Fin da ragazzo, il lavoro per Trump è sempre stato un’attività dinamica. Il presidente è un cultore delle abitudini: quando è fuori dal suo elemento, ingrigisce (foto LaPresse)

C'è noia alla Casa Bianca

Mattia Ferraresi

Insopportabili per Trump i momenti morti della presidenza. Non vede l’ora che arrivi il weekend per fuggire in Florida, ritrovare Melania e specchiarsi felice nel suo popolo

Donald Trump si annoia alla Casa Bianca. Uno dei suoi problemi principali, nell’arida dimensione della quotidianità, non è la difesa dai nemici o la gestione degli amici, ma il contenimento del tedio. Diversi indizi lo lasciano chiaramente intendere. Fra le isteriche grida d’indignazione dei media e l’apparire sulle testate di motti apocalittici del tipo “democracy dies in darkness”, è nato un genere giornalistico dedicato alla descrizione dei momenti morti della presidenza, per dar conto degli spazi vuoti delle sue giornate spesso incorniciate da una malinconica solitudine.

 

I cronisti hanno sempre raccontato le abitudini, le inclinazioni e i rituali privati dei presidenti, ma le attività collaterali avevano di solito un che di glamour o socialmente commendevole. Gli Obama non avevano il tempo materiale per annoiarsi. C’erano le figlie preadolescenti, le corse mattutine, l’orto di Michelle, le cene con Valerie Jarrett e le feste con Bruce Springsteen. C’era perfino la suocera. Trump si trova invece nell’anomala condizione di presidente in trasferta, ospite full time di una magione che a volte somiglia a una prigione, e la condizione è particolarmente ingrata per lui, che amava così tanto dormire nel suo letto alla Trump Tower da fare ore e ore di aereo in tarda serata pur di tornare a casa durante la frenesia della campagna elettorale. Le regge di Trump si somigliano tutte, sono non-luoghi di marmo e oro, la Casa Bianca è irripetibile, può mettere a disagio chiunque ma specialmente chi si picca di non far parte della tribù della politica.

 

Con Melania rimasta a New York a protezione del piccolo Barron – e invero anche di se stessa – le giornate intense del presidente sono incorniciate da momenti di altrettanto intensa solitudine, generalmente elusa dalla televisione e Twitter, compagni della prima mattina e della tarda serata, nonché terrore del pubblico contribuente. Sono fioccati i racconti del presidente che mangia pollo fritto in accappatoio sul letto, che chiama vecchi amici e collaboratori per ascoltare i loro consigli, c’è chi ha ipotizzato che lui e Steve Bannon, presidente in seconda, passino le nottate a scambiarsi messaggi su strategie e prossime mosse, e non sarebbe del tutto sorprendente. Trump non legge libri, non tollera documenti politici più lunghi di due pagine (l’ordine è di racchiudere tutto in una singola pagina), non ama stare seduto a lungo, frequenta sporadicamente i giornali, vuole briefing d’intelligence brevissimi, praticamente dei Tweet, e pare che alle pagine si sia appassionato soltanto quando gli hanno presentato un libro con i campioni delle tende per lo Studio Ovale. Ha scelto un tessuto dorato che era stato preparato per Bill Clinton (lui ha detto che era Roosevelt).

 

