I gesuiti dai libri al trono di Pietro

Da 500 anni uno sguardo che cerca di leggere Dio nella storia

Edoardo Rialti

I membri di quest’ordine così controverso sono stati creatori di primo piano su quasi tutte le frontiere della cultura. E, da Pascal a “Silence”, i grandi autori si sono spesso soffermati a scrutare e rappresentare i loro gesti e silenzi

“E faremo nostro compito il mistero delle cose, come fossimo spie di Dio” (William Shakespeare, “Re Lear”) C’è una variazione significativa, nell’adattamento che Martin Scorsese ha tratto da “Silenzio” di Shusaku Endo, sulle persecuzioni e le apostasie (venivamo definite “cedimenti”) dei cristiani in Giappone. Che modifica, interpreta e osa dare voce a quanto invece, nel romanzo stesso, viene espresso proprio – non a caso – da un silenzio. I due gesuiti protagonisti, dopo aver abiurato, lavorano ormai per le autorità locali, ispezionando merci straniere, in cerca di possibili medagliette, rosari, icone da consegnare e requisire. Laddove Endo ci racconta solo gli occhi di Rodrigues (“mentre si allontanava, si voltava furtivamente a guardare Ferreira. Anche Ferreira gli lanciava un’occhiata. Non si sarebbero rivisti fino al mese successivo. E quando si fossero visti, nessuno dei due sarebbe stato in grado di scandagliare quanto fosse profonda la solitudine dell’altro”), Scorsese fa sfuggire a Ferrera un lapsus, o un indizio. Le parole “Nostro Signore”. Incalzato dal compagno, che sostiene di averglielo sentito effettivamente dire, il vecchio maestro fa spallucce. “Ne dubito”.

 

Quei silenzi e quelle parole, un enigma che non ha cessato di affascinare e repellere fin dalla loro comparsa, all’alba della modernità

Non è solo un’interessante e personale interpretazione del non detto di Endo, ma un’ironica e drammatica variazione della vecchia battuta ecclesiastica sulle tre cose che perfino Dio non saprebbe: il numero degli ordini religiosi femminili, dove trovi i soldi un salesiano, e cosa pensi davvero un gesuita. Che, come in tutte le battute di successo, tocca un nodo profondo e vero. Perché i gesuiti, i loro silenzi e le loro parole costituiscono davvero un enigma, che non ha cessato di interpellare, affascinare e repellere, fin dalla loro prima comparsa, significativamente all’alba della modernità, cui volevano offrire risposte all’altezza della crisi profonda (esistenziale, culturale e politica) che l’ha partorita e alimentata. E continuano a farlo oggi, con un gesuita sul Soglio di Pietro cui molti vorrebbero strappare un sì/no su divorziati e comunione, gay, islam, donne sacerdoti. O pensano di interpretarne gesti, parole e, appunto, silenzi. Questa lente di ingrandimento rivolta su Bergoglio è stata spesso puntata, con affetto, disprezzo o semplice perplessità, su tutto l’ordine a cui appartiene. Come notava lo storico Adriano Prosperi, “l’impresa gesuitica si fissò stabilmente nei sogni, nei sentimenti e negli ideali di una vasta e nutrita schiera di giovani, con una forza tale da rinnovare l’epopea delle crociate e il fervore nel movimento francescano”. Al tempo stesso, “i gesuiti divennero immediatamente il bersaglio di un’accusa che doveva accompagnare da sempre il loro nome: l’ipocrisia… l’idea stessa dell’esistenza di un ordine religioso fatto di autentici e perfetti seguaci di Gesù doveva suonare come una provocazione. Anche perché quel nuovo ordine escluse in partenza la prospettiva di vivere la scelta di perfezione religiosa nel segreto di un cenobio o fra le solide mura del convento. Il loro era un ascetismo mondano, come Max Weber definì il calvinismo.”

 

Al primo stereotipo del gesuita ostentatamente pio, Ignazio di Loyola stesso ribatteva “vorrei che fossimo più ipocriti di quel che siamo” – ancor più esplicitamente devoti, anche a costo di passare per falsi. I membri di quest’ordine così complesso e bizzarro, il cui termine stesso (al pari di “francescano”, “manicheo” o “fariseo”) ha avuto l’insolito privilegio di assorbire una connotazione morale, che è stato paragonato per specificità irriducibile (e spesso guardata con pari sospetto) agli ebrei o, per fervore culturale e capacità organizzativa, ai comunisti (due elementi che vanno a coincidere nel tenebroso Naphta di Thomas Mann) sono stati creatori di primissimo piano nei campi della cultura (scienze, linguistica, educazione, editoriale: proprio in questi giorni la Civiltà Cattolica, la prima rivista italiana, e la prima a introdurre le commissioni esaminatrici degli articoli, festeggia 4.000 numeri). Del resto, già l’Ignazio dei celebri e famigerati “Esercizi Spirituali” – “Todo modo de examinar la consciencia, de meditar, de contemplar, de orar vocal y mental, y de otras spirituales opperaciones” – attribuiva un apporto decisivo all’immaginazione, e quindi alla narrativa. Non solo: i gesuiti stessi sono stati personaggi culturali, oggetto di rappresentazione e auto-rappresentazione, anche nel campo della narrativa. Ben oltre l’apologetica o la libellistica devozionale.

