Le calciatrici non vogliono essere equiparate ai colleghi maschi, parola loro

Simonetta Sciandivasci

Sorpresa. L'ex capitana spagnola della della nazionale femminile di calcio dice in un'intervista che “equipararci agli uomini sarebbe un errore”

“Equipararci agli uomini sarebbe un errore”, ha detto Concepción Sánchez Freire – per le amiche Conchi Amancio, sessant’anni da poche settimane, prima capitana della Nazionale spagnola di calcio femminile, nel ’72, quando si giocava da clandestine, l’arbitro scendeva in campo in tuta da ginnastica e la federazione proibiva le bandiere. Il giornalista del País che l’ha intervistata non ci poteva credere: proprio a lui doveva capitare una complice del sessismo patriarcale? Allora ha insistito, fortissimamente intenzionato a tirarle fuori l’esatto opposto e, magari, pure un predicozzo invasato: ma come, Conchi! Perché in Norvegia sì e in Spagna no? Le calciatrici non rappresentano il nostro paese al pari dei calciatori? A questo punto, è intervenuta Amanda Sampedro, anni 24, dieci centimetri più bassa di Messi e promessa dell’Atletico Madrid Femenino, nonché della Nazionale, anche lei convocata per questa chiacchierata multisex sullo stato dell’arte del calcio femminile ispanico. Ha detto: “Anche il sollevamento pesi rappresenta il paese, ma le entrature generate dal calcio maschile sono incomparabili. Noi chiediamo che il nostro lavoro sia apprezzato, vogliamo i bonus, diete migliori, ma non di venire pagate come Sergio Ramos”.

 

Vedete? Quando si ragiona con le ragazze, non si finisce per forza a giocare alla guerra dei sessi o in una serie tv distopica: è più facile che ci si becchi un utile, benevolo womansplaining. Non sarebbe una notizia, ma visti i tempi lo è. E ce n’è pure un’altra: Conchi ha raccontato che i primi a considerarla una professionista (=a pagarla per giocare), sono stati gli italiani. Ed erano gli anni ’70: non c’era mica la Uefa a fingere di fregarsene qualcosa di calcio femminile.

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