Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto

Francesco Guccini
Mondadori, 147 pp., 15 euro

20 Febbraio 2016 alle 06:40

Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto
Le “fotografie” che scatta Francesco Guccini nel suo libro di racconti sono lontane dagli esorcismi di cui parlava Jean Baudrillard: disincarnazioni della realtà che rendono l’immagine un “medium dell’oggettualità pura”. Sono frammenti vitali che, al contrario, incarnano il lettore all’interno di paesaggi, situazioni, comunità, di uomini del tempo che è stato, e in alcuni casi che è ancora. Perché, dichiara lo stesso Guccini, la narrativa – come le canzoni – conferisce la patente di eternità alla vita umana, ovvero a ciò che per sua natura l’eternità corporale non la può afferrare. Nell’epoca dell’“onanismo del selfie”, ineluttabilmente temporaneo, passeggero, “scaricabile”, vince in questa foto-storia della provincia montanara dell’Appennino tosco-emiliano la perfezione della storia che tramuta il ricordo in memoria e riporta alla luce la materia che si credeva perduta, sfarinata nel “fu”. O almeno così è in alcune di queste istantanee. Quelle dove il sentimento della nostalgia non lascia spazio allo struggimento infecondo per qualcosa che è andato e non tornerà, ma rimane ciò che è: malinconia, spesso ironica e beffarda, come si conviene. Accade nel racconto “La scuola”, dove le marachelle – e le balle – dell’immancabile compagno di banco scansafatiche, il Bonazzi di turno, diventano il “classico”, il topos che si ripeterà nei secoli dei secoli, si viva su Marte o sulla Terra, in mano penna-e-calamaio o smartphone di ultima generazione, non fa differenza; o nella storia dei due vecchi Federico e Argìa, che nell’incontro di una coppia di giovani rivivono se stessi e la bellezza dell’adolescenza, anche se quella di oggi è naturalmente “senza educazione e senza creanza”, soprattutto perché ancora inconsapevole del proprio destino mortale; o, infine, nella breve carrellata di matti, come quell’elettricista che si credeva tenore lirico e ciclista da Giro d’Italia senza essere né l’uno né l’altro, ma solo un sognatore come tanti, “sempre a un passo da qualcosa di diverso, sempre invece lì a prendere valigia e a trasferirsi”. E’ il mondo poetico tradizionale del “Maestrone”, quello che popola questo libro leggero, ricco di musicalità e parole ormai in disuso nell’èra del social network: barroccio, tramoggia, corriera, e via così. Il mondo terragno e sornione di chi è cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia…”, come dice lo stesso Guccini in una delle sue più celebri ballate, “Addio”. Quel mondo che, però, alla fine preferiamo ascoltare nelle sue canzoni: che ci facciano innamorare o ci disturbino per la loro prorompente ideologia.

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