Ansa

lettere al direttore

Una legge elettorale ibrida, ma non da incubo. Molto italiana

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - In caso di audience di Sanremo superiore al 40 per cento verrà attribuito il 57 per cento.


Giuseppe De Filippi

 


Al direttore - A una prima lettura del testo depositato dalle forze di governo in queste ore, la nuova legge elettorale è un gran pasticcio. I suoi aspetti critici sono numerosi. Ne cito solo due: la possibilità di sforare il premio di maggioranza (55 per cento), e quella che alla Camera e al Senato vincano due coalizioni diverse, con conseguente paralisi istituzionale. Insomma, o viene radicalmente modificata o il rischio di una bocciatura della Consulta è assai elevato. Allora perché tanta fretta? Per il timore che la stessa Consulta o il Quirinale non gradirebbero la sua approvazione nell’ultimo scorcio della legislatura? Questo non lo so. So però che così si sta dando una mano al fronte del No alla riforma della magistratura. E una sconfitta del Sì non sarebbe indolore per Giorgia Meloni. Ma torniamo alla legge elettorale. Nella sua intervista al Foglio di ieri, Luigi Zanda ha centrato il punto. Oggi dobbiamo discutere l’ennesima delle versioni “bastarde” del maggioritario all’italiana. In due casi (Porcellum e Rosatellum), apertamente concepite per tagliare le unghie, rispettivamente, al centrosinistra e ai Cinque stelle. Ma, più in generale, tese a creare dall’alto un modello bipolare attraverso un cervellotico meccanismo delle coalizioni pre-elettorali. Ne è uscito un sistema di alleanze politiche tenute insieme dall’unico obiettivo di impedire la vittoria dell’avversario. Un sistema che ha tribalizzato, non civilizzato, la competizione tra partiti e schieramenti, favorendo la formazione di maggioranze composite e contraddittorie, in particolare sulle grandi questioni internazionali. Non siamo morti democristiani e non siamo obbligati a morire bipolaristi. L’Italia deve finalmente scegliere se essere una democrazia proporzionale o una democrazia maggioritaria. Gli ibridi non funzionano. O un proporzionale con sbarramento (alto) e preferenze, o un doppio turno di collegio con ballottaggio tra i due meglio piazzati. 


Michele Magno

 

Ci andrei cauto. La possibilità di sforare il premio di maggioranza non può che essere corretta. Sul resto. Fino a che vi sarà il bicameralismo perfetto, con un Senato costruito per essere espressione più dei trend regionali che di quelli nazionali, la possibilità che vincano due coalizioni diverse alla Camera e al Senato sarà sempre possibile. La fretta mi pare sia dovuta a un dato di fatto difficile da negare: una legge elettorale fatta prima di un appuntamento importante, come il referendum, è più semplice, una legge elettorale fatta dopo un referendum, che il centrodestra può perdere, è più difficile. Il tema semmai è: perché cambiare legge elettorale ogni cinque anni? Ma superato questo tema – la risposta è scontata: una pazzia – penso che tutti siano felici per questa legge elettorale. E’ simile all’Italicum, che durante il governo Renzi votò il Pd (salvo poi incagliarsi per questioni di costituzionalità). E’ la legge elettorale che sognava il Pd, perché rende le larghe intese quasi impossibili (il premio di maggioranza a questo serve). E’ la legge elettorale che volevano i piccoli partiti (la soglia di sbarramento al tre per cento permetterà a Calenda di andare da solo e di resistere alla tentazione di andare da una parte o dall’altra). Non è la legge dei sogni, forse di questi tempi l’unica legge dei sogni è il proporzionale, ma è una legge elettorale non da incubo. Piace a tutti, ma tutti dovranno dire il contrario. Una legge ibrida. Dunque una legge non rivoluzionaria. Dunque una legge molto italiana, no?

 


Al direttore -  Con l’approvazione del decreto da parte del ministero della Cultura, l’Italia diventa il primo paese al mondo a estendere il compenso per copia privata ai servizi di archiviazione in cloud. E’ un primato che solleva qualche interrogativo. L’obiettivo del prelievo è compensare i titolari dei diritti d’autore per le copie delle loro opere. Tuttavia, i dati sull’utilizzo reale dei servizi cloud indicano che questi strumenti vengono impiegati prevalentemente per archiviare contenuti personali, come documenti di lavoro e fotografie di famiglia. D’altronde, la capillare diffusione dei servizi di streaming – in abbonamento e gratuiti – ha radicalmente trasformato le abitudini dei consumatori, rendendo illogico archiviare copie di brani musicali o film nei propri spazi cloud personali. Questa misura introduce anche una multipla imposizione per i consumatori. I servizi cloud, infatti, sono accessibili solo tramite dispositivi fisici (smartphone, computer) sui quali il compenso per copia privata viene già regolarmente pagato al momento dell’acquisto. Applicare una tariffa anche sull’archivio in cloud significa far pagare due volte per lo stesso ecosistema, un onere che si moltiplica nei frequenti casi in cui gli utenti, per ragioni di sicurezza, utilizzano più account di backup per proteggere i propri dati. Ma l’aspetto più sorprendente è che la decisione del ministero della Cultura si pone in netta controtendenza rispetto allo sforzo del governo per estendere l’utilizzo del cloud nella Pa; al ruolo di prima linea assunto dall’Italia in Europa per semplificazione e competitività; e alla sua volontà di porsi come ponte per una sana relazione transatlantica. Imporre nuovi oneri e ulteriori passaggi burocratici – come i moduli di esenzione necessari per Pa e aziende – rischia di rallentare l’adozione di tecnologie essenziali. E con la nuova tariffa l’Italia inventa, di fatto, un nuovo dazio verso aziende statunitensi. Un caro saluto.


Diego Ciulli, Head of Government Affairs and Public Policy, Google Italy

 


Al direttore - “Dopo lo strappo sulla giustizia, con una riforma costituzionale fatta per colpire l’indipendenza della magistratura e sabotare l’equilibrio dei poteri, siamo alla volta della legge elettorale. Meloni non si sente sicura e cambia le regole del gioco con un’altra forzatura, presentando una legge elettorale che ricorda la legge truffa. Una ragione di più per votare No al referendum e bloccare l’assalto alle istituzioni”. Così Stefano Bonaccini al Corriere della Sera. Davvero una strana specie di riformista Pd. 




Luca Rocca