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lettere al direttore

Agire contro corporazioni e correnti. Il No del professor Monti e qualche motivo perché ci ripensi

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Con la serietà e l’acume che la contraddistinguono e con la cortesia che ha sempre avuto nei miei confronti, lei ha colto un punto essenziale: “E pensare che il professor Monti ha sempre combattuto le corporazioni”. Così lei ha intitolato, sul Foglio del 18 marzo, la sua garbata critica al mio preannunciato No al referendum sulla giustizia. Avrei visto anch’io con favore una riforma organica e incisiva del sistema giudiziario, volta ad abbreviare davvero la durata dei processi e a responsabilizzare maggiormente gli operatori della giustizia, insomma a migliorare i servizi della giustizia per i cittadini e le imprese. Invece, questa riforma dà piuttosto l’impressione che una corporazione, quella dei politici, intenda rendere più difficile a un’altra corporazione, la magistratura, esercitare il controllo giudiziario nei confronti della prima.
Quando lei e io, caro direttore, combattiamo le corporazioni nei dibattiti di policy o, come a me è capitato, con gli strumenti di enforcement del mercato unico e dell’antitrust, lo facciamo nell’interesse generale: allocazione più efficiente delle risorse, più equità, più crescita e meno inflazione. Ma lei e io sappiamo altrettanto bene che l’attuale governo – pur meritevole sotto altri profili, come la disciplina di bilancio – è totalmente allergico a ogni intervento con cui potrebbe ridurre i privilegi e il potere di mercato delle varie corporazioni, dai concessionari balneari ai tassisti e via dicendo. Queste categorie ricambiano i favori ricevuti, e pagati dalla generalità dei cittadini, sostenendo con il voto i politici che li proteggono. In un certo senso, la bassissima crescita dell’economia italiana è l’altra faccia della medaglia della stabilità politica. Tu, governo, non mi togli privilegi e rendite; io, corporazione, non ti tolgo il voto.
Mentre vedo i rischi di questa riforma della giustizia come smottamento tra i confini della politica e della giustizia, preludio di altri possibili tentativi di ridimensionamento dello stato di diritto, trovo eroico ipotizzare che si tratti di un primo lodevole passo per togliere qualche eccesso di rendita alle tante corporazioni, da parte di un governo che in tre anni e mezzo si è ben guardato dal toccare le loro rendite. E che ora, chissà perché, comincerebbe proprio dalla giustizia. Forse perché riformare le altre corporazioni fa perdere voti, mentre riformare in questo modo la corporazione della giustizia dà più spazio al malgoverno. Cordiali saluti.

Mario Monti

Caro professore, grazie della sua gentile risposta. Il suo ragionamento, sulla carta, non fa una piega: un governo che non ha fatto nulla contro le corporazioni come potrebbe fare ora qualcosa per ridurre il potere delle corporazioni? Nulla da dire. Ma in politica, come lei ci insegna, occorre sempre giudicare nel merito. E giudicare nel merito, in questo caso, non significa voler assolvere il governo sulla sua timidezza nei confronti della promozione della concorrenza, nei confronti della liberalizzazione dell’Italia, nei confronti della lotta contro le rendite di posizione, effettivamente modeste, quasi inesistenti. Giudicare nel merito, nel caso specifico, significa leggere la riforma, depoliticizzarla, dimenticare chi l’ha scritta e concentrarsi su cosa c’è scritto. E se si parte dal presupposto, credo condiviso, che, per come è strutturata oggi, la magistratura italiana costituisce una delle corporazioni più inscalfibili che esistano nel nostro paese, una super burocrazia irresponsabile che ha per di più il potere di ampliare a dismisura e in modo discrezionale il raggio d’azione dello stato a discapito di ciò che resta nel nostro paese della libera iniziativa privata, non si potrà non rendersi conto di un fatto elementare. Avere una magistratura più responsabilizzata può aiutare ad avere uno stato di diritto più forte, non più debole. Avere magistrati in grado di fare carriera sulla base del merito può incentivare i magistrati a muoversi meno come una corporazione vincolata a logiche correntizie. E avere un giudice più terzo, più terzo rispetto a come lo è oggi, non significa voler dare maggiore spazio al malgoverno della politica. Significa, al contrario, ridare allo stato una prerogativa che dovrebbe essere cara a chi nella sua vita ha cercato di tutelare la libera impresa. Un ruolo terzo, neutrale, meno ostaggio di una corporazione e a difesa non della libertà di un indagato ma delle libertà costituzionali e anche di quelle di mercato. Meno argini non significa più impunità. Significa più responsabilità. Significa più credibilità. Significa semplicemente più stato di diritto. E se una riforma aumenta la terzietà del giudice, riduce il peso delle correnti e sottrae la disciplina della giustizia alla gestione corporativa, non sta proteggendo la politica: sta limitando una concentrazione di potere interna alla magistratura. Grazie della lettera e, caro professore, si ricordi che è ancora in tempo per ripensarci!

   


   

Al direttore - Nel comizio urlato in piazza del Popolo Elly Schlein ha usato la parola “giudici” (che non sono coinvolti nella riforma) anziché  l’acronimo pm. E’ un falso strumentale o risponde all’idea che nel processo conti solo la fase requirente e che il ruolo del giudice terzo sia una inutile perdita di tempo?
Giuliano Cazzola

Credo sia come dice lei. Ma oggi, mi spiace, non ci sentiamo di criticare la segretaria del Pd. Due giorni fa, durante un comizio per il No, ha detto: “Vi chiedo di appoggiare il comitato civico per il Sì”. In fondo lo sa anche lei: nel suo cuore, un vero democratico, di fronte a un po’ di garantismo in più e a un po’ di giustizialismo in meno non può che augurarsi che a vincere sia il Sì, non il No.