Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto

Francesco Guccini
Mondadori, 147 pp., 15 euro
Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto
Le “fotografie” che scatta Francesco Guccini nel suo libro di racconti sono lontane dagli esorcismi di cui parlava Jean Baudrillard: disincarnazioni della realtà che rendono l’immagine un “medium dell’oggettualità pura”. Sono frammenti vitali che, al contrario, incarnano il lettore all’interno di paesaggi, situazioni, comunità, di uomini del tempo che è stato, e in alcuni casi che è ancora. Perché, dichiara lo stesso Guccini, la narrativa – come le canzoni – conferisce la patente di eternità alla vita umana, ovvero a ciò che per sua natura l’eternità corporale non la può afferrare. Nell’epoca dell’“onanismo del selfie”, ineluttabilmente temporaneo, passeggero, “scaricabile”, vince in questa foto-storia della provincia montanara dell’Appennino tosco-emiliano la perfezione della storia che tramuta il ricordo in memoria e riporta alla luce la materia che si credeva perduta, sfarinata nel “fu”. O almeno così è in alcune di queste istantanee. Quelle dove il sentimento della nostalgia non lascia spazio allo struggimento infecondo per qualcosa che è andato e non tornerà, ma rimane ciò che è: malinconia, spesso ironica e beffarda, come si conviene. Accade nel racconto “La scuola”, dove le marachelle – e le balle – dell’immancabile compagno di banco scansafatiche, il Bonazzi di turno, diventano il “classico”, il topos che si ripeterà nei secoli dei secoli, si viva su Marte o sulla Terra, in mano penna-e-calamaio o smartphone di ultima generazione, non fa differenza; o nella storia dei due vecchi Federico e Argìa, che nell’incontro di una coppia di giovani rivivono se stessi e la bellezza dell’adolescenza, anche se quella di oggi è naturalmente “senza educazione e senza creanza”, soprattutto perché ancora inconsapevole del proprio destino mortale; o, infine, nella breve carrellata di matti, come quell’elettricista che si credeva tenore lirico e ciclista da Giro d’Italia senza essere né l’uno né l’altro, ma solo un sognatore come tanti, “sempre a un passo da qualcosa di diverso, sempre invece lì a prendere valigia e a trasferirsi”. E’ il mondo poetico tradizionale del “Maestrone”, quello che popola questo libro leggero, ricco di musicalità e parole ormai in disuso nell’èra del social network: barroccio, tramoggia, corriera, e via così. Il mondo terragno e sornione di chi è cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia…”, come dice lo stesso Guccini in una delle sue più celebri ballate, “Addio”. Quel mondo che, però, alla fine preferiamo ascoltare nelle sue canzoni: che ci facciano innamorare o ci disturbino per la loro prorompente ideologia.

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