Lo schiavista

Paul Beatty
Fazi, 367 pp., 18,50 euro

Bonbon Me non ha mai evaso le tasse né svaligiato un negozio di superalcolici. “So che detto da un nero è difficile da credere”, ma è la verità: Bonbon è un cittadino onesto. Eppure si trova davanti alla Corte suprema degli Stati Uniti con accuse che sfiorano i crimini contro l’umanità: ripristino della schiavitù e segregazione razziale. Un pugno sullo stomaco a Rosa Parks, Obama e secoli di marce contro il razzismo. Bonbon si siede davanti alla Corte con aria rilassata, non si sente in colpa, e poi “un po’ di segregazione non ha mai fatto male a nessuno”. Con Lo schiavista, Paul Beatty ha vinto il Man Booker Prize del 2016, primo americano a conquistare il più prestigioso riconoscimento britannico. Definito una satira esilarante, in realtà è la storia dell’America contemporanea che costruisce monumenti e memoriali per rendere onore e dimenticare meglio le sue vittime e i crimini commessi. Bonbon viene dalla periferia di Los Angeles, Dickens, la presunta capitale mondiale degli omicidi. Se un progressista avesse il coraggio di fare un giro da quelle parti, cambierebbe sicuramente idea sull’uguaglianza, i diritti. In passato, le uniche città che si sono candidate per fare un gemellaggio con Dickens sono state Chernobyl e Kinshasa, la capitale della Repubblica democratica del Congo. Alla fine, però, Kinshasa ha rinunciato: “Da voi ci sono troppi negri”. Bonbon è stato cresciuto dal padre, uno studioso di scienze sociali che lo ha educato a imparare a memoria la vita e le opere dei simboli afroamericani. “A quale sottotesto culturale senti di aderire?” gli chiede durante una lezione suo papà mostrandogli prima le immagini di Malcolm X e poi quelle di Barbie e Ken. Bonbon senza esitare indica Barbie e Ken: “Hanno gli accessori migliori”. Un giorno suo padre viene ucciso senza motivo dalla polizia. “Solo perché il razzismo è morto non vuol dire che non sparino più ai negri a vista”. Da allora Bonbon decide di fare qualcosa per il suo popolo, ma a modo suo. Comincia a partecipare agli incontri dei Dum Dum Donuts, noiosissime riunioni di intellettuali di colore con molto tempo da perdere che spesso se la prendono con Mark Twain perché nelle sue opere ha usato troppe volte la parola negro. Ma a Bonbon della retorica buonista non gliene frega niente, se potesse esulterebbe: “Benvenuto nel lessico americano, negro”. Non è tormentato dal complesso di inferiorità nero che perseguita tutti quelli intorno a lui, e poi ha altri progetti. Il ragazzo decide di prendere uno schiavo, Hominy, un ex attore di colore che si sente a proprio agio solo quando sente odore di razzismo. Quando lo spirito della schiavitù lo anima, a Hominy piace fare il poggiapiedi umano; “Zì badrone” è la sua risposta preferita. Insieme a lui e a Marpessa, l’amore della sua vita, Bonbon ripristina il segregazionismo nella sua città. “L’apartheid aveva unito i sudafricani; per quale motivo non avrebbe potuto ottenere lo stesso effetto su di noi?”. Bonbon vuole riportare in vita Dickens e la sua comunità, cancellata da tutte le carte geografiche americane per vergogna. Scuole per neri, posti a sedere riservati ai disabili e ai bianchi… le cose sembrano funzionare, la comunità rivive. Secondo la Corte suprema, Bonbon Me ha offeso il suo popolo e il mondo intero ha riportato indietro la storia di secoli e secoli; in realtà però l’uomo ha voluto dimostrare ciò che sa fin troppo bene e cioè che i diritti degli afroamericani non sono né naturali né costituzionali, bensì irrilevanti. “E’ questo il problema della storia: ci piace pensare che sia un libro, e quindi di poter girare pagina, muovere il culo e andare avanti. Ma la storia non è la carta su cui viene stampata. E’ la memoria, e la memoria è tempo, emozioni, e canto. La storia sono le cose che ti rimangono dentro”. La storia può anche fare un passo indietro; come ha detto Amanda Foreman, Lo schiavista ha colpito il cuore della società americana.

 

LO SCHIAVISTA
Paul Beatty
Fazi, 367 pp., 18,50 euro

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