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Una scrittrice americana smonta il mito della dipendenza da se stessi

Oggi è diventato difficile distinguere la felicità dall’autodeterminazione, dall’individuo che si basta da sé. Ma il paradiso sono gli altri

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

2 Novembre 2017 alle 06:00

Una scrittrice americana smonta il mito della dipendenza da se stessi

Foto via wikimedia

Racconta sul New York Times la scrittrice Ruth Whippman che quando si è trasferita dall’Inghilterra agli Stati Uniti, dove non conosceva quasi nessuno, ha scaricato una app della felicità per vincere i momenti di solitudine. La app in questione le inviava automaticamente ogni ora un messaggio incoraggiante per convincerla che non aveva bisogno di altro che di ciò che aveva, ovvero se stessa. “Se bellissima” oppure “sei abbastanza” le comparivano periodicamente sullo smartphone accompagnate da foto di spiagge al tramonto o di dolcissimi gattini: “Il problema è che ogni volta che il mio telefono s’illuminava per un nuovo messaggio mi arrivava una pavloviana scarica emotiva perché pensavo che un’altra persona stesse cercando di contattarmi”, mentre invece erano soltanto distillati di banalità da dolcetto della fortuna che lei stessa aveva chiesto di ricevere automaticamente. Più guardava il messaggio “sei abbastanza” più si rendeva conto che non era vero: “Non riuscivo a togliermi di dosso la sensazione che senza una comunità o degli amici non ero davvero abbastanza”.

    

Oggi è diventato difficile distinguere la felicità dall’indipendenza, dall’autodeterminazione, dall’individuo che si basta da sé e trova la sua perfetta realizzazione quando prende il pieno controllo sulla propria vita. La felicità è un fatto interiore, dicono tutti i manuali di self-help , la saggezza orientale lo traduce in pratica meditativa, lo yoga lo trasforma in un’attività da fare con i pantaloni attillati, ignari della concezione implicita che il gesto porta. La mindfulness è il mantra di questi tempi centripeti, il self-track è il nuovo motto dell’oracolo di Delfi, withinwards è la categoria che avanza in questa corsa a leggere messaggi che ci siamo autoinviati. Whippman individua due semplici regole che racchiudono tutto ciò che il pensiero prevalente dice in fatto di realizzazione personale: “Primo passo: trova te stesso. Secondo passo: sii te stesso”.

  

Stanno crescendo a dismisura gli happiness pursuits attività concepite per l’esclusivo consumo individuale oppure svolte in gruppo ma senza interazione fra le persone coinvolte. Il senso di queste esperienze è raggiungere un isolamento definitivo. Nelle università americane, luoghi di socializzazione e condivisione per eccellenza, i gruppi che hanno più successo sono quelli che offrono spazi meditativi individuali, i corsi extracurricolari più richiesti hanno a che fare con lo sviluppo dell’interiorità. Questo vale soprattuto nelle università della west coast, quelle in cui è nata la controcultura ed è fiorito il mondo hippie, esperimenti collettivisti in cui la dimensione sociale dell’esperienza era fondamentale.

  

L’idea prevalente del self , alfa e omega dell’esistenza umana, impone non soltanto di credere in se stessi fortissimamente, ma anche di guardare con sospetto gli altri. La dipendenza da qualcosa di fuori dell’io è sentita come un’intollerabile oppressione, una sovrastruttura di cui liberarsi, nell’altro si annida l’ombra della violenza e del tradimento, la realtà intera è una minaccia dalla quale schermarsi, rifugiandosi nell’unico ambito in cui ci si crede padroni. Whippman ha visto la falsità di tutto questo, e nel fondo della solitudine ha capito che il paradiso sono gli altri.

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