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lettere al direttore

Superare lo status quo, per stare dalla parte dei magistrati seri

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Renzi & Vannacci: un patto Molotov-Ribbentrop in sedicesimo. Chi sarà la Polonia?
Giuliano Cazzola


 

Al direttore - Prolificano sui media le prese di posizione dei tuttologi sul referendum giustizia. Un dibattito a mio parere insensato e anzi dannoso: insensato perché riguarda una materia complessa, inaccessibile ai più, dannoso perché l’esito dipenderà non da valutazioni razionali ma dagli umori politici dei cittadini che andranno a votare. In questo contesto non resta che turarsi il naso e votare No. Se non altro per stare dalla parte della quasi totalità dei magistrati, la cui serietà e i cui meriti, nella difesa delle istituzioni democratiche, sono decisamente superiori a quelli dell’attuale scalcinata classe politica, che avrebbe dovuto trovare la quadra in Parlamento, con una maggioranza qualificata, su di un argomento così serio e importante. E nessuno mi toglie dalla testa che la battaglia referendaria sia stata voluta dalla destra per nascondere le voragini di inconcludenza della sua politica di governo.
Ezio Trentini

Gentile Trentini, grazie della sua lettera. Penso sia un errore votare No proprio per le ragioni che si trovano dietro il suo No. Se si vuole rispettare la magistratura, davvero, bisogna tutelarla dal correntismo coatto, dal corporativismo estremo, dall’irresponsabilità che genera sfiducia e autodelegittimazione. Se un pezzo della magistratura oggi non gode di buona reputazione la colpa è della classe politica non per quello che ha fatto ma per quello che non ha fatto in questi anni. Ovvero: riforme. La delegittimazione della magistratura nasce dalla volontà di tutelare lo status quo. Superare lo status quo è l’unico modo per stare dalla parte dei magistrati seri, che sognano di poter far carriera per ragioni di merito, non di appartenenza. Grazie e un caro saluto a lei.


 

Al direttore - Poiché non lo fanno i miei vecchi compagni della Cgil e del Pd, lo faccio io: un pensiero affettuoso agli ucraini al buio, al gelo polare e sotto i missili di un autocrate spietato e crudele.

Michele Magno


 

Al direttore - L’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega chiude una fase di ambiguità politica durata mesi, senza però risolvere il nodo centrale: il peso reale del “fenomeno Vannacci” negli equilibri del centrodestra. La rottura era nell’aria da tempo. Le posizioni sempre più rigide e identitarie dell’europarlamentare faticavano a trovare una collocazione stabile all’interno di una coalizione ampia e composita. La separazione rende ora inevitabile una verifica più concreta, fondata sui numeri più che sulla percezione. Il successo personale alle elezioni europee e il clamore editoriale del “Mondo al contrario” non si sono tradotti in un radicamento politico altrettanto solido. Gli incontri pubblici hanno progressivamente perso slancio e i candidati a lui politicamente riconducibili non hanno ottenuto risultati significativi nelle competizioni amministrative locali. Un dato che ridimensiona l’idea di una leadership capace di strutturarsi oltre la dimensione individuale.
Pierpaolo Cirigliano

Per la Lega, la separazione da Vannacci riduce un fattore di tensione interna e attenua il rischio di uno spostamento ulteriore verso posizioni più radicali, potenzialmente problematiche nei rapporti con l’elettorato moderato. L’uscita dal partito ridefinisce il suo ruolo politico nella coalizione di governo: da elemento interno e condizionante a variabile esterna, meno controllabile e più difficile da integrare negli equilibri complessivi. L’effetto più interessante si manifesta però sul fronte opposto. Un centrodestra meno condizionato da spinte identitarie radicali costringe il centrosinistra a misurarsi meno con un avversario caricaturale e più con la propria capacità di proposta. Venuta meno una figura fortemente polarizzante all’interno della maggioranza, il campo progressista perde un bersaglio polemico facile, ma guadagna una responsabilità: quella di costruire un’alternativa credibile, non fondata esclusivamente sulla reazione. Alla prova dei fatti, Vannacci non appare tanto come il fondatore di un nuovo spazio politico, quanto come una variabile di instabilità. Abbastanza visibile da incidere sul dibattito pubblico, ma non abbastanza strutturata da costruire un’alternativa autonoma. L’uscita dalla Lega chiarisce il quadro parlamentare; il problema politico, però, resta aperto.

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