta più che mai necessario trovare un equilibrio fra la fondamentale tutela dell'inviolabile libertà di espressione e la difesa da chi quella libertà mira a distruggere. Jones è esattamente questo, un fanatico che odia e semina odio, in un delirio distruttivo che non conosce remora o vergogna. Beh non del tutto, di qualcuno è amico e sostenitore (asinus asinum fricat dicevano i latini).

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    • Carlo A. Rossi

      09 Agosto 2018 - 10:10

      Mi perdoni, Branzanti, ma a me, umilmente, Lei sembra talmente ottenebrato dall'odio verso l'America di Trump da perdere di vista il fatto che, quantomeno, persino in America, non credo siano tanti a seguire questo figuro, e sinceramente viene stigmatizzato pressoché unanimemente per quel che è. Invece, la nostra cara, vecchia Europa, è piena di figuri che scempiaggini simili le dicono e le scrivono in totale impunità, e senza suscitare tutto il clamore che giustamente suscita questo tizio. Nel passato come nel presente: conosce Drumont, per dire un nome? O Vattimo, o Giulietto Chiesa o altri? O vogliamo anche parlare del lieve problema che ha Corbyn in Inghilterra? Eppure, nessuno sembra scandalizzarsi. Ci sono politici e intellettuali che parlano di Israele e degli ebrei in termini che fanno impallidire Goebbels, adesso, qui, nell'Europa. Forse anche nell'America profonda, ma, ancora una volta, laggiù non hanno sterminato milioni di Ebrei settant'anni or sono. Sia un po' obbiettivo.

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      • branzanti

        09 Agosto 2018 - 12:12

        Caro Rossi Le do volentieri ragione su tutto e più volte mi sono indignato per le intemerate di "pensiero debole" Vattimo o di Giulietto (ma quei genitori!) Chiesa. Per non dire di Corbyn e del suo antisemitismo. Resta però che Jones, squalificato sicuramente, appoggia Trump e da questi ha ricevuto pubblici elogi. Dopodiché il paragone si può fare solo con Diliberto che approvava Vattimo.

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