Il campo dei santi

Jean Raspail
Edizioni di Ar, 420 pp., 20 euro

Fa il suo effetto leggere questo romanzo distopico oggi, quando le situazioni immaginate dall’autore nel 1973 ne evocano di reali e attuali. A New York, un sociologo commenta la notizia dell’arrivo via mare di un milione di migranti in Europa standosene nel lusso dei quartieri alti, mentre la città bassa è in preda al crimine e a scontri violenti tra bianchi e neri. A Calcutta, una madre smunta tende verso i cancelli di un consolato occidentale quel bambino, bello, sano e ben nutrito, che ha scientemente portato in grembo per conto del sistema delle adozioni internazionali. Nel quartiere arabo di Parigi, informato dell’arrivo delle nuove moltitudini, un austero Mohammed proclama ai suoi compagni che “il tempo delle armi è finito”: ormai l’occidente sarà sottomesso dalla semplice forza del numero. Per quanto si parli di cataclismi, nelle pagine di Raspail l’azione è ridotta ai minimi termini, sospesa, a volte solo annunciata. I personaggi sono meri portatori di punti di vista su quello che sta accadendo, mentre la voce narrante cerca di darsene ragione parlando, al passato remoto, chissà quanto tempo dopo la mattina in cui una flotta rugginosa partì dall’India verso l’Europa, carica di masse convinte di salpare verso il “paradiso del latte e del miele”. Negli ultimi anni, il libro di Raspail è diventato un riferimento per le “nuove destre”, che denunciano – l’espressione è di un altro francese, Renaud Camus – la “grande sostituzione” demografica in atto nel Vecchio continente. Il linguaggio crudo e lo humour nero valsero al suo autore l’accusa di razzismo, ma in realtà Raspail è equanime. Se i migranti sono aggressivi e determinati (nient’affatto dei “disperati”), gli europei sono “paguri che vivono in conchiglie abbandonate da una specie attualmente estinta”, ben rappresentati dall’umanità turistica e svagata che, all’attracco delle navi sulla Costa Azzurra, si dà alla fuga. E tutti egualmente regrediscono a uno stato di natura in cui il cattolico Raspail constata l’impraticabilità della carità cristiana: “In quella strana guerra che si stava profilando, avrebbero trionfato coloro che avrebbero amato se stessi più intensamente”. Cosa può succedere all’Europa, in un mondo di libertà di movimento e di diseguaglianze economiche, quando essa sia diventata “tragicamente minoritaria” dal punto di vista demografico? Il trasferimento epocale di massa che costituisce l’iperbole romanzesca può avvenire in modo diluito nel tempo, ammette Raspail nell’introduzione; ma avverà. Tuttavia, spiega l’autore, non è il pessimismo ciò che in questo libro è attribuibile alla sua natura autentica, bensì “l’umorismo alla buona e irridente, il comico sotto le apparenze del tragico, un certo spirito scherzoso come antidoto all’apocalisse”. Che si coglie fin dal primo surreale dialogo tra un vecchio professore e un giovane sessantottino, con il primo che carica il fucile in attesa degli invasori, e il secondo che pregusta il crollo della civiltà borghese dei padri. O quando l’autore descrive la strana unità di élite, intellettuali, preti progressisti, ministri nel salutare la migrazione come una benedizione, o ancora quando allude alla genìa dei “raddrizzatori di torti” dediti sui media a correggere le inclinazioni xenofobe dei loro connazionali, e al temino sentimentale sul Terzo mondo dato ai ragazzi da svolgere in classe. La caricatura, qui abbondantemente usata, non vuole stravolgere, ma svelare gli intimi, e quasi mai buoni, moventi di tanta bontà. E molte delle frasi messe in bocca ai suoi personaggi, ci tiene a precisare l’autore, sono state veramente scritte o pronunciate.

 

IL CAMPO DEI SANTI
Jean Raspail
Edizioni di Ar, 420 pp., 20 euro

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