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lettere al direttore

E pensare che il professor Monti ha sempre combattuto le corporazioni

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Caro Cerasa, il “mentalismo” è una forma di magia che, tra i suoi trucchi, si vanta di leggere nel pensiero, di disinteressarsi della verità dei fatti per spiegare le reali intenzioni dei suoi autori. Nella campagna referendaria abbiamo visto all’opera falangi di giuristi, politici e opinionisti dediti a questa forma di spettacolo. A essi si sono aggiunti, nelle ultime settimane, i “garantisti per il No”. Sono quei giuristi, politici e opinionisti secondo cui il significato di un testo è dato, sempre e inevitabilmente, dal contesto. Nella sua intervista di lunedì al Corriere della Sera, ad esempio, Mario Monti si domanda: “Questa riforma della giustizia quali effetti avrebbe sullo stato di diritto, nel momento storico che stiamo vivendo?”. La sua risposta è che lo indebolirebbe, per cui voterà No. Il motivo lo aveva spiegato più chiaramente già in un editoriale di qualche giorno fa sullo stesso quotidiano: “Sul referendum, io ad esempio sono indeciso, vedo luci e ombre. Ma se la nostra premier continua a mostrarsi la leader più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei nell’intimo una vocazione autoritaria […]. Meglio allora, concluderei, non metterle in mano strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo”. Il senatore a vita, quindi, tra il rischio di una deriva orbaniana e la conferma dell’attuale deriva giustizialista sceglie quest’ultima, che lui considera – par di capire – il male minore. Come un Goffredo Bettini qualunque, insomma. A dimostrazione che la distanza tra i dotti e l’umanità ferita da un sistema di potere intoccabile è ancora più profonda di quel che si potesse immaginare.

Michele Magno


Siamo fan assoluti di Mario Monti e gli vogliamo bene anche quando sbaglia, come in questo caso, sulla riforma della giustizia. Con spirito battagliero, però, vorremmo provare a far ragionare il professor Monti su un altro punto, non poco rilevante. La storia di Mario Monti, prima e dopo il suo ingresso in politica, è una storia che ha messo al centro di tutto una battaglia sacrosanta: quella contro le corporazioni. Nel programma di Scelta civica, quello presentato nel 2013, Monti più volte ha insistito sulla necessità di smantellare assetti corporativi che frenano crescita e concorrenza, ha denunciato in tutti i modi possibili le resistenze interne che impediscono l’attuazione delle liberalizzazioni e la piena apertura dei mercati e ha detto più volte che lo stato deve rimuovere protezioni e rendite che difendono gruppi organizzati a scapito dell’interesse generale. Sintesi estrema: ogni sistema chiuso che si autoconserva diventa un ostacolo da riformare per rendere il paese più moderno ed efficiente. Ci permettiamo dunque di chiedere al professor Monti: avere una corporazione chiusa, irriformabile, spesso irresponsabile, che non di rado usa il suo potere senza confini per frenare lo sviluppo del paese, come il professor Monti ha potuto sperimentare ai suoi tempi con il caso Ilva, non è la fotografia plastica di un sistema che andrebbe urgentemente riformato, rendendo la corporazione meno chiusa (separazione delle carriere), meno ostaggio dei suoi riti corporativi (sorteggio del Csm) e più responsabilizzata (Alta corte disciplinare) per agire in modo meno autoreferenziale? Noi pensiamo di sì. Un caro saluto, a lei e al nostro caro professor Monti.

 

 

Al direttore - La ringrazio per il Figlio del venerdì. Ringrazio la divina Annalena, curatrice dell’inserto. Ringrazio il signor A. Rinaldi per la sua lettera pubblicata, veramente bellissima. Grazie.

Paolo Gobbini


Al direttore - Ho letto la “Preghiera” sull’hinterland milanese. Confesso: stamattina ho guardato fuori dalla finestra del municipio di Cesano Maderno per verificare se davvero siamo nel purgatorio. Non ho visto anime dannate. Ho visto persone che portavano i figli a scuola, bar aperti, gente che andava al lavoro e qualcuno che correva al parco. Quotidiani segni di una “città viva”. Forse il problema è che chi passa veloce in macchina vede solo le tangenziali. Chi si ferma scopre una comunità. Detto questo, se davvero siamo nel purgatorio dell’hinterland, non ce la passiamo poi così male: possiamo gustare un ottimo risotto all’oss bus o un kebab, ma anche un buon caffè. I treni ci portano a Milano in meno di mezz’ora ma la pizza non costa come a Milano. E poi una cosa è certa: se anche fossimo nel purgatorio, siamo un purgatorio vivo e operoso e con una storia centenaria. Non saprei spiegare diversamente lo splendore delle sale affrescate di Palazzo Arese Borromeo, dimora del Seicento, uno dei gioielli d’arte e storia dell’intera Lombardia, oggi sede espositiva che nell’ultimo anno ha richiamato circa 50.000 visitatori. Abbiamo avuto avvisaglie di come potrà essere il paradiso lo scorso anno, quando in oltre 80 mila hanno salutato l’arrivo del Giro d’Italia in città. L’autore è invitato a tornare: questa volta lo ospitiamo noi. Insieme scopriremo che l’hinterland non è un deserto urbano, ma una Brianza con molto senso dell’umorismo. La verità è semplice: l’hinterland non è il purgatorio di Milano. E’ la sua energia.

Gianpiero Bocca, sindaco di Cesano Maderno