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lettere al direttore

Votare Sì significa difendere il garantismo contro il gratterismo

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - “Voteranno per il No le persone perbene. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” (Nicola Gratteri, intervista al Corriere della Calabria). Cabaret futurista o libertà di pensiero? Propendo per la seconda ipotesi: “La libertà di pensiero ce l’abbiamo, ora ci vorrebbe il pensiero” (Karl Kraus).
Michele Magno

 

Per dirla come uno dei maestri di Gratteri: non esistono sostenitori del Sì innocenti, esistono solo colpevoli sostenitori del Sì non ancora scoperti. Detto tra parentesi: è bello sapere che nella magistratura non ci sono magistrati rancorosi, ideologizzati, incapaci di tenere a bada i propri istinti primordiali.  Più gratterismo o più garantismo? Il senso del referendum, in fondo, è anche questo.

  


 

Al direttore - Non posso credere che il Procuratore Gratteri abbia veramente espresso il concetto secondo cui voteranno No le “persone perbene” e voteranno Sì “massoneria deviata o imputati”. Sono certo che smentirà chi gli attribuisce queste parole. Altrimenti significherebbe che un magistrato come Nicola Gratteri, che stimo per la sua storia, cade nella peggiore demagogia, criminalizzando milioni di cittadini che la pensano in modo diverso dal suo. Purtroppo questa affermazione segue di poche ore un’altra falsità detta dal Procuratore Gratteri, quella che la separazione delle carriere avvantaggi solo “ricchi e potenti” e che trasformerebbe il pubblico ministero in un “avvocato dell’accusa” e indebolirebbe le tutele. Anche questo non è vero e non si capisce da cosa tragga questa conclusione. Anche se, a esser sincero, mi piacerebbe chiedere al Procuratore Gratteri quanti pm conosce che cercano le prove a favore dell’indagato. Quello che conta – e che i sostenitori del No non dicono – è che con la riforma l’obbligatorietà dell’azione penale non viene meno. La verità è che la separazione delle carriere non è un attacco alla magistratura, ma una scelta di civiltà giuridica. Noi avvocati siamo convinti dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura e sosteniamo il rafforzamento dell’imparzialità dei giudici attraverso una netta distinzione tra magistratura giudicante e inquirente. La terzietà del giudice dal pubblico ministero, e da qualunque potere dello stato, è una condizione indispensabile per la difesa. Davanti a un giudice, collega del pm, con il quale condivide carriera, criteri di avanzamento e stipendiali, assegnazione di incarichi direttivi e semidirettivi, e anche l’organo disciplinare, il cittadino è solo, e dalla sua parte ha soltanto l’avvocato, che però oggi, per i giudici e per i pm, è un estraneo. Il confronto pubblico, purtroppo, si è trasformato nell’ennesimo scontro tra partiti. L’avvocatura è estranea a questa polarizzazione. Quando si parla di diritti e di princìpi costituzionali gli avvocati non si schierano con nessuno, se non con i cittadini. Ed è proprio a loro che ci rivolgiamo: andate a votare guardando al merito. La separazione delle carriere, insieme a un doppio Csm, mira a evitare che un unico organo governi funzioni diverse. Autonomia e indipendenza restano intatte. Si rafforza invece la terzietà del giudice e con essa la giustizia.

Francesco Greco 
presidente del Consiglio Nazionale Forense