I giornalisti della casa Bianca si sono specializzati nel rappresentare la dimensione solitaria e pure un po’ autistica di un uomo che fin da ragazzo concepiva il lavoro come attività dinamica. Quando lavorava per il padre andava a Brooklyn con la sua Cadillac argentata e passava da un appartamento all’altro a riscuotere affitti. Le guardie del corpo assicuravano che non ci fossero problemi con gli inquilini morosi. La sera tornava a Manhattan, mangiava al Club 21, tirava tardi fra un locale e l’altro. Anche da grande immobiliarista e gestore del brand globale a caratteri cubitali si muoveva costantemente, l’artista del deal è una furia che stringe mani, negozia e si sposta al tavolo da gioco successivo: il wrestling, i concorsi di bellezza, i casinò di Atlantic City, le spiagge della Florida, i campi di golf in Scozia e così via. Invece la più grande potenza della storia umana si governa dalla scrivania, non on the road, è un lavoro di stasi e logoramento. A volte, ha scritto il Times, Trump “va ad esplorare gli anfratti ignoti della sua nuova casa”, e viene da immaginarlo come un bambino con un pomeriggio troppo lungo davanti a sé e nessuna voglia di fare i compiti, soltanto di esplorare la soffitta e sognare di essere altrove. Il lavoro del presidente è fatto innanzitutto di fibra e disciplina, poi di ripetizioni e processi meccanici, doveri protocollari, scocciature formali e disturbatori sostanziali. La sensazione è che nel primo mese di governo, Trump si sia tremendamente annoiato in quella palude che non è poi tanto facile da prosciugare. Alla Casa Bianca The Donald è un po’ animale in cattività, un po’ studente fuori sede, aspetta con ansia il fine settimana per ricaricarsi a Mar-a-Lago, nella sua Palm Beach, club delle meraviglie che sfrutta in lungo e in largo per situazioni istituzionali e no. Lo aveva capito che sarebbe finita così, e infatti quando la famiglia ha annunciato che Melania e il figlio sarebbero rimasti a New York, anche lui per un momento ha accarezzato – e subito esternato – l’idea del presidente pendolare, per non rimanere del tutto intrappolato nella reggia che ha il potenziale di sopire perfino il suo spirito iconoclasta. Non era praticabile, naturalmente. E’ un cultore delle abitudini, Trump, quando è fuori dal suo elemento ingrigisce. Della residenza presidenziale di Camp David non vuole nemmeno sentire parlare. L’ha definita “rustica”, che nel suo vocabolario è all’incirca un sinonimo di “american carnage”, e a un giornalista che chiedeva se mai l’avrebbe sfruttata per fine settimana presidenziali ha detto che tutti amano molto quella tenuta, per la prima mezz’ora.

 

In poco più di un mese da presidente ha passato tre fine settimana a Mar-a-Lago, abitudine che complessivamente è costata al contribuente 11,3 milioni di dollari. Sono lontani i tempi in cui bacchettava le vacanze di Obama “che costano ai cittadini milioni di dollari, incredibile!”, ma sono vicini quelli in cui ha fatto una sessione di propaganda sulla spending review tagliando i costi dell’Air Force One e le commesse degli F35. La trasferta in Florida è più complicata e costosa di quanto si possa immaginare, perché blocca strade, rallenta aeroporti commerciali, danneggia i business circostanti. Ogni volta che il presidente si fa un paio di swing con Shinzo Abe o chi per lui, l’aeroporto di Lantana perde 250 mila dollari per via delle restrizioni dello spazio aereo. E’ un prezzo inevitabile, perché tutto questo per Trump è necessario, vitale. L’undicesima e ultima regola del negoziato di “The Art of the Deal” proclama: “Divertiti”. “I soldi non sono mai stata una grande motivazione per me, soltanto un modo per tenere il punteggio. Il vero divertimento è giocare”. In politica non è molto diverso, ma se uno è rinchiuso fra le mura del castello, sommerso da quella che Arthur Schlesinger Jr. ha chiamato la “presidenza imperiale”, il tentacolare apparato burocratico che alberga nella Casa Bianca, come si fa a divertirsi? Sfuggire occasionalmente alle noie della presidenza significa per Trump riappropriarsi del suo vero io, e incidentalmente anche avere meno tempi morti in cui farsi prendere dalla rabbia per le fake news della Cnn o dall’entusiasmo per quelle di Tucker Carlson. Non va dimenticato che la figura del Trump politico è stata costruita in diciotto mesi di attività che è un eufemismo definire intensiva. Ha fatto molti più comizi e organizzato molti più eventi di quelli di Hillary Clinton, e l’ha surclassata per quanto riguarda la partecipazione. Quando lei faticava a radunare migliaia di persone, lui ne attirava decine di migliaia ogni sera, traendo forza e capacità persuasiva dal rapporto costante con quello che lui continua a chiamare, in modo furbo e potente, un movimento. E’ più di un animale da palcoscenico, è un prodotto dell’audience e dei sondaggi di opinione, la legittimazione popolare per lui è ragione di vita e morte, il venire meno del contatto con il suo popolo è una tragedia irreparabile, il resto sono errori che si possono correggere. E’ l’ossessione dello share che lo ha portato a tirare avanti la grottesca contestazione su presunti milioni di voti truccati o di elettori morti rimasti chissà come nelle liste elettorali per spiegare che Hillary non aveva nemmeno vinto il voto popolare; l’assurdo si è trasformato in surreale follia quando il presidente ha lanciato un balbettante Sean Spicer davanti ai giornalisti a spiegare che l’assembramento alla cerimonia di inaugurazione non era seconda a quella portata da Obama nel 2008, nonostante le foto mostrassero l’opposto esatto. Nella sua prima intervista televisiva da presidente ha portato David Muir della Abc a vedere le immagini che avrebbero dovuto dargli ragione. Ha insistito a tal punto sulla questione che l’ineffabile Kellyanne Conway s’è dovuta arrampicare sui “fatti alternativi” per far quadrare la sghemba idea del boss. Perché tutto questo affannarsi quando l’incoerenza e la contraddizione erano già state sdoganate? Semplice: per difendere la dimensione popolare del suo successo. La routine presidenziale alla Casa Bianca eclissa, deprime questa intima necessità trumpiana.

