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Lo street food

Se non ne potete più di vostro marito che lascia la cucina come se vi fosse passata una tromba d’aria, credendosi invasato dallo spirito di Carlo Cracco, ora avete un’alternativa di cui parlare come se la sapeste lunga in materia

22 Giugno 2018 alle 10:24

Lo street food

• L’ultima frontiera dell’alimentazione fighetta.

 

• Era dai tempi della scoperta del sushi che non si mangiava nulla di così terribilmente alla moda. Convenirne.

 

• La rivincita di un’alimentazione autenticamente popolare a fronte delle fighetterie da chef pluristellati. Dirlo con accenti di risentimento di classe.

 

• Vendere cibo di strada con un’Ape Piaggio è un’attività umile e antica, ma se il venditore ha un master in Business Administration alla Bocconi, improvvisamente diventa fighissima e all’avanguardia.

 

• Ricordare che Emanuele Filiberto di Savoia ha venduto pasta fresca sulle strade della California con un food truck dal nome di Prince of Venice: apprezzare l’iniziativa, deplorare il nome trash.

 

• Spiegare agli sprovveduti che cosa sia il lampredotto. Attenzione a non confondere l’abomaso con uno degli altri prestomaci dei bovini. Non tentare nemmeno di ricordarseli tutti, tanto se ne dimentica sempre uno, come per i sette nani.

 

• Adorare lo street food (chic), disprezzare il finger food (cheap).

 

• Preferire la verace popolarità del pani câ meusa all’artificiosa diffusione del sushi all you can eat.

 

• Avere scoperto il fascino  sottile del cibo di strada durante i vostri primi viaggi in Asia, moltissimi anni fa, quando Avventure nel mondo non era ancora la vendetta divina che è oggi.

 

• Evitare la definizione anglosassone “street food” a favore dell’autoctona “cibo di strada”, per liberarsi dell’indebita sudditanza culturale.

 

• Sostenere che l’unica vera pizza sia quella romana al taglio. Cercare la polemica con i napoletani.

 

• Adorare il ceviche peruviano (pesce marinato nel succo di limone con aggiunta di cipolla, peperoncino, sale e pepe). Non pronunciarlo mai due volte allo stesso modo.

 

• Disputare sulle origini dei falafel:  Egitto, Israele o Palestina. Evitare i sovraccarichi ideologici.

 

• Lo splendore sociale è riuscire a mangiare durante uno dei vostri viaggi esotici una pietanza che i vostri amici non hanno ancora sentito nominare.

 

• L’esistenza del cibo di strada è la prova che la sinistra e la destra non sono la stessa cosa.

 

• Tirarsela in dotte spiegazioni sulla preparazione del Bhel Puri mangiato sulle spiagge di Mumbai. Evitare: rompe le balle.

 

• Dissertare sulla controversa sessualità degli arancini (o arancine) di riso in Sicilia.

 

• Evitare di riprodurre in casa pietanze esotiche gustate con piacere dall’altra parte del mondo: il risultato è inesorabilmente increscioso.

 

• (...) e io pensavo: “Ma che cazzo/tutti quelli che ritornan dalla Grecia/sono stati sopra un’isola deserta/tipo ci ho presente due chilometri di spiaggia vuota/col capanno e i pescatori/ma contando tutti quelli che mi dicono sta cosa/io mi chiedo quante cazzo di isolacce/deve averci questa merda di una Grecia (...) (“Rapput”, Claudio Bisio ed Elio e le storie tese)

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