Ansa

Lettere al direttore

La subordinata di Monti e la forma di populismo su cui voteremo

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - L’omicidio a Lione, in piena Europa dunque, di Quentin Deranque, giovane di destra e innocuo, morto per le sue idee, giuste o sbagliate che fossero, per mano degli islamo-gauchisti, assomiglia molto a quello di Sergio Ramelli di cui tanti anni fa a Milano scoprimmo i ben protetti responsabili. Un certo “antifascismo” è un fascismo al contrario, però di maggior successo e che gode di solito di maggiori indulgenze. Il nostro paese da trent’anni, per fortuna, non conta morti per atti di violenza politica. Vigiliamo, così si diceva una volta, perché non sia in condizione di agire, chi, senza alcuna distinzione, potrebbe far ripartire quel conteggio.
Guido Salvini

 


 

Al direttore - Non è poi così strano che la Chiesa cattolica, o gran parte di essa, voglia conservare quel po’ che resta del rito inquisitorio. In fondo, per molti secoli, con l’Inquisizione ha avuto una certa confidenza. Non trova?
Luca Rocca

 

Più che evocare l’Inquisizione, forse, per aprire gli occhi alla Chiesa, rispetto al dovere di dare un contributo per combattere una giustizia ingiusta che crea masse di colpevoli fino a prova contraria, basterebbe ricordare Matteo 25,40: “In verità vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

 


 

Al direttore - “Questo governo ha l’idea che chi prende un voto in più alle elezioni non deve essere controllato e non deve essere sottoposto al controllo della magistratura. E questa è un’idea sbagliata”. Letterale. Elly Schlein, segretaria del Pd, a una manifestazione del No in Sicilia. Nemmeno al Bar dello Sport si sentono affermazioni di questa povertà politico-culturale.
Roberto Volpi

 


 

Al direttore - Ho molta stima per Mario Monti. Da parlamentare nella XVI legislatura ho appoggiato senza riserve il suo governo e l’ho seguito nella esperienza di Scelta civica. Sono rimasto basito per le sue dichiarazioni sul voto nel referendum del 22/23 marzo. Che una personalità della sua statura condizioni il suo voto alla leggenda metropolitana della subordinazione di Giorgia Meloni a Trump e per questo sia disponibile, votando No, a non contribuire alla liberazione dei cittadini dal sistema delle procure deviate mi sembra incomprensibile. Soprattutto quando la questione della subordinazione si gioca in tutto l’occidente su qualche aggettivo più o meno truce, nella più totale inutilità.
Giuliano Cazzola


La stima per Monti, da parte di chi scrive, rimane grande, nonostante la subordinata. Suggerirei un elemento di riflessione in più sul tema: votare Sì è l’unico modo per evitare che in Italia possa continuare a proliferare una forma di populismo non meno pericolosa del trumpismo. Tre parole: il populismo giudiziario.

 


 

Al direttore - Il decreto bollette piace a pochi e solleva molte proteste. Nonostante il tentativo di ridurre strutturalmente il costo dell’energia. C’è chi si lamenta perché magari deve rinunciare a una parte dei ricchi incentivi fin qui ricevuti, chi perché invece questi incentivi li vorrebbe e  chi perché l’eliminazione di tasse preesistenti (Ets), che di per sé sembra cosa buona, altera a suo sfavore le condizioni del mercato elettrico. Ovviamente andare a modificare regole passate sulla base delle quali si è fino a oggi organizzato il comportamento dei diversi attori comporta inevitabili  problemi e annuncia un contenzioso senza fine davanti ai Tar. Tutto questo è la conseguenza dell’uso alterato del mercato elettrico che si è fatto nei decenni passati. La parte di energia elettrica che viene negoziata a condizioni di parità sul mercato si è andata via via riducendo nel corso degli anni a favore di tassazioni e incentivi per questa e quella fonte. Inoltre  la parte fissa delle bollette, i cosiddetti oneri vari di sistema, è andata anch’essa aumentando nel tempo, caricata   di costi di vario tipo. Né l’Europa migliora le cose, anzi le complica. Basti pensare alla recente introduzione del sistema Cbam, cioè una tassa imposta sulle importazioni di CO2 per compensare l’altra tassa (Ets) messa sui produttori europei di CO2. Un incentivo insomma chiama inevitabilmente un altro incentivo e una tassa un’altra tassa.  E così via cercando di mettere mano a una giungla ormai quasi inestricabile. Mentre tutti lodano il mercato  in realtà tutti cercano di aggirarlo. Chi ne fa le spese è normalmente il consumatore, soprattutto se non è in grado di fare sentire la sua voce. Qualche colpo d’accetta a questo punto pare inevitabile se veramente la giungla la si vuole sfoltire e insieme portare qualche beneficio in termini  di riduzione del costo dell’energia. 
Chicco Testa

 

Errata corrige. Nell’articolo uscito sul Foglio del 13 febbraio scorso dal titolo “Bengasi fa il pieno” abbiamo scritto che, tra le società di proprietà dell’imprenditore libico Ahmed Gadalla, c’è anche la Waad Libyan Company for Cement and Building Materials. Siamo stati tratti in errore, perché in realtà la società posseduta da Gadalla è un’altra Waad, la Waad Engineering and Consulting Company e non risulta aver beneficiato di lettere di credito dalla Banca centrale libica.