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lettere al direttore

Votare Sì per “smuovere le acque” dell'immobilismo conservatore

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Per l’Imbucato a Sanremo. Il sottosegretario Morelli, con delega al Ponte Sanremo-Vizzolo Predabissi (dove aveva un distributore di benzina)  era accanto al generale Patton, il dg Roberto Sergio di cui il di lui consigliere Marano aveva chiesto le dimissioni da dg ad interim di San Marino. Il cda respinse all’unanimità le dimissioni, con il solo voto a favore del leghista indicato da Morelli. A seguire un pranzo Morelli-Patton per smentire Marano. E martedì fianco a fianco all’Ariston.
Remo Ariston

    


   

Al direttore - Lo scritto apparso sul Foglio del prof. Fiandaca è illuminante. Andrebbe letto dai dirigenti dei due schieramenti che si confrontano. Non è negli interessi di entrambi lasciare che la campagna referendaria assuma il carattere di “una guerra di religione o diventi il pretesto per giungere a una resa dei conti tra i due fronti”. Non interessa agli italiani una campagna referendaria in cui la maggioranza di governo viene descritta come mossa da un unico intento: affermare una supremazia politica sulla magistratura; e la magistratura descritta come mossa dal timore di dover rinunciare al forte ruolo politico acquisito in varie direzioni e “non poter continuare a esercitare un prevenuto e occhiuto controllo di legalità e financo di moralità sull’agire del ceto politico”. Possibile siano questi i termini con cui affronta un tema cruciale come la giustizia la classe dirigente di un paese tra i più importanti d’Europa? Che ne sarà di questo paese all’indomani del voto?  Occorrerebbe una correzione di rotta. Dispero sia possibile produrla ma varrebbe la pena tentare di farla. I sostenitori del No dovrebbero piantarla con le invettive secondo cui a favore della riforma si orienterebbero i malfattori. E’ intollerabile e fornisce una immagine cupa e falsa dell’Italia. I sostenitori del No sono chiamati a dimostrare che vi sono strade alternative alla separazione delle carriere per affrontare i rischi di deviazioni corporative della magistratura, rischi che si sono abbondantemente manifestati negli ultimi decenni. Decenni in cui vi è stata una tenace opposizione a ogni proposta di rivedere anche i sistemi di elezione dei membri del Csm. Insomma, i sostenitori del No dovrebbero fare emergere che la loro opposizione alla riforma non vuol dire lasciare le cose come stanno. Provino a farlo. Escano di scena coloro che puntano a drammatizzare lo scontro sostenendo che questa è la via per vincere e il modo migliore per spuntarla nella sfida fatale del 2027. Temo coltivino una pericolosa illusione. Chissà, forse perché gran parte della mia vita politica l’ho trascorsa nel Pci e ho nostalgia della prudenza, della intelligenza politica, della concretezza delle proposte e della considerazione degli avversari, che erano del Pci, doti che non attenuavano la sua determinazione e durezza nel combattimento politico. Si può operare una correzione in tale direzione? Ci si può liberare dall’illusione che possa ripetersi, a parti rovesciate, quanto accadde con il referendum del 2016? Continuo, sempre più flebilmente, a sperare sia possibile. Altrettanto andrebbe fatto presente ai sostenitori del Sì. Per respingere chi sostiene che la riforma metterà i magistrati sotto il potere politico occorre rendersi conto che non basta mostrare che nella riforma non ci sono norme che lo consentono. Il prof. Pombeni, direttore del Mulino, mi pare abbia indicato una via: impegnare il governo a rinunciare a una gestione delle leggi di attuazione della riforma in prima persona, affidandone la stesura non alle sue articolazioni che farebbero fatica a spogliarsi del sospetto di partigianeria ma a un’alta commissione di affermati giuristi scelti fuori dai ranghi della politica politicante. Con una scelta di questo tipo si libererebbe il campo da sospetti e timori e forse si tornerebbe a un confronto nel merito. Proposta velleitaria? Occorrono dei colpi d’ala, scrive Pombeni, per sottrarre il paese al rischio di una guerra di religione. E’ quanto chiedono due intellettuali come Fiandaca e Pombeni che daranno un Sì alla riforma. Certo, un Sì “non a cuor leggero” ma lo daranno convinti che con tutti i limiti essa serve a scuotere le acque a fronte di un immobilismo conservatore. 
Umberto Ranieri

Riporto qui il perfetto Fiandaca di ieri: “Non voterò contro innanzitutto perché, da penalista di vocazione garantista, mi viene difficile oppormi a una prospettiva di rilancio del garantismo, pur consapevole che molto altro ci sarebbe da fare per ripristinare il modello processuale accusatorio. Inoltre, perché considero sbagliata la ricorrente tendenza della magistratura a contrastare, nel ruolo improprio di soggetto politico-mediatico, progetti di riforma della giustizia che tendono a modificare l’assetto esistente, come se fosse lo spirito della Costituzione del 1948 a imporlo. Perché auspico pure non solo un riorientamento politico-culturale della magistratura penale (non ultimo in vista di una interazione meno pregiudizialmente conflittuale col potere politico), ma anche una sua disponibilità finora mancata a fare autocritica su diversi piani. Perché ancora ritengo che la riforma Nordio, pur con i suoi aspetti discutibili, serva appunto a smuovere le acque, a creare movimento a fronte di un immobilismo conservatore, insomma a promuovere cambiamenti seppure non esenti da qualche rischio”. Meglio di così non si può. Grazie.