 

“Divennero immediatamente il bersaglio di un’accusa che doveva accompagnare da sempre il loro nome: l’ipocrisia” (Prosperi)

Proprio per il loro spingersi ai confini esteriori e interiori, si tratti dell’Amazzonia e del Giappone, o nel guazzabuglio nebbioso delle coscienze di principi e contadini, anche la grande letteratura si è spesso soffermata a scrutare e rappresentare i loro gesti e silenzi, offrendoci una vastissima gamma di sfumature. Personaggi che continuano a credere in Dio persino mentre – e addirittura perché – lo tradiscono, o che lo servono anche quando non ci credono più (il filosofo Daniel Dennett nel suo recente “Out of the pulpit” ha studiato e intervistato numerosi e anonimi preti atei). Certo, non è da tutti nascere e dover subito passare da un battesimo del fuoco come furono gli strali di Pascal, che già tratteggia da par suo alcune immagini di fuoco del gesuita casuista, tutto sfumature e ambiguità (“dicono che la Chiesa dice quel che non dice e che non dice quel che dice… il mondo vuol naturalmente una religione, ma benigna… una religione indulgente è atta a durare, la ricerca per libertinaggio… i potenti hanno desiderato di essere lusingati; i gesuiti hanno desiderato di piacere ai potenti”).

 


 

Peter Paul Rubens, “Sant’Ignazio di Loyola”, 1612 circa (Pasadena, Norton Simon Museum)


 

C’è una sottile ironia nel notare che il nuovo missionario, noto per la sua capacità di immedesimarsi con la cultura e l’ambiente nel quale deve muoversi (“vestiti come dei bonzi per entrare a corte dell’Imperatore”, cantava Battiato di Ricci e compagni) in letteratura spesso costituisca a sua volta un travestimento. Sono molti i personaggi celebri che si camuffano proprio da gesuiti. Il Candido del grande accusatore Voltaire lo fa in Sudamerica, e rischia grosso quando incappa in alcuni Indios non propriamente entusiasti dei missionari (“Erano circondati da una cinquantina di Orecchioni completamente nudi, armati di frecce, di mazze e di asce di pietra; gli uni facevano bollire una gran caldaia; gli altri preparavano degli spiedi, e tutti quanti gridavano: “E’ un gesuita! E’ un gesuita! Saremo vendicati, faremo ottimo pranzo, mangiamo gesuita, mangiamo gesuita!”). In Balzac è il grandioso malvagio Vautrin, criminale omosessuale e poi capo della polizia, a presentarsi come il misterioso padre Herrera (“un viaggiatore interamente vestito di nero, dai capelli incipriati, che calzava scarpe di cuoio d’Orléans, con le fibbie d’argento. Bruno in viso e pieno di cicatrici come se, da piccolo, fosse caduto nel fuoco. Questo viaggiatore, dalla sagoma così palesemente ecclesiastica, camminava lentamente e fumava in sigaro”).

 

Un ordine paragonato per specificità irriducibile agli ebrei o, per fervore culturale e capacità organizzativa, ai comunisti

In Italia, Tomasi di Lampedusa stacca la narrazione incollata agli occhi del Gattopardo-Don Fabrizio per offrirci la prospettiva con cui il cappellano padre Pirrone guarda ai tormenti dell’aristocrazia. E’ proprio lui, che ascolta le confessioni e condivide i pasti dei Salina, e l’amore per l’astronomia del Principe stesso, a tentare di spiegare i nobili al popolo: “Vedete, don Pietrino, i ‘signori’ come dite voi, non sono facili a capirsi. Essi vivono in un universo particolare che è stato creato non direttamente da Dio ma da loro stessi durante secoli di esperienze specialissime, di affanni e di gioie loro: essi posseggono una memoria collettiva quanto mai robusta, e quindi si turbano o si allietano per cose delle quali a voi e a me non imporra un bel nulla, ma che per loro sono vitali perché poste in rapporto con questo loro patrimonio di ricordi, di speranze, di timori di classe… forse ci appaiono tanto strani perché hanno raggiunto una tappa verso la quale tutti coloro che non sono santi camminano, quella della noncuranza dei beni terreni mediante l’assuefazione”. E all’esclamazione scandalizzata del popolano “Ma se è così, padre, andranno tutti all'inferno!”, ribatte un “E perché? Alcuni saranno perduti, altri salvi, a secondo di come avranno vissuto dentro questo loro mondo condizionato. A occhio e croce Salina, per esempio, dovrebbe cavarsela; il giuoco suo lo gioca bene, segue le regole, non bara; il Signore Iddio punisce chi contravviene volontariamente alle leggi divine che conosce, chi imbocca volontariamente la cattiva strada; ma chi segue la propria via, purché su di essa non commetta sconcezze, è sempre a posto”. L’americana Flannery O’Connor (che da un’espressione del gesuita-paleologo Theillard de Chardin si ispirò per la raccolta “Tutto quel che sorge deve convergere”) con la consueta perfida intelligenza, gioca proprio con lo stereotipo corteggiato dalla modernità laicista: immagina un giovane intellettuale che, malato, sogna di fare un dispetto alla madre, e chiede di vedere un gesuita, aspettandosi un raffinato uomo di mondo, simile a quello incrociato in una festa newyorchese.

