Una scena di Indovina chi viene a cena

Conclusa la lotta al patriarcato sarà il turno della “cortesia bianca”

Mattia Ferraresi

Il prontuario della demenza ideologica delle università americane è in costante aggiornamento, è impossibile tener dietro alle circolari della polizia del pensiero

Il prontuario della demenza ideologica delle università americane è in costante aggiornamento, è impossibile tener dietro alle circolari della polizia del pensiero, ma quando si presentano certe capriole surreali è bene prendere nota, almeno per ricordarsi da dove vengono certe brutture che poi vengono immancabilmente adottate dalla società intera.

 

Due professori della University of Northern Iowa, Kyle Rudick e Kathryn Golsan, sostengono in un articolo scientifico che anche la cortesia è razzista. Sorridere educatamente e rimanere in silenzio sono figure onnipresenti di una cultura specifica, quella bianca, che con queste armi in apparenza innocue – ma in realtà pericolosissime – proietta il suo dominio su tutte le altre minoranze. La chiamano whiteness-informed civility o Wic, la cortesia che discende dall’essere bianchi. La Wic, applicata sistematicamente e in modo pernicioso, “distrugge le identità razziali” e rafforza “il potere bianco”, scrivono i professori. Gli ingenui pensavano che i suprematisti bianchi fossero quelli del Ku Klux Klan o della alt-right, i nazisti dell’Illinois dei Blues Brothers o gli ultrà di Milo, mentre invece c’è un suprematista dietro a ogni intercalare vuoto, dietro a ogni orecchio che finge di ascoltare, dietro a ogni gesto di buona educazione eseguito in nome di un secondo fine.

 

L’autore del gesto suprematista spesso non ne è nemmeno cosciente, ha interiorizzato la superiorità dell’uomo bianco come struttura relazionale fondamentale e la risputa in forma di cortesia in conversazioni formali a bassa intensità polemica. Una volta c’erano le microaggressioni. Lo studente bianco che chiede a quello nero “da dove vieni?” viola un diritto per pura implicazione, suggerendo con la sola domanda che l’interlocutore sia uno straniero o comunque un americano meno autentico di lui. C’è voluto un po’ di tempo e molta creatività per capire esattamente dove finisce una conversazione civile e inizia la microaggressione, e spesso si accendono dei contenziosi (risolverli è facile: ha ragione la vittima microaggredita).

 

Rudick e Golsan ci informano invece che la questione è più complessa: anche non dire nulla è un’aggressione. Annuire è ferire, sorridere cortesemente è schernire, nel silenzio falso appositamente apparecchiato dal razzista che non sa di esserlo si propagano offensivi contenuti subliminali. E’ una questione di struttura dominante, come sempre quando si parla di politica dell’identità: ogni identità oppressa è sempre tenuta sotto il tallone non solo da un nemico specifico ma da un contesto oppressivo diffuso, e anche la degna civiltà con cui un rappresentante di una minoranza viene accolto è un’idea bianca praticata da bianchi per conservare e accrescere il potere dei bianchi. La soluzione? Parlare immediatamente dell’oppresione razziale, giocare a carte scoperte, ammettere la colpa e fare un reset delle relazioni oppressive. Poi uno si stupisce se le avances vengono equiparate alla violenza sessuale: anche quella è una struttura pervasiva da cui occorre liberarsi. Se nel dibattito universitario si vedono le battaglie del futuro della correttezza politica, dopo la lotta al patrarcato arriverà anche l’ora della guerra alla cortesia bianca.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.