 

Anche nella sua carriera di animale da reality e brandizzatore di grattacieli pacchiani per ricchi-ma-non-ricchissimi ha sempre avuto l’acuto senso che la riconoscibilità popolare, la pervasività del verbo pubblicitario – pubblicità buona o cattiva: superate certe inibizioni la differenza, com’è noto, non esiste – fosse l’unico vero asset in circolazione. Dopo settimane a scalpitare, ha organizzato a Melbourne, in Florida, nel cuore del territorio trumpiano, un comizio con file chilometriche e adrenalina da stadio. Si è presentato senza cravatta, con il ciuffo scompigliato, ha lanciato il discorso preparato ed è andato a braccio, ritrovando con il suo popolo il contatto diretto che normalmente gli è negato dal filtro delle “fake news”. E’ stata ancora una volta l’esperienza dionisiaco-trash che ha elettrizzato decine di milioni di americani. Perfino lo sguardo paralizzato di Melania, che ha recitato in modo catatonico il Padre Nostro ed è stato immediatamente psicanalizzata a distanza da orde di femministe che la giudicano la vittima per eccellenza dell’oppressione patriarcale interiorizzata, non ha diminuito la forza comunicativa del momento. Trump era diverso da quello che si vede alla Casa Bianca. Qualcuno l’ha acutamente definito il primo comizio della campagna elettorale per la rielezione. Un pastore di nome Joel Tooley, che si è presentato lì con la figlia undicenne per patriottismo più che per affiliazione politica, ha descritto la scena come una specie di sabba, una seduta spiritica in formato politico dove “la presenza demoniaca era palpabile”. “La gente – ha scritto Tooley su Facebook – è stata introdotta a un’esperienza profondamente religiosa, cosa che mi ha messo completamente a disagio”. Una canzone patriottica urlata dal popolo rabbioso di Trump s’è trasformata alle sue orecchie in un inno sacrilego e inascoltabile. “Amo il mio paese, rendo onore a quelli che hanno sacrificato le loro vite per la nostra libertà e rispetto la nostra storia, ma quello che ho sperimentato in quel momento mi ha fatto rabbrividire. Ho sentito che la gente era lì per adorare una ideologia e l’uomo che la rappresentava. Non mi fraintendete, non era la canzone di per sé, quanto il movimento inspiegabile che si era creato in quell’auditorium. Era un afflato religioso”.

 

La cosa curiosa è che, con qualche minimo emendamento, potrebbe essere il racconto estasiato di un ultrà di Trump, quelli che al pari di lui si sono un po’ annoiati in queste settimane, quando si è scoperto che gli ordini esecutivi sono cavillosi, i giudici attivi e i capi di stato tendono a non regalare muri di cinta ai confinanti. Ora hanno bisogno di una nuova scossa, nuovo furore. Poiché Maometto non può sempre andare alla montagna (evitare qui le facili battute sulle difficoltà per Maometto di ottenere un visto per raggiungere la montagna) talvolta deve accadere l’inverso. Trump ha fatto una prova generale il 16 febbraio, quando ha trasformato l’annuncio del nuovo segretario del lavoro in una conferenza stampa a briglia sciolta, con il presidente che chiama domande, risponde, beffeggia, censura, provoca, commenta, insolentisce. Lo stesso evento nella East Room contiene una rappresentazione del presidente annoiato e di quello reattivo ed esuberante fino all’eccesso. Ha letto la dichiarazione scritta in modo meccanico, cupo, minaccioso, senza alzare quasi mai lo sguardo verso le telecamere. Quando è iniziato il corpo a corpo con i giornalisti, il presidente si è riacceso e con il passare dei minuti ha preso ritmo e vigore, trascinando tutti nella dimensione della campagna elettorale permanente, l’unica in cui mostra quell’energia vitale che si perde nelle serate solitarie a rimuginare davanti alla Cnn. Il potere logora, il governo annoia.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.