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Gli italiani all’estero

Una volta eravamo emigranti, oggi siamo diventati cittadini italiani all'estero: chi di passaggio, chi stanzialmente. Ecco una serie di concetti da tenere presente prima di affrontare una conversazione fuori dai patri confini.

4 Marzo 2011 alle 00:00

– Internet ti fa sentire più vicino a casa. Convenirne, ma non mancare di sottolineare i rischi sottesi di omologazione globale.

– La presenza virtuale dei propri cari via Skype acuisce la nostalgia come nemmeno Lacreme Napulitane cantata da Massimo Ranieri.

– Se si parla con connazionali fare riferimento a una visione oggettiva della realtà politica italiana, acquisita grazie alla lontananza.

– Di fronte allo straniero inquisitore negare di aver votato per il Pdl. Prima che lo faccia lui, chiosare che, del resto, anche ai tempi della Democrazia Cristiana trionfante si stentava a trovare chi ammettesse di votarla.

– Spedire agli amici in Italia il link di un articolo del The Copenhagen Post sul belpaese conferisce ulteriore credibilità alla propria fama di lettore indipendente. Se la segnalazione è fatta in inglese è un po’ trash.

– Introdurre i locali al concetto del “tradurre è un po’ tradire” denota sensibilità umanistica e può aiutare a sostenere la tesi del fraintendimento delle battute del premier.

– Dire di provare un forte afflato patriottico ogni volta che si ordina un caffè italiano all’estero è scontato, ma se si aggiunge che, invece, in Italia si ordina spesso un caffè americano, diventa una spigolatura spendibile. 

– Sentirsi parte integrante della misteriosa entità degli “Italiani all’estero”, il cui voto è sempre atteso con ansia al momento dello scrutinio. Ciò suscita simpatia negli stranieri e denota un amor di patria incomprensibile ai più e per questo degno di tacito rispetto.

Citare il temperamento mediterraneo per spiegare la realtà politica italiana denota un approccio antropologico e il desiderio di indagare la questione in maniera bipartisan.

– Ricondurre i caratteri peculiari della società italiana all’ineludibile substrato cattolico. Definirsi liberista e calvinista di solito intimorisce gli interlocutori ed esime dal dover spiegare meglio i concetti.

– A tavola con degli anglosassoni spiegare che per gli italiani parlare di altri cibi mentre stanno mangiando è normale. Se i commensali sanno di arte dire che è una forma di image en abîme fa grande impressione.

– Qualunque sia il proprio orientamento politico sostenere che gli italiani in tutta la loro storia sono sempre stati meglio dei loro governanti.

– All’estero trovare conforto in tutto quanto è italiano, ma non appena si scende dall’aereo aborrire le stesse cose. Notare che è l’esatto contrario dell’effetto che faceva Krypton a Superman denota vaste letture.

– In fila per il taxi a Londra citare il celebre aforisma di Mussolini: “Governare gli italiani non è difficile, è inutile”. Per fugare sospetti di improprie nostalgie affrettarsi ad aggiungere che, sì, era fascista ma aveva il senso della frase.

– Compiangere i locali per il gusto scoraggiante con cui scelgono e abbinano i vestiti. Possibilmente individuare un connazionale con cui condividere il senso di superiorità.

– Se ci si trova in paesi un tempo soggetti all’impero romano e il connazionale interlocutore dice: “Questi qui erano tutti sotto” evitare di sorridere onde non incorrere nella correità.

– Davanti a un monumento storico dire che di cose così in Italia ce ne sono a migliaia e proprio per questo non vi si fa più caso. Valutare se ribadire ancora che il 70 per cento del patrimonio storico-artistico mondiale è in Italia.

– Moda, design, Ferrari, cibo, belle donne, musica, patrimonio artistico, bel tempo, calcio, dolcezza del vivere, politica delirante, tutti argomenti usurati da rifuggire. Se costretti a pronunciarsi sul made in Italy, dire che abbiamo esportato in tutto il mondo le macchine per fare i gelati, quindi lasciare la stanza.

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