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“Cat Person” è uno spaccato della banalizzazione sessuale

Il racconto di Kristen Roupenian parla del rimpianto femminile per il sesso

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

21 Dicembre 2017 alle 06:00

“Cat Person” è uno spaccato della banalizzazione sessuale

La Danae di Tiziano

Il racconto breve “Cat Person” di Kristen Roupenian apparso sul New Yorker è diventato l’icona del sex regret, il rimpianto femminile per il sesso inizialmente desiderato ma che poi, al momento del dunque, finisce per essere ripugnante. L’elementare plot del racconto dovrebbe ormai essere noto: una ragazza di vent’anni, Margot, incontra per caso un ragazzo quasi quindi anni più vecchio di lui in una imprecisata città americana. I due si piacciono moderatamente, si scambiano fiumi di messaggi pieni di arguzie e di emoji per sdrammatizzare i possibili fraintendimenti, escono insieme una volta e mezzo, a lei balena per un attimo l’idea che lui possa essere un pazzo che la strangola e la lancia in un fosso lungo la statale, finiscono a letto. In camera da letto si consuma, prima dell’atto sessuale, la resipiscenza di Margot, la quale capisce che non ne ha più voglia guardandolo mentre cerca di togliersi i pantaloni senza rendersi conto che ha ancora addosso le scarpe. Ecco il passaggio cruciale: “Guardandolo così, piegato in modo tanto imbarazzante, la sua pancia spessa e soffice e coperta di peli, Margot balzò all’indietro. Ma il pensiero di quello che sarebbe stato necessario per fermare quello che lei aveva messo in moto la schiacciava; avrebbe richiesto una quantità di tatto e gentilezza che riteneva impossibile da trovare. Non è che fosse spaventata dal fatto che lui potesse costringerla a fare qualcosa contro la sua volontà, ma che insistere sul fermarsi ora, dopo tutto quello che aveva fatto per spingere avanti questa storia, la potesse far sembrare viziata e capricciosa, un po’ come se avesse ordinato qualcosa al ristorante e poi, una volta che il cibo era arrivato, avesse cambiato idea e lo avesse rimandato indietro”.

 

Pur piena di rimpianto e dentro di sé pentita di aver portato le cose fino a quel punto, Margot si lascia penetrare e rigirare come in un film porno da quel ragazzo conosciuto da così poco, e non è che lui la stia proprio forzando in senso stretto, è che lei si è ritrovata in quella zona grigia della libertà in cui capita molto spesso di trovarsi nei rapporti umani. Le sarebbe capitato anche se a bocce ferme avesse firmato una liberatoria per autorizzare il rapporto sessuale, quando ancora erano in quel bar dove non controllano la carta d’identità e lui, il ragazzo con due gatti, le piaceva tanto. La zona grigia è proprio questa: quella che non conosci finché non ti ci ritrovi in mezzo. L’America ha preso la vicenda narrativa di Margot come una cautionary tale sul consenso adatta a questi tempi di Me Too, ma c’è un altro livello di lettura, troppo bigotta per i liberal, che non è sfuggito a Kyle Smith della National Review. La storia di Margot è una delle conseguenze inevitabile della liberazione sessuale, della cultura dell’hook up, della demitizzazione del sesso, della sua tinderizzazione, del suo passaggio da atto dotato di significati non riducibili all’attrito fra corpi a moto sociale perpetuo da assecondare senza fare domane. Se il sesso è ovunque e comunque, e promette di non lasciare traccia, allora è – anche a livello statistico – molto più facile che ciò che inizia al bancone del bar come una promessa di svago divertente si trasformi in camera da letto in una cosa ripugnante ma da cui ormai è troppo faticoso o sconveniente uscire. Margot incarna lo spirito del sesso contemporaneo, con le sue balze e i suoi paradossali estremi. In quello stesso spirito di libertà e libertinaggio, il senatore che mette la lingua senza chiedere il permesso nel bacio di scena con un’attrice deve dimettersi, e il vicepresidente che non mangia da solo con una donna che non sia sua moglie è un baciapile sessiste. Margot è nella zona grigia, e non potrebbe essere altrimenti.

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