 

Si ritrova invece con un vecchio mezzo sordo che tuona versi delle Scritture, che lo martellano insieme alla malattia che avanza. Furio Monicelli nel “Gesuita perfetto” esplora anche il nodo irrisolto dell’omosessualità in tante vocazioni sacerdotali, mentre il giapponese Endo in “Silenzio”, fondendo “Cuore di tenebra” e “Il potere e la gloria”, nella straziante “kenosis” (spoliazione) del giovane missionario protagonista, che si trova a sbattere con le tragiche conseguenze e implicazioni del suo sogno di martirio, offre un’inaspettata rilettura del rapporto tra Cristo e Giuda, e della misteriosa esortazione che il Messia sussurra al traditore, “Quello che devi fare, fallo in fretta”. Cosa voleva dire? “Erano parole che, nel leggere la Bibbia tanto tempo prima, non aveva capito mai. E non soltanto quelle parole, ma tutto il ruolo di Giuda nella vita di quell’uomo era una cosa che non era mai riuscito a comprendere… se quell’uomo era amore, perché alla fine aveva respinto Giuda? Anche quando era stato seminarista e prete, quei dubbi erano sorti nella sua mente come bollicine sporche che si levano sulla superficie d’acqua di una palude. E in quei momenti aveva cercato di pensare a quelle bollicine come a cose che sporcavano la purezza della sua fede. Ma ora gli tornavano in mente con un’insistenza cui non si poteva resistere”. La verità non è chiara come l’acqua, ma sempre più densa e nera come il sangue. E le contraddizioni frettolosamente accantonate tornano a chiedere il conto. Non solo Rodrigues, che sperava di essere una Imago Christi, scoprirà invece di essere un nuovo Giuda, ma che la tenerezza ed esortazione con cui sente Cristo esortarlo a calpestare la sua immagine per salvare i cristiani torturati, è la stessa con cui si era rivolto anche al patrono dei traditori.

 

Liam Neeson in “Silence” di Martin Scorsese, tratto dal romanzo dello scrittore giapponese Shusaku Endo pubblicato nel 1966


 

“Quello che devi fare, fallo in fretta”, non era un invito dettato dal disprezzo o dall’angoscia di affrettarela morte imminente, ma un’impensabile premura per l’altro, un’ultima delicatezza: “Come dissi a te di camminare sulla piastra, così dissi a Giuda di fare quello che era in procinto di fare. Perché Giuda era in angoscia come sei tu adesso”. In “Exiles” Ron Hansen prova a investigare e raccontare una storia vera: come il naufragio della nave Deuschtland e l’affogamento di alcune suore abbia permesso al poeta-gesuita Hopkins, dopo anni di silenzio e con le maree nere della depressione che si alzano minacciose, di riprendere, dolorosamente, a scrivere. “Non dovrei pubblicarlo. I giornali lo giudicheranno barbarico”, confida a un confratello. “‘Perché scriverlo, allora?’ Perplesso, Hopkins ribattè ‘Perché pregare, allora?’”. E se Robert Bolt, col romanzo e la sceneggiatura di “Mission” racconta gli inizi della teologia della liberazione con i gesuiti schierati al fianco degli indios contro i portoghesi, Mary Doria Russell ha invece provato a immaginare gli stessi slanci e le stesse tragiche incomprensioni verificatesi nel Nuovo mondo, raccontando però una spedizione di gesuiti nello spazio, a incontrare gli alieni. “Era prevedibile, col senno di poi. Tutto ciò che riguarda la storia della Compagnia di Gesù rivelava lesta e efficace capacità di azione, esplorazione e ricerca. Durante quella che gli europei si erano compiaciuti di chiamare Era della Scoperta, i sacerdoti gesuiti non erano mai stati più di un anno o due dietro agli uomini che avevano effettuato un primo contatto con i popoli sconosciuti; in effetti, i gesuiti costituivano spesso l’avanguardia dell’esplorazione… Le Nazioni Unite richiesero anni per arrivare a una decisione che la Compagnia di Gesù raggiunse in dieci giorni.

