le lettere

Altro che stato di diritto, a Salvini interessa la cultura dello scalpo

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Vedo che sul sito della Lega è rimasta questa raccolta firme. Sotto il titolo “Io sto col poliziotto”, cosa giusta, si trova anche questo: “Vogliamo la tutela legale per le forze dell’ordine nel decreto Sicurezza, oltre che più sanzioni per chi gira armato, la stretta sull’accoglienza dei minori non accompagnati e lo stop ai ricongiungimenti familiari”. Quando usi un fatto di cronaca per fare politica, raramente finisce bene.
Martina Trovato

  
Dopo aver utilizzato un fatto di cronaca in modo strumentale – Salvini, come ricorderete, quaranta minuti dopo il colpo di pistola sparato da un poliziotto contro uno spacciatore a Rogoredo aveva già una risposta precisa su cosa era accaduto e aveva già in mente una riforma da portare in Consiglio dei ministri per dimostrare la bontà delle sue tesi – ieri il vicepremier è riuscito a peggiorare la sua già complicata situazione. E ai giornalisti che gli hanno chiesto conto del suo post fatto pochi minuti dopo quei fatti (“Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Io sto con il poliziotto senza se e senza ma”), Salvini ieri è riuscito ad aggiungere demagogia a demagogia. E lo ha fatto con questa frase: “Chi sbaglia paga, se qualcuno sbaglia in divisa paga anche di più, perché io come tutti gli italiani, anzi come quasi tutti gli italiani, porto rispetto e stima e fiducia nelle forze dell’ordine”. Siamo sempre lì. Ricorrere alle punizioni esemplari è il contrario del rispetto dello stato di diritto. E’ un modo per forzare la mano, per far prevalere l’emotività sulle garanzie, adattando il Codice penale ai propri algoritmi. Ed è un modo per assecondare lo stesso istinto alimentato da Salvini pochi minuti dopo i fatti di Rogoredo: non il rispetto dello stato di diritto, ma la devozione alla cultura dello scalpo.


 

Al direttore - Il 26 febbraio 2022 l’agenzia Ria Novosti pubblicava un editoriale di Petr Akopov in cui si poteva leggere: “La tragedia del 1991, questa terribile catastrofe nella nostra storia è stata finalmente superata. […] La necessità di risolvere il problema dell’Ucraina non poteva che rimanere una priorità, per due ragioni principali. E la questione della sicurezza nazionale della Russia non è la ragione più importante. Il motivo principale è un eterno complesso di popoli divisi, un complesso di umiliazioni nazionali dovute al fatto che la [nostra] patria ha prima perso parte delle sue fondamenta (Kyiv), e deve sopportare l’idea dell’esistenza di due stati, di due popoli. Continuare a vivere così significherebbe rinunciare alla nostra storia”. Questo revanscismo nazionalista, peraltro già teorizzato da Putin nel saggio “Sull’unità storica di russi e ucraini” pubblicato alla fine del 2021, e nonostante l’annessione della Crimea di dieci anni prima, non fu preso sul serio dall’Europa e dagli Stati Uniti di Biden. Una sottovalutazione pagata a caro prezzo dall’Ucraina (aiuti militari col contagocce e vincoli stringenti al loro uso). Per altro verso, però, raccontano anche i fallimenti dell’autocrate del Cremlino. Akopov (e con lui tutti i propagandisti filorussi) cantava vittoria poche ore dopo l’invasione del Donbas. Dopo quattro anni e un giorno, Mosca deve fare i conti con gli incalcolabili costi umani, economici e di reputazione internazionale di un’impresa a dir poco avventurosa. Beninteso, l’Ucraina è stremata e a Trump non è certo “simpatica”. Ma la sua popolazione, almeno fin qui, non è stata ancora messa in ginocchio. Comunque andrà a finire la guerra, la sua lotta resterà una nobile testimonianza di quanto affermava Hegel nella “Enciclopedia delle scienze filosofiche” (1817): “[…] se un popolo sogna di voler essere libero, nessun potere umano potrà tenerlo nella schiavitù del mero doloroso essere governato”.
Michele Magno

  

La sua lettera mi fa venire in mente una chicca. Un virgolettato. Spassoso. “L’altra sera mentre tg e talk rilanciavano l’ennesima fake news americana dell’invasione russa dell’Ucraina (ancora rinviata causa bel tempo) eravamo tutti col fiato sospeso in attesa del verbo (di Draghi)” (Marco Travaglio, 23 febbraio 2022).

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