le lettere

In attesa del 25 aprile ucraino, femministe incorreggibili s'incontrano

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Si dice che l’Europa è debole, ma c’è qualcosa di più splendido della resistenza di Kyiv alla quale anche l’Italia ha dato un suo contributo?
Corrado Beldì

 

Quattro anni dopo l’inizio di quella guerra, vale la pena ricordare cosa disse due anni fa,  in un’altra data importante, il presidente della Repubblica: il 25 aprile ci ricorda anche “un popolo in armi per affermare il proprio diritto alla pace dopo la guerra voluta dal regime fascista”. C’è qualcosa di più antifascista oggi che sostenere il dovere di dare un contributo alla resistenza di Kyiv?


 

Al direttore - Secondo qualche collega dietrologo il contenuto di certa propaganda elettorale a favore della revisione costituzionale rivelerebbe il reale intendimento politico del governo, ossia impedire l’adozione di sentenze sgradite alla odierna maggioranza parlamentare attraverso un capillare controllo della magistratura. Ora, io sono un costituzionalista semplice e tendo a non scambiare la propaganda per l’intentio legislatoris, ma mi domando: perché mai il governo avrebbe bisogno di esporsi al rischio di una revisione costituzionale per realizzare un simile obiettivo? Autorevoli Maestri ci spiegano che non è sufficiente scrivere in Costituzione che la magistratura è autonoma e indipendente perché lo sia davvero. Giustissimo! Non si capisce tuttavia perché ciò che varrà in un domani non valga già oggi. Perché mai la Costituzione vigente dovrebbe rappresentare un baluardo insormontabile, che si difende da sé, mentre quella di domani (che tali princìpi continua a prevedere) sarebbe invece un inutile orpello alla mercé del governo di turno? La Costituzione vigente, e così del resto vale per ogni Costituzione, può prestarsi alla torsione che la forza di una maggioranza incontrollata riuscirà a imprimerle. Tutte le premesse per realizzare ciò di cui il governo è accusato sussistono già oggi: si consideri, per brevità, la circostanza che, in base alla Costituzione vigente, il pm gode attualmente delle garanzie di autonomia e indipendenza previste da norme di legge ordinaria (sull’ordinamento giudiziario), modificabili a maggioranza semplice o ancora si consideri che la Costituzione parla di soggezione alla legge per il solo giudice e non per il pm oppure ancora che la definizione degli illeciti disciplinari oggi non è soggetta ad alcuna riserva di legge. Insomma, qualsiasi disposizione costituzionale, proprio come ci insegna chi in questi giorni sventola le norme della Repubblica islamica dell’Iran o della Federazione russa, può essere letta in un modo o nel suo contrario se la materialità dei rapporti di forza in un certo ordinamento così si orienta. Dire che servono riforme costituzionali per alterare la separazione dei poteri prova davvero troppo.

Giovanni Boggero
professore associato di Diritto
 costituzionale - Università di Torino


 

Al direttore - Un’amica ucraina mi racconta dei genitori ottantenni che, a Leopoli, hanno tre ore di elettricità al giorno con la temperatura che ancora scende sotto zero, e passano almeno un paio di volte al giorno dalla casa al rifugio. La mia amica non si capacita di quello che chiama “l’abbandono da parte dell’Europa”, perché “combattiamo per tutta l’Europa”, dice, e ha ragione. E’ passato quasi mezzo secolo dall’esperienza del pacifismo degli anni Ottanta, in cui mi trovai direttamente a sperimentare il tentativo di fusione di tre diverse anime: l’anima femminista, partire da sé per trovare un modo non distruttivo di vivere i conflitti; l’anima ecologista, la riflessione sulla coscienza del limite che è consustanziale all’esperienza femminile, perché nel vivere l’essere una e due insieme, nei nove mesi di gravidanza, quell’esperienza non ha uguali; l’esperienza pacifista, diventata lotta contro l’installazione dei missili Cruise a Comiso, disarmare sé stessi per disarmare il mondo. Poi i missili furono installati, il Muro crollò di lì a poco, la Guerra fredda finì di conseguenza. Anche agli occhi della femminista ecopacifista che pretendevo di essere la cosa fu evidente: avevamo sbagliato tutto? Non tutto ma quasi. Non trovammo nemmeno le parole per spiegarcelo, perché le nostre erano ancora le vecchie parole del conflitto e della guerra. Ho le emozioni di una donna, dice a un certo punto la protagonista di “Via dalla pazza folla”, ma solo le parole degli uomini. E’ davvero e per sempre così? Con un gruppo di femministe incorreggibili ci siamo date appuntamento a Roma, su iniziativa di Alessandra Bocchetti e Franca Chiaromonte, per parlare di guerra e di pace, di parole avvelenate e parole di libertà. Al cinema Farnese a Campo de’ Fiori, sabato 28 febbraio (10-13 e 14.30-17.30) e domenica 1° marzo (10-13). Seguiremo le vecchie e felici regole: solo donne, nessun intervento preordinato, totale libertà di confronto. Non abbiamo le risposte, le cercheremo con chi vorrà esserci.
Nicoletta Tiliacos


 

Al direttore - Il diffuso dibattito sul tema degli esami online sta creando profondo disagio tra gli studenti che hanno scelto l’università telematica non per comodità, bensì per conciliare molti aspetti della loro quotidianità, tra cui il lavoro. Nel confronto pubblico si dimentica un nodo strutturale: la gestione dei permessi per studio tra tetti percentuali, burocrazia e vincoli organizzativi. Immaginate un meccanismo composto da tre ingranaggi. Il primo con inciso il diritto allo studio; il secondo, la libertà dell’impresa; il terzo, il funzionamento della pubblica amministrazione. Sulla carta, i tre ingranaggi si incastrano, nella realtà, quando un lavoratore bussa alla porta dell’ufficio “risorse umane”, qualcosa s’inceppa. L’articolo 10 dello Statuto dei lavoratori, riconosce ai dipendenti privati permessi retribuiti per la formazione, tradotti dalla contrattazione collettiva fino a centocinquanta ore annue fruibili anche nell’arco di un triennio. Per i dipendenti pubblici, il d.gls. n. 165/2001 prevede un impianto analogo, nel rispetto delll’art. 97 della Costituzione: ogni assenza, deve fare i conti con la continuità del servizio. Il diritto è garantito; il suo esercizio è, spesso, negoziato. Gli Atenei online, riconosciuti e abilitati dal MUR hanno modificato la geometria del problema: lezioni in streaming o in differita con tecnologie all’avanguardia, sessioni distribuite lungo tutto l’anno. Il numero di permessi richiesti si riduce e gli ingranaggi tornano a girare senza stridere. Quando il percorso formativo diventa compatibile con l’orario di lavoro, il permesso retribuito perde quella residua ambiguità funzionale. Un diritto che funziona davvero non fa rumore. Non genera contenziosi, non riempie le circolari, non richiede negoziati. Semplicemente viene esercitato.
Antonello Olivieri
ordinario Diritto del lavoro,
Università Pegaso