 

In “Silenzio”, nella straziante spoliazione del protagonista, Endo offre un’inaspettata rilettura del rapporto tra Cristo e Giuda

A New York, i diplomatici discussero a lungo e aspramente se e perché delle risorse umane andassero impiegate nel tentativo di contattare il mondo che sarebbe diventato noto come Rakhat, quando c’erano così tanti bisogni urgenti sulla Terra. A Roma, le domande non erano se o perché, ma quanto presto si potesse intraprendere la missione, e chi mandare… Gli scienziati gesuiti partirono per apprendere, non per proselitismo. Partirono per poter conoscere e amare gli altri figli di Dio. Partirono per la ragione che ha spinto sempre i gesuiti fino alle frontiere più remote dell’esplorazione umana. Partirono ad majorem Dei gloriam: per una più grande gloria di Dio. Non volevano fare niente di male”. Eppure, nonostante a capo della spedizione ci sia un gesuita messicano geniale e autoironico (alla domanda beffarda “Com’è la castità?” ribatte senza battere ciglio “E’ una puttana”), nonostante le migliori intenzioni, il male accade eccome. Tanto che il sipario si apre misteriosamente col protagonista che viene recuperato unico sopravvissuto, seviziato e ridotto a schiavo sessuale, che si chiude in un albergo della Terra e chiede solo di lasciare l’Ordine. Non è giusto svelare al lettore perché. Quello che nessuno scrittore poteva immaginare, invece, era che mentre l’umanità avanza incespicando nei passi della post-modernità, con nuove sfide esteriori e interiori, dai migranti alle neuroscienze, dopo che le dimissioni di Benedetto XVI sanciscono anche in una prospettiva cattolica quanto George Steiner additava già anni fa, ossia il tramonto definitivo del culto del Logos, della parola/ragione platonica, capace di leggere e guidare gerarchicamente la realtà, salisse sulla cattedra di Pietro proprio un figlio di sant’Ignazio.

 

Molti (da Ignazio Silone ad Antonio Moresco) hanno immaginato in narrativa papi dimissionari del passato o del futuro, non l’elezione di un gesuita. Che insegnava – ed è significativo – letteratura e psicologia. Che leggeva in classe i versi audaci della “Sposa infedele” con i suoi studenti e non ama solo Manzoni e Agostino, ma anche il tellurico Dostoevskij di “Memorie del sottosuolo” (quando, qualche mese fa, il direttore della Civiltà Cattolica Antonio Spadaro citò il “due più due potrebbe fare anche fare cinque”, ci fu un’alzata di scudi da parte dei complottisti cattolici di mezzo mondo, che tuonavano contro il fumo di Satana nel tempio di Dio. Non si erano accorti che era appunto una citazione dostoevskijana, per di più rivolta contro l’altrettanto esecrato positivismo logico). Ed ecco che entusiasmi e sospetti antichi si rinnovano. Parole come discernimento, pensiero incompleto, avviare processi, compaiono improvvisamente sulle prime pagine dei giornali, per affrontare crisi internazionali, bioetica, sessualità. I reazionari gridano di nuovo all’apostasia, al corteggiamento ruffiano del mondo e dei potenti. I riformisti salutano e lodano quella che vedono come una grande benedizione collettiva, che abbatte vecchi steccati e vede, per la prima volta, persino Naomi Klein e i “No Logo” citare una Enciclica.

 

Quel che è certo, comunque la si pensi, credenti o atei, tradizionalisti o innovatori, è l’intrigante suggestione di questi due misteri che si scrutano a vicenda: la pressione di tanti interrogativi e sfide che gravano sulle spalle dell’uomo contemporaneo, e i gesti, le parole e – ancora una volta – gli enigmatici silenzi di uno sguardo che, da cinquecento anni, cerca di leggere Dio nella storia. Dall’avvento entusiasmante e violento della stampa alle nuove frontiere del digitale. Dalla scoperta dell’America all’orizzonte dell’evento nei buchi neri, dove il tempo diventa un’altra cosa. Dalla crisi della cristianità alla rivoluzione sessuale. Che si tratti davvero d’una lacerante battaglia spirituale, bisognosa di un ospedale da campo, o che, in fondo, Giacobbe non lotti con nessun angelo, e che l’umanità non faccia altro che agitarsi, muggire e ferirsi da sola, nel buio. Al pari dei due personaggi di Endo, anche post-modernità e gesuiti continuano a gettarsi occhiate cariche di silenzio.

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